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I dati sui salari e sulla povertà in Italia sono corretti?

Economia e Mercati

I dati sui salari e sulla povertà in Italia sono corretti?

Secondo Eurostat (Report di maggio) "in Italia più di un lavoratore su dieci tra i 18 e 64 anni, occupati per almeno la metà dell’anno sia full time sia part time, è a rischio povertà". Inoltre, nel 2024 ha dichiarato un reddito "inferiore al 60% di quello

Michele Magno05/07/2025Aggiornato 04/07/20253 min lettura605 parole

Secondo Eurostat (Report di maggio) “in Italia più di un lavoratore su dieci tra i 18 e 64 anni, occupati per almeno la metà dell’anno sia full time sia part time, è a rischio povertà”. Inoltre, nel 2024 ha dichiarato un reddito “inferiore al 60% di quello mediano pari a 12.363 euro l’anno, al netto dei trasferimenti sociali”. Si tratta del 9 per cento dei lavoratori (contro il 6,5 della Germania, il 9,3 della Polonia, il 2,8 della Finlandia e dei paesi scandinavi, l’11,3 della Spagna). 

Ora, che i salari italiani siano bassi è noto e dipende da vari fattori, a partire dalla scarsa produttività e dai modesti investimenti delle imprese: più alti nella manifattura, molto meno nei servizi, insignificanti nelle attività a elevato impiego di immigrati. Dipende, da ultimo ma non per ultimo, dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti di lavoro, che fanno fatica a recuperare anche parzialmente l’aumento dei prezzi.

Ma torniamo a Eurostat. Sono corretti i suoi dati? Nel caso delle paghe contrattuali, l’ufficio statistico dell’Ue non considera il Tfr, pari al 6,91 per cento della retribuzione, né lo 0,5% versato all’Inps per la tutela del lavoratore nei casi di fallimento aziendale. Già con questo 7,41 per cento, l’Italia risalirebbe la classifica. Non basta. Eurostat non considera i contributi sociali a carico del datore di lavoro che, da noi, sono i più alti dell’area Ocse: in media, tra contributi previdenziali per pensioni (23 per cento) e prestazioni temporanee (infortuni, maternità, malattia, disoccupazione, cassa integrazione) sono più alti di almeno 6-8 punti percentuali.

Non considera, inoltre, i contributi ai fondi pensionistici, ai fondi sanitari e a quelli per la formazione (almeno altri 3-4 punti percentuali). Né considera l’Assegno unico universale (che per chi ha un salario o reddito fino a 25 mila euro con un figlio vale oltre 2.200 euro l’anno), i tanti benefici dell’Isee come i sussidi bollette, bonus e contributi affitto e canoni. Per una famiglia con due figli questi sussidi possono superare i 500 euro al mese. Non considera, ancora, la decontribuzione (4-6 punti percentuali). 

Nel caso dei redditi dichiarati, andiamo ancora peggio. Perché, esattamente come fa Istat, non considera l’evasione fiscale, il lavoro sommerso e i falsi part-time. Considera, appunto, solo i redditi dichiarati. Tant’è che i più “poveri” sono concentrati nel lavoro autonomo, nel Mezzogiorno e nei servizi legati al turismo e alla persona, dove il “nero” spadroneggia. Ma è credibile un paese del G7 nel quale il 60 per cento della popolazione dichiara redditi tanto bassi da pagare meno del 9 per cento di tutta l’Irpef, salvo poi spendere (al lordo delle vincite) 160 miliardi nel 2024 per il gioco d’azzardo?

È credibile, poi, un calcolo della povertà assoluta e relativa basato su un campione di meno di quarantamila famiglie (su oltre 26,5 milioni), a cui si chiede di segnare su un taccuino tutte le spese sostenute mese per mese?  Ovviamente, Eurostat i suoi dati non se li inventa. Si limita a raccogliere quelli che gli fornisce l’Istat (che spesso sono semplicemente “stime”, come quelle sulla popolazione).


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