Politica italiana
Goffredo Bettini ovvero quando scarseggiano le idee, abbondano i valori
Ideologo, stratega, eminenza grigia, deus ex machina, ascoltato consigliere e King maker del Pd: nemmeno il cardinale Richelieu aveva collezionato in vita tanti epiteti così lusinghieri. Parlo di Goffredo Bettini, famigerato creatore del cosiddetto “modello Roma” (ma cosa sia stato, ancora non è ben chiaro), gran


Ideologo, stratega, eminenza grigia, deus ex machina, ascoltato consigliere e King maker del Pd: nemmeno il cardinale Richelieu aveva collezionato in vita tanti epiteti così lusinghieri. Parlo di Goffredo Bettini, famigerato creatore del cosiddetto “modello Roma” (ma cosa sia stato, ancora non è ben chiaro), gran tessitore di trame diplomatiche occulte e di svolte politiche clamorose. Grazie a un’abile strategia comunicativa, si è conquistato una popolarità senza pari nel gruppo dirigente del suo partito. Abbonato speciale alle interviste del Corriere della Sera, le sue lettere ai giornali (ormai più numerose di quelle di san Paolo) sono soppesate, analizzate, ponderate, valutate almeno con la stessa acribia usata dai biblisti per interpretare quelle dell’apostolo di Tarso.
Bettini non ha nessun ruolo formale a Largo del Nazareno, eppure i suoi interventi sono considerati come una specie di verbo neotestamentario, di verità rivelata. Bettini “ha dato la linea”, si sarebbe detto ai tempi del glorioso Pci. Da che cosa deriva questo suo potere mediatico? Certamente dal vuoto di idee e di cultura politica che oggi caratterizza la sinistra italiana. Non solo, però. Ha anche concorso la complicità di compiacenti opinionisti sedotti dalla sua affabulazione retorica, che -gli va riconosciuto- ha il vantaggio di essere lontana dal linguaggio grigio e burocratico con cui solitamente si esprimono, in televisione e sulla carta stampata, i vari leader e leaderini del “campo largo”.
Si pensi alla sua ultima sortita ospitata dal Foglio (27 febbraio). Di fronte a quel vero e proprio attacco di neo-oligachie imperiali alla civiltà umana a cui stiamo assistendo (e qui va bene), di fronte a una tecnica che “cosizza il mondo” (Severino e Heiddeger, e qui va male), per Bettini (come al solito) è il momento delle parole solenni, impegnative, coraggiose. Rivolte al cuore degli italiani. È il momento della ragione, ma anche della forza. Del rischio. È il momento dell’unità: “Ma io dico: mai più divisi e propongo una carta di valori comuni partendo da vita autentica e più giusta, pace, difesa comune, multilateralismo. Una carta da firmare in un luogo simbolico, come Assisi, ci permetterebbe di avere dei valori comuni e costruire la coalizione a maglie larghe”. Un luogo simbolico, perché “la sfida è mettere socialisti e cattolici su un cammino comune e in sintonia sulla lettura del mondo”.
Uniamo, insomma, chi crede e chi non crede, uniamo le loro rispettive risorse morali per dare vita a un riformismo cristiano che sappia opporsi a una realtà in cui spadroneggia il nichilismo. Un discorso tra l’oracolare e il profetico, in cui sono evidenti alcuni ritornelli del pensiero negativo e del cattocomunismo, con le loro polemiche antimoderniste e anticapitalistiche. Conte e Schlein non vanno d’accordo sulla nuova leadership americana e sull’Ucraina? Bazzeccole. “La politica sembra titanica ma è un pulviscolo, che eco possono avere i nostri bisticci di fronte alla solidità dell’infinito nulla?”.
Lo stile enfatico e ieratico di Bettini ricorda gli editoriali di Berlinguer all’epoca della solidarietà nazionale. Ma non è questo il punto. Infatti, anche questa volta non perde l’occasione per impartire ai filosofi della domenica una lezione di realpolitik: i Cinque stelle restano alleati affidabili, e poi grazie al Pd sono cambiati, hanno capito quanto sia complesso governare. Perché, sembra dire, il Pd c’è, con tutti i suoi valori: pragmatico e idealista, laico e socialista, cristiano e umanista, avverso alla rendita e alla pura logica del profitto.
Hegel era un ammiratore di Machiavelli (come Bettini, credo) di cui aveva tessuto le lodi già nell’opera giovanile sulla Costituzione della Germania. In politica era un realista (come lo è sicuramente Bettini) che sapeva quale posto dare alle chiacchiere dei predicatori quando entrano in campo gli ussari con le loro sciabole luccicanti. Forse che la maestà dello Stato, chiedeva retoricamente il filosofo tedesco nelle “Lezioni di filosofia del diritto”, “di quella ricca membratura dell’ethos in sé che è lo Stato, deve chinarsi dinnanzi a coloro che vi contrappongono la pappa del cuore, dell’amicizia e dell’ispirazione?”.
Penso che la risposta di Bettini sia scontata e, si parva licet, in questo caso lo è anche la mia. Tuttavia, la sgradevole impressione è che in questo passaggio cruciale della storia repubblicana per il Pd la posta in gioco sia, più che la salvaguardia della “salus rei publicae”, la sopravvivenza di un puro patto di potere per tornare al governo a ogni costo. L’intendenza, cioè per fare cosa, seguirà.
Posso sbagliare, beninteso, ma per le anime belle come chi scrive il Pd resta- parafrasando Winston Churchill- un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma.
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