Politica italiana
Da Aldo Capitini a Giuseppe Conte: la bizzarra parabola del pacifismo italiano
L’alba del nuovo movimento pacifista in Italia vide simbolicamente la luce il 24 settembre 1961. In quel giorno si svolse la prima “Marcia per pace e la fratellanza fra i popoli” da Perugia ad Assisi. Ideata e organizzata da Aldo Capitini, intendeva unire tra loro il


L’alba del nuovo movimento pacifista in Italia vide simbolicamente la luce il 24 settembre 1961. In quel giorno si svolse la prima “Marcia per pace e la fratellanza fra i popoli” da Perugia ad Assisi. Ideata e organizzata da Aldo Capitini, intendeva unire tra loro il verbo del gandhismo e le tre culture storiche del pacifismo novecentesco: socialcomunista, cattolica e radicale.
Dalle lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, poi introdotta per legge nel 1972, fino al sostegno dei movimenti no global nel passaggio del secolo, la sua stella polare è sempre stata la stessa: tutte le guerre sono l’altra faccia di un capitalismo “cieco e disumano”. Per altro verso, è un imperativo categorico scongiurare “la minaccia nucleare incombe sul pianeta”. Già, ma chi è oggi che minaccia? Il suo nome non viene mai pronunciato. D’altra parte, si può credere sul serio che, cedendo al ricatto di un tiranno, costui diventerebbe più indulgente? Accadrebbe esattamente il contrario, e i paesi che hanno conosciuto il tallone dell’Urss lo sanno bene.
“Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza, è un principio presente già nel Digesto di Giustiniano (533). E ’accettato da ogni ordinamento giuridico e da ogni dottrina morale, tranne dalle dottrine della nonviolenza. Con una sua interpretazione perfino estensiva, è stato accolto anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto nel 1992 da Giovanni Paolo II come espressione del magistero conciliare. “Opus iustitiae, pax” (Isaia 32,17) era il suo motto episcopale. E, poiché la pace può nascere solo dalla giustizia, papa Wojtyla arriverà a dire che “ci sono casi in cui la lotta armata è un male inevitabile a cui, in circostanze tragiche, non possono sottrarsi neanche i cristiani (Omelia sulla Heldenplatz di Vienna, 10 settembre 1983).
Dal canto suo, un campione del pensiero laico come Norberto Bobbio, anche negli anni in cui denunciava con angoscia la corsa agli armamenti nucleari, ricordava che “pacifismo non è soltanto invocare la pace, pregare per la pace, dare testimonianza di volere la pace […]. Questo è il pacifismo etico-religioso, che si ispira consapevolmente all’etica delle buone intenzioni.
Opporre la nonviolenza assoluta in ogni forma, anche la più piccola, di violenza. Offrire l’altra guancia. Meglio morire come Abele che vivere come Caino. Non è più possibile distinguere guerre giuste da guerre ingiuste. Tutte le guerre sono ingiuste. [Ma] non è forse vero che l’impotenza dell’uomo mite finisce per favorire il prepotente? In una situazione in cui, per osservare il principio della nonviolenza tutti gli stati fossero disposti a gettare le armi, l’unico che si rifiutasse di farlo diventerebbe il padrone del mondo” (“Il problema della guerra e le vie della pace”, prefazione alla quarta edizione, il Mulino 1997).

La concezione della nonviolenza di Gandhi, a cui si riferiva il filosofo torinese, ha ricevuto nel corso del tempo interpretazioni disparate. Fu accolta con entusiasmo, oltre che da Capitini, da Giorgio La Pira. Fu invece liquidata come utopica da Jean Paul Sartre e Franz Fanon, e perfino come reazionaria da Herbert Marcuse. Ma di quale nonviolenza stiamo parlando? La domanda è cruciale. Il Mahatma (“Grande Anima”) ha sempre distinto la non violenza come convinzione (“non-violence as a creed”) dalla nonviolenza come scelta tattica (“non-violence as a policy”). La prima è quella del forte (o “satyagraha”), che si basa sulla ripulsa morale della violenza e che richiede audacia, abnegazione, disciplina e una fede profonda nella bontà della propria causa. La seconda è quella del debole (o resistenza passiva), a cui ricorre chi non si sente abbastanza risoluto da impugnare le armi.
Quest’ultima, a sua volta, non va confusa con la nonviolenza del codardo, frutto di pura vigliaccheria o di meschini interessi egoistici. Nonostante -scrive nella sua Autobiografia- “la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione” (AliRibelli Edizioni, 2019). In tal senso, la posizione di Gandhi, come aveva ben intuito Marco Pannella, che pure assunse come simbolo dei radicali la sua effigie, non può essere identificata con il pacifismo assoluto di Lev Tolstoj, che contemplava perfino “il rifiuto di uccidere i propri simili”.
Del resto, gli faceva eco Hannah Arendt, se la pratica nonviolenta di Gandhi “si fosse scontrata con la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, il Giappone anteguerra, invece che con l’impero britannico, il suo esito sarebbe stato non la decolonizzazione, ma un massacro” (“Sulla violenza”, 1970).
Un caustico e disincantato aforisma di Giuseppe Prezzolini recita: i cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi. Nel nostro caso, i fessi sono coloro i quali ritengono che la pace non può essere il “cimitero della libertà” (Kant). I furbi sono coloro i quali asseriscono che sull’altare della pace futura può essere “sacrificata [temporaneamente] anche la libertà di un popolo” (Robespierre). Tra i fessi e i furbi oggi ci sono i “neneisti”, una terza categoria non prevista da Prezzolini.
Il termine “neneismo”, coniato da Roland Barthes, consiste nello stabilire due contrari e nel soppesarli l’uno con l’altro in modo da rifiutarli ambedue: non voglio né questo né quello. Si tratta di un procedimento magico, spiega il principe dei semiologi francese, attraverso cui si equipara quanto è imbarazzante scegliere per liberarsi di una realtà che non corrisponde ai propri pregiudizi. Dal “né con lo Stato né con le Br” di ieri al “né con la Nato né con Putin” di oggi, la nostra storia più recente è piena di neneisti.
Pallide controfigure del Romain Rolland autore, poco dopo l’inizio della Grande guerra, di Au-dessus de la mêlée (“Al di sopra della mischia”), non hanno il coraggio di assumersi la principale responsabilità che sempre Bobbio imputava agli intellettuali: quello di impedire che il monopolio della forza divenga anche il monopolio della verità. Al contrario, spesso predicano il “né di qua né di là”, ritengono che il loro compito sia quello di non sporcarsi le mani, di guardare con aristocratico disdegno i cani che si azzuffano. Sono quegli studiosi che, professandosi neutrali (come Lucio Caracciolo, per fare un nome) credono “di galleggiare sui flutti come i signori della tempesta, e sono respinti, senza che se ne accorgano, in una isola disabitata” (“Il dubbio e la scelta”, La Nuova Italia, 1993).
C’è un lontano episodio che racconta molto dell’odierno pacifismo “neneista”. Vietnam, villaggio di My Lai, 16 marzo 1968: una compagnia di fucilieri americani stermina alcune centinaia di civili inermi, soprattutto anziani, donne e bambini. I soldati si abbandonarono anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Il comandante della compagnia, il tenente William Calley, fu condannato nel 1971 ai lavori forzati a vita (pena commutata dal presidente Nixon nella detenzione in un carcere federale). Il massacro di My Lai indignò l’opinione pubblica degli Stati Uniti, che reagì con imponenti manifestazioni di massa per il ritiro delle sue truppe dai territori occupati.
La differenza tra una democrazia e una dittatura sta qui. Anche la prima può macchiarsi di crimini orrendi, ma ha gli anticorpi, a partire da una libera informazione, per contrastare il virus della violenza e dell’infamia. Ma c’è anche una differenza tra allora e adesso. Allora i pacifisti (sia socialcomunisti che cattolici) si battevano strenuamente contro l’imperialismo americano, e chiedevano come condizione della fine della guerra la resa degli aggressori. Adesso i pacifisti ( sia ex socialcomunisti che cattolici) non si battono, o si battono molto tiepidamente, contro l’imperialismo russo, e chiedono come condizione della fine della guerra la resa degli aggrediti. Insomma, fuori dai denti: il pacifismo senza se e senza (à la Giuseppe Conte, per intenderci) ma è mosso da amore per la pace, oppure da odio per l’occidente condito con abbondante tornaconto elettorale?
Sic transit gloria mundi
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Che poi in realtà Gandhi si spacciava per non violento ma in realtà si limitava a delegare la violenza in maniera da apparire santo.
Io credo che i neneisti alla Gonde (i nuovi pacifinti) siano troppo stupidi per odiare le democrazie occidentali. Odiare è pur sempre un sentimento profondo che costa impegno, fermezza e coerenza.
Essi sono alla ricerca di un tornaconto, politico ma anche economico e sarebbero disposti a vendere le loro madri pur di entrare nelle grazie dal satrapo di turno che se questo è fisicamente distante. Vergognosi è dire poco!!!
PS: ottimo articolo, grazie di esserci
Splendido pezzo, assolutamente da leggere. Congratulazioni all’autore che estendo in generale alla redazione di InOltre
Grazie davvero a nome di tutta la squadra d’InOltre. E un grazie a Michele!