Regno Unito
Il pericoloso precedente della superingiunzione per coprire l’Afghan Leak
Era il 2022, uno degli anni più turbolenti nella storia politica recente del Regno Unito: tre Primi Ministri – Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak – e altrettanti rimpasti di governo. In mezzo a quel caos istituzionale, un ufficiale del Ministero della Difesa commise un


Era il 2022, uno degli anni più turbolenti nella storia politica recente del Regno Unito: tre Primi Ministri – Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak – e altrettanti rimpasti di governo. In mezzo a quel caos istituzionale, un ufficiale del Ministero della Difesa commise un errore che si sarebbe trasformato in uno scandalo di proporzioni inimmaginabili: l’invio di una e-mail a destinatari errati rese accessibili le informazioni personali di quasi ventimila collaboratori delle forze britanniche in Afghanistan che richiedevano il trasferimento nel Regno Unito per motivi di sicurezza. La lista era poi comparsa in una pagina di Facebook.
Non si trattava soltanto di un caso clamoroso di negligenza amministrativa, ma di un’emergenza nazionale. I dati compromessi riguardavano agenti dell’intelligence, personale militare e interpreti afghani: figure esposte al rischio di rappresaglie da parte dei talebani. Per contenere la diffusione della notizia, il governo conservatore ricorse a una superingiunzione – un provvedimento giudiziario che vieta non solo la pubblicazione delle informazioni riservate, ma anche la menzione stessa dell’esistenza dell’ingiunzione perfino al parlamento. Nel frattempo, istituì un programma d’emergenza: l’Afghan Response Route (Arr), per facilitare i rimpatri delle persone a rischio, portandone nel Regno Unito circa 4500. La superingiunzione è rimasta in piedi fino allo scorso 15 luglio, quando il ministro della Difesa laburista John Healey ha annunciato la sua rimozione.
Il caso ha sollevato più di un interrogativo – non solo sulle scelte del governo conservatore, ma anche sulle tempistiche di quello laburista, che ha atteso un anno prima di revocare la superingiunzione. Se infatti questi provvedimenti non sono rari nel Regno Unito, vengono solitamente richiesti da figure pubbliche per proteggere aspetti della propria vita privata, come relazioni extraconiugali, scandali familiari e controversie personali. Una superingiunzione imposta da un governo per insabbiare un proprio errore, e mantenuta dal successivo esecutivo all’insaputa del Parlamento, è un’altra questione.
Le motivazioni, da entrambe le parti, sono formalmente legittime. Per i Conservatori, l’urgenza era contenere il danno: con la vita di migliaia di persone a rischio, imporre il silenzio alla stampa era un male necessario per guadagnare tempo e tentare di mettere in salvo i collaboratori afghani. Per i Laburisti, si trattava di valutare i margini di rischio prima di rimuovere il divieto e affrontare le ricadute politiche di una fuga di notizie avvenuta due anni prima del loro insediamento (e di cui non avevano, inizialmente, tutti i dettagli).
Al di là della legittimità (e persino della necessità) di occultare una fuga di notizie per garantire l’incolumità di soggetti a rischio, resta il dato politico più spinoso: due governi di fazioni opposte, per un arco di tempo prolungato, hanno fatto ricorso a uno strumento eccezionale come la superingiunzione, mantenendolo attivo senza alcun coinvolgimento parlamentare. Un precedente inquietante, che apre interrogativi sulle possibili derive dell’esecutivo e sulla capacità delle democrazie occidentali di bilanciare sicurezza e trasparenza.
In questo caso, si è trattato di un uso motivato della superingiunzione, ma qual è la soglia della legittimità di una tale operazione? A che punto, in futuro, i governi potrebbero spostare l’asse e motivare una tale decisione per agire oltre la linea del processo democratico?
Se uno strumento nato per proteggere la sfera privata di individui diventa uno scudo istituzionale, allora ciò che è in gioco non è solo l’equilibrio tra stampa e Stato, ma quella tra esecutivo e l’idea stessa di trasparenza e responsabilità.
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