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Non ci ruberete il futuro: a Praga la resistenza contro l’ombra del Cremlino

Repubblica Ceca

Non ci ruberete il futuro: a Praga la resistenza contro l’ombra del Cremlino

Tra Praga, Budapest e Bratislava cresce una resistenza civile contro l’avanzata illiberale nell’Europa centrale. In piazza si contesta il controllo sui media, la stretta sulle ONG e una deriva che, dietro il lessico della sovranità, rischia di rafforzare gli interessi geopolitici del Cremlino. Con l’avvicinarsi delle

Raffaele Magaldi23/03/2026Aggiornato 22/03/20264 min lettura861 parole

Tra Praga, Budapest e Bratislava cresce una resistenza civile contro l’avanzata illiberale nell’Europa centrale. In piazza si contesta il controllo sui media, la stretta sulle ONG e una deriva che, dietro il lessico della sovranità, rischia di rafforzare gli interessi geopolitici del Cremlino.


Con l’avvicinarsi delle cruciali elezioni politiche in Ungheria, è vitale non perdere d’occhio l’intero scacchiere del Gruppo di Visegrad. Viktor Orban, molto indietro nei sondaggi rispetto al suo antagonista Peter Magyar, ha serrato i ranghi richiamando a sé l’intera rete della “Autocracy, Inc.”, per citare Anne Applebaum. Gli endorsement di Trump, Fico, Wilders, Milei, Le Pen e Salvini – a cui si è unita, purtroppo, anche Giorgia Meloni – sono arrivati puntuali in occasione del CPAC Hungary 2026.

Quest’anno l’evento di punta dell’internazionale sovranista è stato strategicamente anticipato al 21 marzo: una spinta propagandistica di cui il leader ungherese ha disperato bisogno per oscurare le oceaniche manifestazioni di piazza che, nelle scorse settimane, hanno incrinato l’immagine di un’Ungheria felicemente assuefatta al suo regime.

Anche il premier ceco Andrej Babis ha manifestato il proprio appoggio, sebbene abbia preferito annullare la propria partecipazione fisica al forum di Budapest. La versione ufficiale parla della necessità di presiedere il Consiglio di Sicurezza dopo il sospetto attentato al sito militare di Pardubice; tuttavia, in molti leggono nel forfait una scelta tattica. Farsi ritrarre al fianco di Orban proprio mentre a Praga montava la protesta sarebbe stato un suicidio d’immagine.

E il successo della mobilitazione nel quartiere di Letna è stato indiscutibile: circa 250mila persone sono scese in strada per dire no alla “deriva antidemocratica”. Al cuore della protesta, intitolata senza mezzi termini “non lasciamoci rubare il futuro”, battono due timori concreti: la riforma con cui Babis punta a eliminare il canone radiotelevisivo per sottomettere i media pubblici a un budget governativo, e la controversa legge sulla “trasparenza delle ONG”.


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Quest’ultima ricalca pericolosamente i modelli già visti in Russia, Georgia e Slovacchia, dove il pretesto della trasparenza serve a marchiare come “agente straniero” chiunque osi dissentire dal potere centrale. La resilienza della società civile ceca, con la protesta organizzata dal movimento “Milion chvilek pro demokracii” (un milione di attimi per la democrazia) sotto la guida di Mikulas Minar, dimostra che il Paese non è disposto a farsi trascinare passivamente verso l’illiberalismo.

Dal palco di Letna, Minar è stato lapidario: “Siamo qui per opporci al tentativo di spingere la Repubblica Ceca sulla strada di Bratislava e Budapest”.

In questo clima di resistenza non sono mancati segnali importanti da parte del mondo culturale e accademico. Particolarmente incisivo è stato l’intervento della storica slovacca Hana Kubatova. Con la lucidità di chi osserva da vicino il declino democratico del proprio Paese, Kubatova ha lanciato un monito: la democrazia non muore necessariamente con un “botto” fragoroso, ma attraverso una serie di “piccoli tagli” – dal controllo sui media alla stigmatizzazione delle ONG – che ne svuotano gradualmente il significato.

La piazza di Letna ha restituito l’immagine di una comunità unita oltre le sigle partitiche, consapevole che la trasformazione della Cechia in una democrazia “orbanizzata” farebbe solo il gioco delle aspirazioni geopolitiche russe, interessate a una UE frammentata e debole.

Mentre l’Ungheria si prepara al voto del 12 aprile, il contagio della protesta si estende: mercoledì 25 marzo toccherà agli studenti slovacchi alzare la voce a Bratislava, Zilina, Banska Bystrica e Kosice con lo slogan “Suoniamo l’allarme!”. La loro battaglia contro lo smantellamento della TV pubblica e il tentativo di limitare il voto all’estero è la stessa che si combatte a Praga. Forse, proprio sul piano dell’impatto visivo, gli slovacchi dovrebbero trarre lezione dai vicini cechi: un unico, imponente colpo d’occhio come quello di sabato a Letna è un messaggio politico molto più difficile da ignorare rispetto a una mobilitazione frammentata.

In tutto il resto d’Europa, però, è tempo di alzare il livello di guardia in quella che è, a tutti gli effetti, una guerra comunicativa totale. Un conflitto in cui non si possono più fare sconti a un nemico che ha un nome e un cognome precisi: la Russia di Vladimir Putin.


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