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Giornalismo e deontologia. Ranucci, il marchese del Grillo dell’informazione

Media italiani

Giornalismo e deontologia. Ranucci, il marchese del Grillo dell’informazione

Un’anticipazione televisiva, una fonte ancora da verificare e un ministro della Giustizia esposto al sospetto davanti a milioni di spettatori. Il caso Ranucci-Nordio riapre il nodo più scomodo del giornalismo italiano: quando l’allusione diventa notizia e la verifica arriva, forse, dopo il danno. “Siamo sulle tracce

Carmelo Palma01/05/2026Aggiornato 30/04/20265 min lettura907 parole
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Un’anticipazione televisiva, una fonte ancora da verificare e un ministro della Giustizia esposto al sospetto davanti a milioni di spettatori. Il caso Ranucci-Nordio riapre il nodo più scomodo del giornalismo italiano: quando l’allusione diventa notizia e la verifica arriva, forse, dopo il danno.


“Siamo sulle tracce di una testimonianza molto importante che abbiamo raccolto proprio in queste ore, dove una fonte ci avrebbe detto di avere visto Nordio nel ranch di Cipriani. … È una pista che stiamo verificando, chiaramente: però è una notizia”.

Dopo il pre-scoop anticipato da Sigfrido Ranucci il 28 aprile a Cartabianca in un Paese meno intellettualmente corrotto e moralmente infetto dell’Italia da questa vicenda solo uno dei due protagonisti potrebbe uscire reputazionalmente vivo.

Invece, in Italia, è pure possibile che non succeda nulla o che a uscire morto, come in altri casi, sia il diffamato e non il diffamatore.

Non si può escludere, ovviamente, che Carlo Nordio, oltre a essere un garantista di cartone e un ministro mediocre e deludente, sia anche un inescusabile imbecille e dunque si sia precipitato a telefonare alla trasmissione di Bianca Berlinguer per smentire in diretta Ranucci, proprio dopo avere appreso di essere stato beccato, come si dice a Roma, col sorcio in bocca.

E non si può astrattamente escludere che Ranucci domenica prossima, a Report, fornisca in trasmissione prove inoppugnabili dell’affaire Nordio-Cipriani e della matrice truffaldina e criminale della grazia di cui ha beneficiato Nicole Minetti.

Ma se così non sarà, cosa di cui siamo abbastanza sicuri, è più che probabile che la carriera di Nordio proceda macchiata da questo ulteriore e non dissipato sospetto e che quella di Ranucci si fregi dell’ennesima medaglia al valore del cronista senza macchia e senza paura.

Per cosa? Per avere diffamato un ministro della Giustizia davanti a milioni di telespettatori.

Se c’è un punto su cui la giurisprudenza ordinistica, civile e penale ancora teoricamente convergono, poi ci sono le eccezioni pratiche, tra cui Ranucci, è che il diritto di cronaca presuppone la sostanziale verità del fatto e che l’ipotetica rilevanza pubblica di una notizia non verificata non ne giustifica affatto la diffusione.

Anche considerare come scriminante la verità putativa del fatto, che cioè un cronista abbia ritenuto, sbagliando, che un fatto risultato falso fosse vero e lo abbia raccontato come tale, presuppone che la malriposta fiducia nella fonte e nei riscontri del giornalista sia dipesa da un’attività di verifica erronea, ma diligente e in buona fede.

Accertare “l’attendibilità delle informazioni raccolte”, che il Codice deontologico, articolo 18, considera un dovere nel rapporto con le fonti, anche quelle riservate, non significa affatto che si possa considerare accertato ciò che sembra astrattamente possibile o verosimile, proprio in ragione del rumore di fondo attorno a un caso.

È il procedimento circolare che usa come fonte di prova esattamente la cosa da provare. Ad esempio: “Quel che dice Ranucci è vero perché… lo dice Ranucci”.

Il grande capo di Report ha detto a Cartabianca che quel che dice la fonte a proposito di Nordio va ovviamente verificato, “però è una notizia”.

Affermazione che comporterebbe, in teoria, una solenne bocciatura per gli aspiranti professionisti dell’informazione davanti alle commissioni dell’Ordine dei Giornalisti, ma da cui discende, in pratica, una grande e irresponsabile libertà di azione in deroga per Ranucci e i suoi emuli e seguaci di vario colore.

Come a dire: “Io non dico mica che Nordio è andato nel ranch di Cipriani, dico però che qualcuno dice che ci sarebbe andato e il pubblico lo deve sapere e deve sapere che io approfondirò questa storia”.

Insomma, basta dire che Nordio, secondo la fonte, avrebbe fatto una cosa che non si è in grado di verificare per fare di questa ipotesi una notizia.

Anche su questo i giudici disciplinari, civili e penali sono in teoria concordi nel ritenere che, per così dire, il condizionale non basta, cioè che una notizia falsa non cessa di essere diffamatoria, e deontologicamente censurabile, solo perché espressa in forma dubitativa, a maggior ragione in un contesto di affermazioni allusive e insinuanti.

Perché allora Ranucci può farlo impunemente? Perché ci sono i princìpi della deontologia, e della legge, ma ci sono anche i prìncipi dell’informazione, anzi i marchesi del Grillo della soperchieria televisiva, che possono fare agli altri ciò che, se fosse fatto a loro, diventerebbe un affronto da affogare nelle querele e nelle richieste di danni.


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