Immigrazione e dintorni
Referendum sulla cittadinanza: il naufragio tutto italiano dell’accoglienza
La vera cartina di tornasole del fallimento italiano sulla questione immigrazione sarebbe dovuto essere un referendum sulla Bossi-Fini, la legge sull’immigrazione n.189 del 2002. Un monumento all'ipocrisia e all'incapacità di gestire un fenomeno strutturale, che dopo decenni continua a produrre frutti avvelenati: clandestinità, sfruttamento e insicurezza.



La vera cartina di tornasole del fallimento italiano sulla questione immigrazione sarebbe dovuto essere un referendum sulla Bossi-Fini, la legge sull’immigrazione n.189 del 2002. Un monumento all’ipocrisia e all’incapacità di gestire un fenomeno strutturale, che dopo decenni continua a produrre frutti avvelenati: clandestinità, sfruttamento e insicurezza. Il “sistema accoglienza” italiano non è un sistema, è un colabrodo. Un rattoppo continuo su una falla che si allarga, inghiottendo risorse e speranze.
Da trent’anni, i governi che si sono succeduti hanno evitato accuratamente di elaborare soluzioni capaci di pianificare benefici reali, sia per la nazione che per gli stessi stranieri. Nessuna visione a lungo termine, solo interventi parziali, dettati dall’emergenza o, peggio, dal calcolo elettorale. Il risultato? Un coacervo di norme che, integrando la famigerata Bossi-Fini, hanno semplicemente aggravato i problemi di convivenza, alimentato il mercato nero del lavoro e trasformato la sicurezza in un miraggio. Si è preferito il caos gestito alla pianificazione responsabile, creando un terreno fertile per lo sfruttamento e l’illegalità.
La politica italiana, priva di idee ma ricca di personaggi senza scrupoli, manovratori spregiudicati, i tanti “lago” scespiriani, rappresentanti di un mondo in cui la ragione è puro raziocinio al servizio dell’egoismo e dell’opportunismo, è riuscita a crearsi la sua miniera dalle uova d’oro nutrendo un sistema da favola.
Il denaro, in questo sistema, circola eccome. Parliamo di circa mille progetti SAI sparsi sul territorio italiano, mille centri accoglienza con circa centomila migranti formalmente beneficiari dei servizi. Che sono solo la parte del sistema che appartiene alla rete degli enti comunali. Un fiume di denaro pubblico che alimenta una macchina complessa e spesso opaca, dove il confine tra accoglienza e business si fa pericolosamente labile. Chi controlla davvero come vengono spesi questi fondi? Chi verifica l’effettiva qualità dei servizi erogati dai comuni e per loro conto dalle organizzazioni che si aggiudicano la gestione dei progetti? Domande scomode, che pochi davvero si pongono.
L’anello debole di questa catena di inefficienze ha un nome e un indirizzo preciso: il Servizio Centrale del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI). Affidato dall’ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani – dove da decenni ormai alla presidenza si alternano uomini di una e l’altra corrente del Partito Democratico – alla Fondazione Cittalia, ente che gestisce tutti i fondi di solidarietà sociale, decine di miliardi di euro. L’ufficio dovrebbe essere il garante del buon funzionamento della rete. Peccato che la realtà racconti un’altra storia. Al Servizio Centrale spettano i controlli, le verifiche, il monitoraggio delle attività e la gestione dei progetti, nonché l’indirizzo normativo. Un potere enorme, gestito in una quasi totale autonomia, in nome e per conto del “controllato”: il comune.
Ma il cortocircuito del sistema non si ferma qui. Arriva fino alle aule dei tribunali, o meglio, di quelli che pomposamente vengono definiti “tribunali speciali”. Qui si decide il destino dei ricorsi sul rilascio del permesso di soggiorno, e quindi la possibilità per un richiedente asilo di rimanere legalmente in Italia. Peccato che i “giudici” chiamati a prendere queste decisioni cruciali non siano magistrati ordinari, ma semplici avvocati “a gettone”. Professionisti spesso privi di una specifica e approfondita competenza in materia di immigrazione e diritto d’asilo. Non sorprende, dunque, che la prassi consolidata sia quella di rigettare le richieste, costringendo i migranti a un limbo infinito di ricorsi e attese. Un meccanismo perverso che ingolfa ulteriormente la giustizia e alimenta disperazione.
Infine, l’ultimo baluardo, l’istituzione scolastica, si rivela un altro clamoroso fallimento. Prendiamo i CPIA, i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti. Nati per offrire una seconda possibilità formativa agli italiani, oggi sono totalmente dedicati ai migranti. L’obiettivo dichiarato sarebbe insegnare la lingua italiana. La realtà è ben diversa: programmi didattici pensati per nativi italiani, inadeguati e inefficaci per chi proviene da contesti culturali e linguistici completamente differenti. Questi centri si trasformano così in mere “fucine di certificati”, attestati di conoscenza della lingua italiana spesso privi di reale valore, utili solo a prolungare un’integrazione che nei fatti non avviene. Si certifica una competenza linguistica fittizia, mentre si ignora la necessità di un apprendimento reale e funzionale, primo e indispensabile passo verso una vera inclusione.
Ecco allora che il vero, sacrosanto referendum avrebbe dovuto avere come oggetto lo smantellamento di questo sistema rapace è profondamente ingiusto.
L’abolizione di una legge iniqua, che non ostacola semplicemente, ma scientificamente deprime ogni prospettiva di integrazione. Una legge che nella sua totale approssimazione e insignificanza si materializza come un perfetto strumento di gestione degli interessi politici e amministrativi, particolari e di sopravvivenza della rete di potere burocratica e partitica.
E quindi si impone una vera e propria Via Crucis non solo agli immigrati, ma anche agli aspiranti cittadini italiani. Il punto non sono i tempi per ottenere un pezzo di carta chiamato “cittadinanza”, ma l’esistenza di un impianto normativo che, di fatto, apre le porte allo sfruttamento scientifico di stranieri e, di riflesso, degli stessi italiani.
Un sistema che la politica, con ipocrisia farisaica, mantiene in piedi per bieca propaganda e squallida convenienza elettorale, alimentando un circo di opportunismi, intrallazzi e vessazioni continue. Un naufragio annunciato, di cui i responsabili siedono in ambo gli emisferi parlamentari, e giù come una cascata. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che non integra, non protegge e non pianifica.
Un sistema che, dietro la retorica dell’accoglienza, nasconde un cinico meccanismo di gestione dell’emergenza, incapace di produrre benessere per chi arriva e sicurezza per chi accoglie. E ricchezza per la nazione. Un fallimento su tutta la linea, le cui conseguenze pesano e peseranno sempre di più sul futuro del Paese.
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sono stato, per motivi personali, molto vicino a questo “sistema” e ho avuto modo di osservarne i “meccanismi”: sottoscrivo parola per parola quello che ha scritto.