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David Bowie: l’arte di trasformare tutto in arte (parte seconda)

Stile, moda e costume

David Bowie: l’arte di trasformare tutto in arte (parte seconda)

I don’t know where I’m going from here, but I promise it won’t be boring.David Bowie Il labirinto fino al Rinascimento era una struttura in cui si arrivava sempre al centro; dopo, col Manierismo, invece, il labirinto diventa il luogo della perdita, quindi esiste un labirinto che è più vicino alla

Enrico Marani27/06/2025Aggiornato 27/06/20255 min lettura1.006 parole

I don’t know where I’m going from here, but I promise it won’t be boring.
David Bowie

Il labirinto fino al Rinascimento era una struttura in cui si arrivava sempre al centro; dopo, col Manierismo, invece, il labirinto diventa il luogo della perdita, quindi esiste un labirinto che è più vicino alla nostra sensibilità e che comincia col Manierismo e col Barocco. Chesterton ha detto: noi siamo quello che noi tutti temiamo, un labirinto senza centro. 

Jorge Luis Borges

Borges fotografa bene il percorso artistico “barocco” di David Bowie e il labirinto che siamo, soprattutto oggi dove i social registrano implacabilmente la nostra assenza di coerenza, il nostro essere altro anno dopo anno, gli scritti, le fotografie, le promesse non mantenute, gli amori svaniti, le vite passate. Siamo “non lineari”: siamo quello che noi tutti temiamo, un labirinto senza centro. Forse averne consapevolezza è un passo opportuno? Lo specchio che amiamo volgere impietosamente verso gli altri per mostrare la loro nuda mancanza di centro, rovesciato su noi non dice forse nel suo riflesso esattamente lo stesso? Su (((RadioPianPiano))) oggi ci lasciamo portare da una corrente sonora che scorre in forme astratte e ipnotiche.

Riapriamo il discorso su Bowie, labirinto sonoro e creativo “senza centro”. Completeremo quanto imbastito nel primo articolo scritto per INOLTRE mesi fa e dopo aver esplorato le sue belle canzoni, affrontiamo un nuovo viaggio nel percorso artistico del Duca Bianco. Oggi esploriamo le musiche più oscure e sperimentali del suo repertorio con brani solo strumentali, soundtrack e altri reperti sepolti tra le pieghe della sua discografia. Bowie ha sempre avuto un ottimo fiuto per i musicisti che si spingevano ad esplorare i lidi più remoti dell’avanguardia, avanguardia in breve tempo riassorbita dal mainstream, che ne accoglie spesso le innovazioni.

C’è indubbiamente una stagione in cui Bowie si è interessato con particolare fervore alla musica elettronica e d’avanguardia ed è il suo periodo Berlinese, da cui escono i tre capolavori “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Com’era la situazione? Siamo nella seconda metà degli anni 70. Bowie affronta una delle sue cicliche crisi creative a cui si era aggiunta una pesante dipendenza da sostanze stupefacenti ed alcool: il nostro era ridotto ad un rottame. I testimoni raccontano di una magrezza estrema e di un uomo prossimo all’autodistruzione. Bowie fa le valigie, abbandona gli USA in fretta e furia per sfuggire alla morte ed approda nel cuore diviso in due d’Europa: Berlino.

La città si era rialzata dopo la II guerra mondiale, la caduta di Hitler, il naufragio ed il disastro. Il fervore creativo di quegli anni era un brulicare di idee e spinte innovative, caratteristiche della grande ed eterna cultura Tedesca e radicate nelle avanguardie storiche del primo ‘900. Qual posto migliore per rinascere se non in una città che appunto stava ritrovandosi? A new career in a new town.

Qualcosa fa sì che con Bowie si ritrovino altri due grandi musicisti: Brian Eno e Robert Fripp. Il primo lontano dai successi che aveva conosciuto con i Roxy Music e Fripp reduce da un lungo ritiro spirituale in un monastero alla ricerca di sè. Tre personaggi in cerca d’autore, tre moschettieri, tre peculiari momenti esistenziali. Si crea una magia, un rinascimento, che porterà a tre grandi dischi, oserei dire immortali. Ebbene in questa atmosfera prende corpo il Bowie sperimentale, strumentale, lontano anni luce dal pop e dal rock. Sono le atmosfere ora nelle mani di Mr Pian Piano all’opera per noi tra pentole e fornelli sonori.

Bowie stringe amicizia con Ralf e Florian dei Kraftwerk, ascolta Karlheinz Stockhausen e si immerge negli orizzonti infiniti della musica elettronica e ne percorre da par suo i sentieri, particolarmente in “Low” ed “Heroes”. Ne escono brani importanti che restituiscono la multidimensionalità di un artista che non si è fatto chiudere in facili cliché e mai in generi o stanche e consolatorie figure retoriche o stereotipate. Eno al mixer ed ai sintetizzatori e Fripp alla chitarra, ambedue in un impressionante stato di grazia, fanno il resto. Da “Stage” vi propongo questa “Speed of life” tratta da “Low” con Carlos Alomar a far ricami di chitarra e Bowie al synth, il tutto dal vivo (performance che trovate nel doppio “Stage”).

Bowie ha essenzialmente rifiutato per tutta la vita qualsiasi rassicurante stereotipo e maionese retorica che lo star system ama propinarci, incamminandosi con piacere verso l’ignoto, imboccando labirinti in cui si è anche perso, sia creativamente che umanamente, ma cercando con testardaggine l’araba fenice della creatività. C’è molto da imparare da questo atteggiamento, anche se chiede il coraggio di fallire, di andar oltre alla paura ed a posticce rassicurazioni.

La sperimentazione è appunto il luogo in cui tra fascinazioni ambient e interazioni tra musica elettronica ed etnica che Bowie sviluppa un approccio alla musica d’avanguardia che non è derivativo delle parallele ricerche di Brian Eno, ma accoglie sollecitazioni diverse, come i richiami al minimalismo, alle musiche rituali. alla musica etnica e con un’attenzione costante per la melodia, anche se destrutturata. Sarà la stessa attitudine che metterà in campo in alcune brillanti soundtrack come “Buddha of Suburbia”. CLICCATE QUI per scoprire un lato più oscuro di David Bowie, lontano dalle sue canzoni, tra atmosfere dilatate e sospese.

Sito ufficiale di David Bowie
Discografia
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2 pensieri su “David Bowie: l’arte di trasformare tutto in arte (parte seconda)

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