Stile, moda e costume
Dal progetto di un architetto visionario e immaginifico, il quartiere Coppedè a Roma
Roma è senza dubbio la città che racchiude al suo interno il maggior numero di vestigia della civiltà europea, una quantità di opere che riguardano architettura, scultura, pittura, arte sacra e profana, edilizia pubblica e privata. La parte del leone la fanno l’incredibile, e per certi



Roma è senza dubbio la città che racchiude al suo interno il maggior numero di vestigia della civiltà europea, una quantità di opere che riguardano architettura, scultura, pittura, arte sacra e profana, edilizia pubblica e privata.
La parte del leone la fanno l’incredibile, e per certi versi ancora attuale, capacità costruttiva degli antichi romani e l’immenso periodo rinascimentale in cui hanno operato geni inarrivabili dell’arte mondiale: Bernini, Borromini, Bramante, Michelangelo, Raffaello e Caravaggio, solo per citare i sommi.
Purtroppo, a parte alcune chiese, buona parte degli edifici medievali è andata perduta, perché demolita senza riguardo. Raffaello fu il primo ad accorgersi del loro valore e della necessità di preservarli, ma la morte prematura interruppe il suo impegno.
Ma anche in epoca moderna sono stati elevati edifici degni di nota, soprattutto per merito della scuola razionalista che ha tra i più noti esponenti: Piacentini, Libera, Narducci e Rava, mentre nelle arti figurative hanno operato nomi quali Giorgio de Chiruco, Mario Sironi, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Mario Mafai, Renzo Vespignani, Giulio Turcato e Antonio Vangelli.
L’architettura razionalista ha inizialmente sofferto della sua compromissione col regime fascista, oggi fortunatamente la critica ha rivalutato molte delle costruzioni pubbliche e private che vanno dal primo al secondo dopoguerra.
Solo lo scempio compiuto dalla speculazione edilizia negli anni ‘50 e ‘60 ha in parte sfigurato l’immagine della città, l’esatto contrario dei tentativi dei primi del ‘900 su impulso del sindaco Ernesto Nathan, che ha lasciato a Roma il mai troppo elogiato, ancorché poco noto quartiere di San Saba, modellato sullo stile di casette unifamiliari tra il verde di certi quartieri londinesi, città di origine del sindaco.
Ma tra i tanti insediamenti edilizi degli inizi del ‘900, oggi vi parlo del quartiere Coppedè, per due motivi. Il primo perché è caratterizzato da uno stile originale ed eclettico assolutamente fuori dagli schemi abituali della Roma dell’epoca che si stava liberando del conformismo post-ottocentesco degli architetti sabaudi, autori tra l’altro dei portici di Piazza Vittorio e Piazza Esedra (oggi Piazza della Repubblica) fuori luogo per il clima romano.
Il secondo motivo è strettamente personale e sentimentale. Ho preparato la maturità in casa di un caro amico e compagno di classe in un appartamento di via Arno, la principale strada d’accesso al quartiere, che è un complesso di edifici situato nel quartiere Trieste tra via Tagliamento, via Arno, via Ombrone, via Serchio, via Reno, via Clitunno e via Adige fino a piazza Trasimeno.
Pur non essendo strettamente tale venne chiamato quartiere dall’architetto suo ideatore e progettista da cui prende il nome, Gino Coppedè che morì prima che il complesso fosse portato a compimento.

Consiste in diciotto palazzi principali e ventisette tra palazzine e edifici, avendo per centro piazza Mincio.
La gestazione del progetto fu molto lunga e laboriosa, l’idea di edificare un nuovo insediamento urbano tra i quartieri Parioli, Trieste e Salario faceva già parte del piano regolatore del 1909 mentre era sindaco il già menzionato Ernesto Nathan.
Nel 1915 l’Ad della società Anonima Edilizia Moderna, con l‘appoggio dei finanzieri Cerruti e Boschi, affida a Coppedè la progettazione dall’insediamento nel riquadro previsto dal piano regolatore.
More solito, il progetto si incagliò tra gli ingranaggi burocratici e i rilievi della sovrintendenza all’urbanistica, ma finalmente i lavori iniziarono nel 1919 e nel ’21 vennero terminati i cosiddetti Palazzi degli Ambasciatori.
Alla morte di Coppedè nel 1927, il completamento del complesso fu affidato a Paolo Emilio André che ne seguì i dettami architettonici ispirati anche alla Roma Imperiale, dopo la richiesta della commissione edilizia in sede di approvazione del progetto di dare al quartiere un’impronta di romanità, oltre ad altri vincoli di carattere viario.
Il Quartiere è un’area unica caratterizzata da uno stile architettonico eclettico e fantasioso.
Si tratta di un’incredibile commistione di stili, principalmente Liberty e Art Déco, con elementi gotici, medievali e romano imperiali, come mostra l’abbondante uso di travertino.
Vi si accede passando sotto il grande arco a lato di Via Arno e ci si immerge in un’atmosfera fiabesca tra piazze, piazzette con la fontana al centro, edifici dai nomi fantasiosi come Palazzo degli Ambasciatori e Palazzo del Regno e villini con torri e torrette il più famoso dei quali è il Villino delle Fate, il che la dice lunga sull’atmosfera posto.
Le immagini che ho scelto esprimono più delle parole la peculiarità del luogo, un intrinseco invito per romani e turisti a visitarlo, un’altra delle mille sorprese della città eterna, che non basta una vita per conoscerla tutta.






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