Il dibattito delle idee
E se i cattolici si ritrovassero insieme nella difesa della società aperta?
Qualche giorno fa il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini ha riacceso il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica. Un passaggio sulla “scelta religiosa” ha suscitato polemiche e repliche — tra cui quella di Rosy Bindi — dividendo commentatori e mondo ecclesiale. Tra


Qualche giorno fa il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini ha riacceso il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica. Un passaggio sulla “scelta religiosa” ha suscitato polemiche e repliche — tra cui quella di Rosy Bindi — dividendo commentatori e mondo ecclesiale. Tra le diverse questioni in gioco, resta una domanda a nostro avviso oggi dirimente: è possibile che i cattolici, nel rispetto del sano pluralismo ecclesiale, si ritrovino insieme nella difesa della società aperta?
Sarà pure una semplificazione; eppure è innegabile una certa divisione nel mondo cattolico tra chi si riconosce in un profilo più “progressista” (più sensibile all’agenda sociale) e chi si colloca su un versante “conservatore” (maggiormente centrato sulla morale della persona).
La domanda, però, non è come appiattire le differenze, ma se esista un orizzonte comune: la custodia di una società aperta che garantisca dignità, pluralismo, stato di diritto e libertà di coscienza, oggi insidiata da neoimperialismi di segno diverso — dall’assertività autoritaria che promana dal vertice cinese alle torsioni illiberali occidentali connesse al trumpismo. È un terreno sul quale sensibilità diverse possono cooperare senza rinunciare alla propria identità?
Un simile orizzonte nasce da un assunto basilare della Dottrina sociale della Chiesa: la promozione di tutto l’uomo. La persona non è la somma delle sue funzioni, ma un’unità viva, materiale e spirituale insieme. La visione integrale dell’umano ricorda che il bisogno di sicurezza non esclude il bisogno di senso, che la salute del corpo non annulla la fame di verità e libertà, e che la coscienza non si alimenta di soli principi morali se la realtà sociale resta inospitale e iniqua.
Per questo lottare per un sistema economico più giusto è doveroso; allo stesso modo, è necessario difendere spazi effettivi di libertà personale e comunitaria. E viceversa: la moralità individuale non può diventare pretesto per ignorare i bisogni materiali dei più fragili. Questo tempo difficile richiede non solo di mettere insieme gli uomini per farli cooperare al bene, ma anche di mettere insieme l’uomo, senza frammentarlo per poi difendere uno solo dei pezzi
Come fare? Una distinzione concettuale tra “ultimo” e “penultimo”, mutuata con qualche modifica dal teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, può offrire una bussola. Il penultimo è l’ordine storico della convivenza — istituzioni, diritto, corpi intermedi, mercato, culture politiche — che non salva, ma custodisce; l’ultimo è l’assoluto della grazia di Dio, che riscatta la vita dell’uomo e le conferisce valore infinito.
Tradotta in chiave civile, questa distinzione impedisce due riduzioni speculari: il purismo che sacrifica le forme della convivenza in nome dell’ideale e il pragmatismo che sacrifica l’ideale sull’altare dell’utile. La società aperta è penultima: non è un idolo, ma una forma preziosa – di gran lunga preferibile ad altre – perché limita l’arbitrio, distribuisce responsabilità, rende controllabile il potere, crea spazio per la coscienza.
La responsabilità democratica chiede dunque di preservare queste forme pur senza idolatrarle: il male, purtroppo, si annida in ogni assetto politico e sociale. In un mondo attraversato da potenze aggressive e da filiere di disinformazione a queste asservite, servono strumenti terreni — alleanze per la difesa, regole per il digitale, resilienza delle infrastrutture civili, tutela della libertà religiosa e di espressione — che non sono il fine ultimo della convivenza ma il suo respiro quotidiano.
La loro qualità morale non coincide con la purezza delle intenzioni: la domanda è se, qui e ora, riducono la probabilità che la forza prevalga sul diritto, che la paura zittisca la coscienza, che l’odio colonizzi il discorso pubblico. Il baricentro è la visione integrale della persona: diritti e doveri, libertà e legami, sussidiarietà e solidarietà, pace ma anche libertà.
Un ordine civile decente non può evitare l’amore politico per i poveri e la ricerca della pace, ma tale impegno non esonera dalla difesa delle libertà che rendono umana la vita, in casi estremi anche con la forza. La ricerca di scorciatoie equivale a una diserzione dalla storia.
La strada è cercare, caso per caso, il “bene penultimo migliore” senza smarrire la rotta del bene più alto. Così progressisti e conservatori di ispirazione cristiana — per utilizzare ancora queste etichette — potrebbero forse assumere questo come un discorso comune: difendere e riformare quelle forme penultime che, con tutti i loro grandi limiti, hanno protetto la persona meglio di altre.
Non sono queste ad essere sotto attacco oggi? Non sono queste forme penultime ad essere dileggiate? Nessuno è chiamato a rinnegare le proprie priorità; tutti sono chiamati a un “patto di realtà” dal contenuto minimo ma dall’applicazione dirompente (e davvero profetica), in un mondo che, a Est come a Ovest, sembra voler imboccare tutt’altra strada.
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