Israele
Cosa potrebbe fare Israele per ridurre le vittime civili a Gaza?
Nel corso del conflitto in corso nella Striscia di Gaza, una delle questioni più spinose e moralmente urgenti è quella del numero elevatissimo di vittime civili. Israele sostiene di agire in legittima difesa, puntando a smantellare l’apparato militare di Hamas, ma si trova a operare in



Nel corso del conflitto in corso nella Striscia di Gaza, una delle questioni più spinose e moralmente urgenti è quella del numero elevatissimo di vittime civili. Israele sostiene di agire in legittima difesa, puntando a smantellare l’apparato militare di Hamas, ma si trova a operare in uno degli spazi più densamente popolati del mondo, dove la distinzione tra combattenti e non combattenti è resa particolarmente difficile dalla pratica di Hamas di operare all’interno di aree densamente abitate usando i civili come scudi umani. Tuttavia, secondo molti osservatori internazionali, il solo fatto che il nemico si nasconda tra i civili non esonera una democrazia dal dovere di limitarne quanto più possibile le perdite.
Secondo il giurista e politologo americano Michael Walzer, nel suo celebre Just and Unjust Wars, la guerra giusta si misura anche nella condotta: “Quando si combatte un’organizzazione che si mescola con la popolazione, non si può semplicemente dire ‘ci dispiace per le vittime collaterali’. Bisogna riconsiderare i mezzi, anche a costo di qualche rischio maggiore per i propri soldati.” Un’affermazione simile è stata ripresa recentemente da Thomas Friedman sul New York Times, dove ha scritto che “una guerra che si proclama moralmente superiore non può assomigliare, per brutalità, a quella del nemico che intende sconfiggere.”
Israele ha spesso sottolineato come Hamas usi ospedali, scuole e abitazioni come scudi umani, e molti analisti riconoscono la validità di questa accusa. Tuttavia, il problema non può esaurirsi in questa constatazione. La questione è se e in che modo sia possibile minimizzare i danni a civili senza vanificare gli obiettivi militari. Alcuni ex ufficiali israeliani, come il generale in pensione Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence militare, hanno suggerito che una strategia più selettiva, basata su operazioni mirate di intelligence e azioni terrestri puntuali, sebbene più rischiosa per i soldati, potrebbe portare a risultati strategici più duraturi e a una minore condanna internazionale.
Altri esperti, come il giurista Yuval Shany, ex presidente della Commissione per i diritti umani dell’ONU, hanno suggerito che Israele dovrebbe intensificare la cooperazione con attori neutrali per stabilire veri corridoi umanitari, evacuare i civili e permettere l’accesso agli aiuti. “Più che annunciare aerei che sorvolano Gaza lanciando volantini – ha dichiarato Shany in un’intervista al Haaretz – serve una comunicazione reale, efficace, non unilaterale, magari anche negoziata con mediatori terzi.”
Anche le organizzazioni per i diritti umani, pur riconoscendo la complessità della situazione, insistono sul principio di proporzionalità. Il direttore di Human Rights Watch per il Medio Oriente, Omar Shakir, ha affermato che “il fatto che Hamas violi il diritto internazionale non autorizza Israele a fare lo stesso. La distinzione tra combattenti e civili resta un dovere giuridico e morale.”
È innegabile che alcune delle misure suggerite implicherebbero un maggior rischio per l’esercito israeliano. L’uso limitato dell’artiglieria in aree urbane, la scelta di non colpire obiettivi sensibili per evitare stragi, o l’invio di truppe in operazioni complesse casa per casa, comportano un costo umano non trascurabile per gli stessi militari. Tuttavia, nel lungo periodo, tali scelte potrebbero anche rafforzare la posizione strategica e diplomatica di Israele, sia riducendo la radicalizzazione della popolazione civile palestinese sia conservando l’appoggio dell’opinione pubblica internazionale, sempre più sensibile alle immagini delle vittime civili.
Le guerre contemporanee si combattono sempre più anche sul piano morale e comunicativo. Non è sufficiente avere ragione nel principio: occorre dimostrarlo anche attraverso il proprio modo di combattere. Sul piano politico, inoltre, si potrebbe aprire un discorso di più lungo respiro. Se Israele riuscisse, anche con l’aiuto della comunità internazionale, a isolare militarmente Hamas senza distruggere l’intera struttura civile di Gaza si creerebbe forse lo spazio per un futuro governo palestinese alternativo. Un’Autorità Palestinese riformata o un’altra entità politica riconosciuta potrebbe assumere il controllo della Striscia, ponendo le basi per un processo di pace rinnovato. In questo senso, ridurre le vittime civili potrebbe essere non solo un imperativo etico, ma anche una scelta strategica, volta a rendere più percorribile una soluzione politica del conflitto.
Alla luce dell’insieme di queste osservazioni critiche non si può tuttavia non notare come tutte abbiano un punto in comune: Israele dovrebbe correre il serio rischio di sacrificare i propri soldati per rispettare un imperativo etico che i suoi nemici non rispettano, per garantirsi una migliore posizione geopolitica e lasciare aperta la prospettiva della ripresa di un processo di pace. Il rinunciare a perseguire in modo coerente e deciso questi obiettivi può accrescere il suo isolamento internazionale condannandosi in futuro a non poter vivere in pace.
Ciò di cui queste ragionevoli critiche non sembrano però tener conto è che tutto questo probabilmente Israele lo sa e che, se avesse avuto la possibilità di perseguire i proprio legittimi obiettivi militari rispettando queste indicazioni di massima avrebbe avuto tutto l’interesse a farlo. Se non lo ha fatto, allora è probabilmente perché non è in condizione di correre il rischio di perdere soldati per conseguire tali obiettivi. Israele è infatti esteso grosso modo come la Lombardia e i suoi cittadini sono circa dieci milioni, e oltre a dover fronteggiare ai propri confini alcune decine di migliaia di terroristi e islamisti che vogliono da anni la sua distruzione, è anche circondato da diverse centinaia di milioni di nemici virtuali. Il preservare la vita di ogni suo singolo soldato non è quindi un’opzione tra tante, ma un’esigenza militare vitale.
Inoltre, la scelta strategica d’Israele parte probabilmente dalla convinzione che le ragioni dell’ondata antisemita che sta crescendo in tutto il mondo occidentale dopo il 7/10/23 e che sta provocando il suo crescente isolamento non dipenda dal numero delle vittime civili e che un 10 o 20 % in meno inciderebbe poco o nulla sulla sua posizione geopolitica globale. Si tratta di una premessa forse discutibile, ma non inverosimile, alla luce della quale si può forse meglio comprendere perché l’esercito israeliano continui a preferire, come del resto tutti gli eserciti, di correre il rischio di fare più vittime civili piuttosto che più vittime tra i propri soldati.
Quest’ultima scelta è poi forse rafforzata da un’ulteriore considerazione. Sebbene a Gaza ci siano anche molti cittadini che si oppongono o che almeno vorrebbero opporsi ad Hamas, la maggioranza dei suoi abitanti sembra essere dalla sua parte, come è anche testimoniato dalle manifestazioni di giubilo che accompagnarono l’ingresso a Gaza dei corpi, spesso sanguinanti e tumefatti, degli ostaggi israeliani. Ciò che buona parte della comunità internazionale e alcuni valenti studiosi chiederebbero a Israele è in fondo di mettere a rischio la vita di qualche proprio soldato per tutelare quella di coloro che accolsero festanti i corpi già martoriati degli ostaggi dopo l’impresa del 7/10, quando si era da poco conclusa la mattanza di molti civili, donne e bambini israeliani, con il loro entusiastico corredo di stupri e torture.
Perché in fondo è questo che molti, spesso con tono indignato, chiedono a Israele, senza ipotizzare che, avendo considerato tutti i pro e contro che potevano derivargli dall’adozione di divere strategie, stia adottando solo quella che gli è parsa complessivamente migliore per garantire in futuro la sicurezza dei propri cittadini. Certo, siamo tutti liberi di considerarla sbagliata e di spiegare perché potevano esserci soluzioni migliori, ma non dovremmo arrivare a sospettare per questo l’indifferenza d’Israele per le vittime civili, perché sarebbe del tutto arbitrario attribuirgliela. Ancora oggi valgano a riguardo le parole, a un tempo esemplari e tragiche, di Golda Meir: “Potremo forse perdonare gli arabi per aver ucciso i nostri figli. Ma non potremo mai perdonarli per averci costretto a uccidere i loro.”
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Infatti, ma questo è inutile spiegarlo a chi non lo vuole ostinatamente a capire, anche se ostinatamente lo faccio, e temo inutilmente, in un’altra risposta a un altro commento.
Ma in realtà il modo per ridurre le vittime civili a Gaza è semplicissimo: basta che Israele accetti di suicidarsi e il problema è risolto.
Caro Luciano Roffi,
forse è Lei a non aver letto con attenzione il mio commento, e l’ironia che vi ha rivolto appare fuori luogo.
Non solo la mia nota non contesta l’articolo – che, anzi, ho detto esplicitamente di condividere – ma sviluppa un punto che, pur presente, resta sullo sfondo: la violazione sistematica del diritto di guerra da parte di Hamas, che combatte in abiti civili, senza distintivi né uniformi, mettendo deliberatamente in pericolo la popolazione.
Questo aspetto, a mio avviso, merita di essere sottolineato con maggiore forza, anche per evitare che si chiedano a Israele sacrifici unilaterali sul piano etico e militare, senza partire da una constatazione essenziale: chi viola le regole in modo continuativo non può beneficiarne né moralmente né politicamente.
Il mio intervento non è una confutazione dell’articolo, ma un suo completamento. Rileggerli entrambi – magari con meno fretta – potrebbe aiutare a riconoscerlo.
Sono molto contento che l’abbia apprezzato, e la ringrazio per averlo letto attentamente.?
Articolo esemplare per equanimità e chiarezza. La risposta di G.T. dimostra che ha risposto senza leggere l’articolo, o leggendone solo la prima metà. Evidentemente non lo ha letto fino in fondo, altrimenti si sarebbe accorto che le sue obiezioni erano già comprese nell’articolo
D’accordo, ma bisognerebbe chiedere (e imporre) “cosa possono fare Hamas e i gazawuiti tutti per ridurre le vittime civili a Gaza”. Due semplicissime cose: deporre le armi, e liberare gli ostaggi.
Ci tengo inoltre a sottolineare che Israele denuncia — con ragione — l’uso sistematico di scudi umani da parte di Hamas: ospedali, scuole e abitazioni trasformati in basi militari, ma che la questione non si ferma qui.
Il punto è che combattere in abiti civili, mescolandosi alla popolazione, senza uniforme né distintivi, è una palese violazione del diritto di guerra, che priva Hamas dello status di combattente legittimo e mette deliberatamente in pericolo i civili. Chiedere a Israele di “fare di più” per evitare vittime, senza partire da questo dato, è distorcere le regole e premiare chi le viola.
Esatto, la domanda dovrebbe essere anche invertita, ma questo non interessa i buoni, che danno per scontato che la colpa sia di Israele. Come Pizzaballa. I buoni non hanno dubbi, sanno. Così forse è meglio dedicarsi a coltivare i dubbi di chi almeno qualche dubbio c’è l’ha.