Architettura ed Urbanistica
Dal postmodernismo al supermodernismo e il futuro dell’architettura
Il futuro dell'Architettura in un pianeta sempre più globalizzato, diviso fra memoria e tecnologia, fra luoghi antropologici e “nonluoghi”. Naturale conseguenza del ragionamento svolto da Heidegger è che «gli spazi ricevono la loro essenza non dallo spazio, ma da luoghi». Infatti sono i LUOGHI a determinare


Il futuro dell’Architettura in un pianeta sempre più globalizzato, diviso fra memoria e tecnologia, fra luoghi antropologici e “nonluoghi”.
Naturale conseguenza del ragionamento svolto da Heidegger è che «gli spazi ricevono la loro essenza non dallo spazio, ma da luoghi». Infatti sono i LUOGHI a determinare gli SPAZI e non viceversa. Ad esempio: nel mondo ci sono infinite cascate di acque, da fiumi o da torrenti, piccole o enormi. Milioni di “cascate”.
Ma c’è e ci sarà sempre una sola “Casa sulla cascata”.

Fatta questa doverosa premessa, noi che viviamo ogni giorno immersi nell’architettura dobbiamo capirla e far nostro il concetto alla base dell’organizzazione dello spazio antropizzato che diventa Luogo, o anche NonLuogo. A questo proposito non mi stancherò mai abbastanza di ribadire che è l’Architettura la disciplina più completa che vive fra le arti e le scienze, poiché le comprende tutte, e, come diceva Le Corbusier, “è dappertutto”.
Il Luogo ci parla. Dice a chi lo vive dove siamo, chi ci ha vissuto prima di noi, racconta la sua storia. I concetti basilari dell’opera architettonica dell’uomo sono quelli di Vitruvio : Solidità, Utilità, Bellezza (firmitas, utilitas, venustas). Nel 1400, Leon Battista Alberti definì l’ Architetto come «colui, il quale saprà con certa, et maravigliosa ragione, et regola, si con la mente, e con lo animo divisare: sì con la opera recare a fine tutte quelle cose, le quali si possono con grande dignità accomodare benissimo allo uso de gli uomini.»
Ecco come sono nati i nostri luoghi. Spazi antropizzati costruiti per l’Uomo, e si badi bene, non solo in Italia o in Europa, ma in tutto il mondo. Questo principio universale chiama “genius loci” e rappresenta l’espressione della memoria di quel luogo.
E queste basilari caratteristiche adattate agli spazi di ogni continente ci parlano, tanto che ognuno di noi sa perfettamente collocare anche istintivamente l’immagine di un Luogo ma non di uno “spazio” generico.
Guardiamo la torre Eiffel e sappiamo di essere a Parigi. Siamo in mezzo ai trulli? Puglia.
Vedo un villaggio sul mare con le case verticali tutte colorate in modo diverso? Liguria.
Guardo la Villa Imperiale di Katsura (https://hiddenarchitecture.net/villa-katsura/) e so di guardare l’archetipo dell’architettura nipponica, anche se non l’ho mai vista prima. Una piramide mi dice che siamo in Egitto, mentre la stessa forma ma realizzata a terrazzamenti mi parla di centro-americhe. E potrei andare avanti all’infinito.

Ora invece vi potrei far vedere l’interno di un qualsiasi centro commerciale, di un “mall”, o di un aeroporto, o nei grandi uffici di una multinazionale. Dove lo collocate?
A Dubai, a Hong Kong, Tokio, o New York? In quale metropoli?
A meno di non frequentarli assiduamente, non potete rispondermi. Sono NONLUOGHI. Non vi parlano di se e della storia che hanno, vi comunicano solo la loro funzione. Sono incentrati solo sul presente, non hanno e non faranno mai storia. Sono spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso i quali non si possono decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva.
Spesso ci mettono a disagio perché sono estranianti, privi di punti di riferimento, senza cartelli indicatori chiunque vi si perderebbe. Ci fanno sentire come formiche, insetti, non individui. In altre parole, sono tutto il contrario della città storica nella quale le regole di residenza, la divisione in quartieri, delimitava lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti.

Ora assistiamo ad un altro fenomeno che è conseguenza diretta della globalizzazione in architettura. La globalizzazione, con la sua tendenza all’omologazione culturale, ha contribuito all’espansione dei non luoghi. La velocità dei trasporti, la diffusione dei media e la standardizzazione dei prodotti hanno portato a una maggiore mobilità e a una minore attenzione alle specificità locali.
Edward Relph, nel suo testo “Place and Placelessness”, descrive perfettamente questi spazi antropizzati in modo seriale, standardizzato, generici ed impersonali, che si moltiplicano nelle città surmoderne, spazi antropizzati ma privi di qualsiasi identità e significato culturale. Relph sostiene che creare luoghi autentici richieda un approccio progettuale che metta al centro la persona, le sue esperienze, la storia del luogo in cui si trova, la memoria, oltre che la pura funzionalità.
La supermodernità o ”surmodernità” non è più caratterizzata e definita dalla triade vitruviana classica ma è caratterizzata da tre figure dell’eccesso (o sovrabbondanza):
-Sovrabbondanza di avvenimenti (eccesso di tempo)
-Sovrabbondanza di spazio (eccesso di spazio)
-Individualizzazione dei riferimenti (eccesso di ego)
La difficoltà di pensare il tempo deriva dalla sovrabbondanza di avvenimenti del mondo contemporaneo. L’accelerazione della storia corrisponde a una moltiplicazione di avvenimenti il più delle volte imprevisti. In tutto questo bombardamento di notizie, dati, avvenimenti nelle società occidentali, l’individuo per sopravvivere si chiude in se stesso, si considera un mondo a parte, si propone di interpretare da se stesso e per se stesso le (troppe) informazioni che gli vengono costantemente date o che percepisce dall’esterno.
E questo gli serve per sopravvivere alla spersonalizzazione imperante.
E’ il concetto del “Io minimo”. L’uomo ha la necessità del suo “IO minimo”, affrontato nell’omonimo testo di C. Lasch.
«In un’epoca di turbamenti la vita quotidiana diventa un esercizio di sopravvivenza. Gli uomini vivono alla giornata; raramente guardano al passato, perché temono d’essere sopraffatti da una debilitante ‘nostalgia’, e se volgono l’attenzione al futuro è soltanto per cercare di capire come scampare agli eventi disastrosi che ormai quasi tutti si attendono. In queste condizioni l’identità personale è un lusso e, in un’epoca in cui incombe l’austerità, un lusso disdicevole. L’identità implica una storia personale, amici, una famiglia, il senso d’appartenenza a un Luogo. In stato d’assedio l’IO si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità. L’equilibrio richiede un io minimo, non l’io sovrano di ieri»
L’individualismo si distinse in modo significativo dal collettivismo. Nel primo, la società inizia a venire meno nel momento in cui le azioni dei singoli individui che la formano cessano di esistere. Nel secondo, la società era considerata un’entità autonoma reale e vivente a prescindere dall’individuo.
Questo è il motivo del fallimento delle società collettivistiche e anche del loro modello di edilizia (non mi azzardo a definirla “architettura” poiché non la è). Il rischio di questa deriva è quello di trasformare l’individuo, autocosciente e dotato di libero arbitrio, in unità minima di una massa, nella quale deve essere solo parte del tutto, “necessario ma non indispensabile”.
Che, lo capite bene, è un destino infausto per l’essere umano.
Noi siamo persone, individui, siamo indispensabili per qualcuno, oltre che per noi stessi.

Le periferie costruite senza un progetto urbanistico sono il tipo peggiore di NonLuogo.
In questa famosa foto di Cartier-Bresson c’è tutto il “vuoto” di umanità possibile.
Per evitare esiti tanto paradossali quanto inquietanti, non c’è che un modo: gestire.
Gestire l’urbanizzazione. Gestire e guidare il potenziamento della rete di infrastrutture connettive, dal momento che, «mentre si arrampica verso gli otto miliardi, la popolazione mondiale sta vivendo con le infrastrutture create quando ne aveva tre» .
Gestire i flussi, a partire dalle grandi migrazioni e dal turismo di massa.
L’urbanistica degli ultimi 25 secoli si è mossa a partire dall’organizzazione romana dell’urbe, basata su due vie principali di percorrenza, il “cardo” (da nord a sud) ed il decumano (da est a ovest), che si incrociano nel centro della città, il Foro.
Da questa impostazione base sono poi sorti tutti gli sviluppi urbanistici che hanno portato la città ad essere l’insieme di luoghi e riferimenti nello spazio. Alle radici dell’idea stessa di città ci sono la polis e la civitas. La polis è l’appartenenza mentre la civitas è l’insieme delle regole, le leggi, per la concordia e la pax della convivenza. Le città sono costituite da Viali, Corsi e Piazze, che ospitano Municipio, Tribunali,Teatri, luoghi di culto, e poi Biblioteche, Musei, Mercati e Commercio, oltre e più delle case. Il tessuto urbano è costituito da punti di riferimento precisi, i LUOGHI. L’importante è che, piccoli o grandi che siano, i nuovi luoghi della contemporaneità siano percorsi da un’identificabile traccia culturale e identitaria su cui operare innovazione nei modelli, nelle metodologie e negli strumenti funzionali alla fruizione del territorio.
(https://www.cct-seecity.com/2014/09/renzo-piano-le-periferie-sono-la-citta-del-futuro/)
La rivoluzione telematica chiude, infine, il cerchio di questa globalizzazione.
Essa annulla, di fatto, il concetto stesso della distanza. Non è più necessario spostarsi da un luogo all’altro, se da ogni punto della terra io posso connettermi con i suoi antipodi.
Da questo momento, la stessa idea di una costellazione di luoghi perde di senso.
Lo spazio come distanza viene esaurito nei suoi limiti e diventa un qui ed ora da fruire istantaneamente. In altre parole, il mondo è divenuto un solo luogo. Niente più Chiese al centro di vari villaggi. Niente più varietà di spazi pubblici e privati. Niente più divisioni tra spazio urbano e circondario. Ora tutto questo cede il passo alla meta-città.
La meta-città è la città definitiva, vale a dire la perfetta sintesi tra l’antico ideale della città-Stato e la moderna ambizione di Stato mondiale: in altre parole, una città-mondo, una sterminata megalopoli che livella a suo interno lingue, culture e tradizioni.
Quante volte l’avete già vista, in tutte le pellicole di fantascienza, da Metropolis di Fritz Lang passando per Star Wars e Star Trek, fino a Megalopolis?

Un’esperienza non più sociale, ma social. Non più costituita da pazienti attraversamenti reciproci, bensì da relazioni furtive e simultanee. Si può, ad esempio, accedere a banche dati illimitate senza più l’onere di reperire documenti cartacei nei luoghi preposti. Si può operare in multitasking con soggetti sparsi a ogni latitudine e longitudine. Lo si può, inoltre, fare in tempo reale e senza allontanarsi di un passo dalla propria dimora. Tutto ciò lascia maturare una illusione di onnipotenza. Ma si tratta pur sempre di illusione. La persona che osservo, ad esempio, nello schermo di una videoconferenza, non è, infatti, una persona fisica, bensì solo il suo simulacro. Io posso «baciare la sua immagine, […] parlarle, bisbigliarle parole», ma rimarrà sempre «uno schermo […], una parete infrangibile fra me e lei». Per credere alla sua presenza io devo fare «un atto di fede».
Ancorché aperta, informatizzata e connettiva la meta-città rimane, insomma, un territorio ambiguo, un territorio virtuale, un luogo inafferrabile, un «nonluogo».
Oggi la digitalizzazione e la virtualità hanno reso spesso irriconoscibili e privi di gerarchia questi punti di riferimento, come del resto è andata in crisi anche l’autorità. Questo perché i movimenti populisti hanno separato l’individuo dall’autorità, introducendo una flessibilità dei mandati sociali, così che l’individuo si senta autorizzato a scegliere le proprie mete personali tra un grande numero di scelte legittime perdendo di vista la verità e i valori della convivenza civile. Il rispetto del singolo viene così sacrificato al rispetto della massa.
Il declino dell’autorità è il mutamento indotto dalla percezione che la democrazia sia solo un’apparenza priva di sostanza, è parte di uno spostamento verso uno stile manipolatorio, pluralistico ma non punitivo di disciplina sociale.
Sentendosi abbandonato dalla politica, l’individuo si crea i propri miti per colmare il vuoto dato dalla mancanza di punti di riferimento, e cade preda dei manipolatori, che si servono del falso credibile per arrogarsi una inesistente figura da Demiurgo. Nel secolo scorso di queste figure ne abbiamo avute troppe ma ancora la lezione evidentemente non è stata compresa. Ho già scritto che l’architettura e l’urbanistica sono in stretto rapporto con la politica, quindi, con questo approfondimento storico, filosofico, antropologico e politico dobbiamo poter comprendere al meglio il tema dei non luoghi e dei luoghi.
“I non luoghi restano i nodi e le reti di un mondo senza confini che sta cercando un’anima e un centro di gravità, più permanente possibile.” (W. Mariotti, direttore Editoriale DOMUS)
In una società burocratica percepita come un sistema di controllo totale, la vita quotidiana si modella secondo le strategie di sopravvivenza di chi si trovi in situazioni limite.
Le persone adottano tecniche di autogestione emotiva: apatia selettiva, disimpegno emotivo, rinuncia al passato e al futuro, riduzione della prospettiva alle necessità immediate, usando un “io” proteiforme ( muta-forma). Dare alle persone una certezza di trovare dei punti di riferimento certi e veri è una missione essenziale per non ritrovarci nel caos, e questo vale per tutti gli aspetti della vita e del vivere, dalla famiglia al lavoro, dall’educazione e dall’informazione, alla politica, alla vita nelle città.
Così come Ford, ormai più di un secolo fa, aprì una nuova pagina in ambito economico-industriale, allo stesso modo, un paio di decenni addietro, Google ha posto le basi per qualcosa di tanto dirompente quanto inquietante. Oggi altri pochi ma immensi leviatani gettano le basi per nuove irreversibili mutazioni, con i loro prodotti digitali ed i servizi: il prezzo siamo noi, sono i nostri metadati, la nostra privacy.
Pensieri, emozioni, interessi, in altre parole l’identità stessa degli utenti è estratta e rielaborata affinché possa essere in futuro orientata, manipolata.
Nella società liquida, ciò che non è effimero appare come irrealistico o velleitario.
La critica si fa superficiale, poiché la comprensione dei fenomeni lambisce la complessità, perpetua costante di tutti i temi della nostra epoca.
Il CAOS è lo strumento da sempre utilizzato dai despoti, poiché getta nell’insicurezza il popolo che, disorientato e smarrito, privato dei suoi punti di riferimento certi, poi ripone le proprie speranze nel “Demiurgo” di turno che risolva tutti i problemi e le sue incertezze.
Per questo anche l’Architettura e l’Urbanistica devono fare il loro dovere, cioè servire le persone con progetti volti a dare ambienti antropizzati confortevoli, utili e non disorientanti, con punti di riferimento ben precisi, ovvero LUOGHI.
Verrà poi il momento di affrontare un’altro tema: i Super-Luoghi.
“Ma questa è un’altra storia.”
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Grazie ancora
Uno splendido articolo in cui l’architettura è solo il punto di partenza per parlare di spazi, luoghi e non luoghi, alienazione urbana, bellezza armonica delle strutture, necessità della loro compatibilità con chi le abita, cioè noi. Bravo Riccardo Musmeci, è stata per me una lettura illuminante e necessaria.