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Cosa ci raccontano i blackout di internet in Russia 

Russia

Cosa ci raccontano i blackout di internet in Russia 

La Russia intensifica la censura su internet. La motivazione ufficiale sono gli attacchi dei droni ucraini, ma gli analisti indicano un obiettivo più profondo: il controllo totale dello spazio informativo. Sullo sfondo, i timori del Cremlino dopo l'eliminazione di alti funzionari iraniani da parte di Israele

Massimiliano Di Mario23/03/2026Aggiornato 22/03/20266 min lettura1.173 parole
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La Russia intensifica la censura su internet. La motivazione ufficiale sono gli attacchi dei droni ucraini, ma gli analisti indicano un obiettivo più profondo: il controllo totale dello spazio informativo. Sullo sfondo, i timori del Cremlino dopo l’eliminazione di alti funzionari iraniani da parte di Israele e Stati Uniti. Mosca osserva, e si blinda.


Nelle settimane successive ai tentativi congiunti di Stati Uniti e Israele di eliminare alti funzionari iraniani, la Russia ha intensificato la censura su internet. La ragione ufficiale sono gli attacchi dei droni ucraini. La ragione reale è che i leader del Cremlino hanno cominciato a guardarsi le spalle.

Gli esperti, tuttavia, leggono l’intensificarsi della censura come parte di un progetto più lungo: il controllo totale dello spazio online, obiettivo a cui il Cremlino lavora sistematicamente dall’inizio della guerra. Un modello che Mosca conosce bene, perché lo ha osservato da vicino: a gennaio, il suo alleato iraniano ha oscurato quasi completamente internet per soffocare le proteste di piazza, repressione che ha lasciato migliaia di morti.

“Il regime (russo) comprende perfettamente – imparando anche dall’esperienza dei suoi alleati – che la prevenzione di qualsiasi protesta di massa e/o la loro repressione richiedono un controllo rigoroso “, ha dichiarato al Kyiv Independent Ryhor Nizhnikau, esperto di Russia presso l’Istituto finlandese per gli affari internazionali. “Attualmente, questi sviluppi a Mosca, così come in altre regioni, ci offrono uno scorcio di una nuova realtà che Vladimir Putin sta costruendo per la Russia: una nuova infrastruttura che permette al regime di vedere ‘tutto’ online, controllare ciò che si può fare, identificare preventivamente le minacce e, soprattutto, interrompere l’accesso a Internet in qualsiasi momento.”

A partire da maggio 2025, la Russia ha subito frequenti interruzioni delle connessioni internet fisse e mobili in tutto il paese. Il 5 marzo, però, il governo russo ha fatto un ulteriore passo avanti, interrompendo la connessione internet mobile e il Wi-Fi pubblico nella capitale. Le interruzioni sono continuate da allora. L’agenzia di stampa russa RBC ha riferito, citando le proprie fonti, che i blackout erano dovuti alla sperimentazione delle “liste bianche”, ovvero elenchi di siti approvati dal governo a cui è possibile accedere durante le interruzioni di internet.

“Dall’inizio di marzo, le autorità hanno iniziato ad applicare per la prima volta le ‘liste bianche’ a Mosca, ma in modo molto caotico”, ha dichiarato al Kyiv Independent Leonid Yuldashev di eQualitie, un’azienda informatica canadese che sviluppa strumenti per aggirare la censura. “(Stanno verificando se) possono attivarli per una determinata casa, per un determinato quartiere, per una determinata strada, e quali sarebbero i danni collaterali.”


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Le restrizioni si inseriscono in una campagna più ampia contro le app di messaggistica occidentali, già nel mirino di Mosca da mesi. Nell’agosto del 2025, l’autorità russa per le telecomunicazioni ha iniziato a bloccare le chiamate su Telegram e WhatsApp, pur mantenendo la possibilità di inviare messaggi di testo. In parallelo, Mosca ha spinto la propria alternativa: Max, app di messaggistica nazionale, la cui installazione su tutti i nuovi dispositivi elettronici è diventata obbligatoria.

L’introduzione di Max ha suscitato timori immediati: l’app raccoglie e conserva metadati degli utenti — indirizzi IP, elenchi di contatti, registri delle attività — e la sua politica sulla privacy consente la condivisione di queste informazioni con agenzie governative. Uno strumento di comunicazione che è, nella sostanza, uno strumento di sorveglianza.

Nel febbraio 2026 le autorità hanno iniziato a bloccare completamente Telegram. Secondo dati riportati dal Kommersant il 17 marzo, in Russia circa l’80% delle richieste ai domini della piattaforma fallisce — in alcune regioni si arriva al 90%.

Il 10 marzo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha attribuito le interruzioni di internet agli attacchi ucraini. “Tutto ciò è probabilmente legato all’esigenza primaria di garantire la sicurezza”, ha affermato. “Ma i problemi che pone alle aziende sono, ovviamente, oggetto di ulteriori analisi.” 

Gli analisti hanno respinto la motivazione ufficiale: i droni ucraini sono un pretesto, non una causa. Il vero obiettivo è il controllo totale dell’informazione.

“Si tratta di una spinta generale a limitare ogni forma di comunicazione e l’accesso all’informazione indipendente”, ha dichiarato al Kyiv Independent il giornalista russo Sergei Parkhomenko. “Qualsiasi comunicazione è pericolosa per un regime totalitario in tempo di guerra.”

Sulla stessa linea Nizhnikau: “Queste misure non riguardano i droni o la difesa aerea — i droni non vengono realmente colpiti nemmeno in caso di interruzione del GPS e di internet mobile. Si tratta della sicurezza del regime di Putin, che considera qualsiasi cosa fuori dal suo controllo come una minaccia imminente. In questo senso, Putin è mosso dai suoi timori di lunga data di un cambio di regime attraverso mobilitazioni di massa e proteste”. 

Un altro analista russo ha dichiarato al Kyiv Independent che la censura si inserisce “nella logica dell’auto-sviluppo di un regime autoritario che, nella sua ricerca di un controllo orwelliano totale, sta degenerando in un regime semi totalitario”.

Parkhomenko e Yuldashev collegano la nuova ondata di censura anche a un altro fattore: gli sforzi congiunti di Israele e Stati Uniti per localizzare ed eliminare alti funzionari iraniani, operazioni che hanno sfruttato l’accesso a dispositivi elettronici, app di navigazione e telecamere. Una vulnerabilità che i leader del Cremlino non possono ignorare.

I precedenti sono recenti. Il 28 febbraio è stato ucciso il Guida Supremo Ali Khamenei. Il 17 marzo è toccato ad Ali Larijani, segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano e, di fatto, l’uomo che guidava il Paese.

“Una teoria è che Putin avesse paura personalmente a causa dell’utilizzo di internet e delle infrastrutture di sorveglianza in Iran da parte dei servizi segreti israeliani, che sono stati in grado di geolocalizzare l’ayatollah Khamenei e di ucciderlo”, ha affermato Yuldashev. Secondo lui la Russia potrebbe anche essersi ispirata ai blackout quasi totali di internet a livello nazionale attuati in Iran durante le proteste antigovernative di gennaio e nel corso della guerra in corso con Stati Uniti e Israele:  “Hanno visto quanto successo ha avuto l’Iran con l’implementazione di questa ‘lista bianca’, in cui solo i canali Telegram filogovernativi avevano effettivamente accesso a Internet a livello globale”, ha aggiunto.


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