Il dibattito delle idee
Oltre la retorica sul liceo classico: cosa lega davvero latino e matematica
Negli ultimi anni si è riaccesa in Italia una discussione ricorrente: ha ancora senso studiare il latino? Alcuni lo ritengono uno strumento nobile ma obsoleto, da accantonare in favore di competenze più “spendibili”. Altri lo difendono come esercizio mentale insostituibile. La polemica ha raggiunto il suo


Negli ultimi anni si è riaccesa in Italia una discussione ricorrente: ha ancora senso studiare il latino? Alcuni lo ritengono uno strumento nobile ma obsoleto, da accantonare in favore di competenze più “spendibili”. Altri lo difendono come esercizio mentale insostituibile. La polemica ha raggiunto il suo apice mesi fa, quando diverse voci si sono confrontate anche con toni accesi: Federico Bertoni e Giulio Ferroni (per non parlare di Michele Boldrin) sostengono che non tutto ciò che è culturalmente nobile è didatticamente utile, e invitano a superare la centralità del latino, spesso difeso con argomenti identitari o classisti.
Molti altri, fra i quali Alessandro Barbero e Christian Raimo, sostengono che il latino sia un potente strumento formativo, capace di affinare il pensiero e migliorare persino le prestazioni nelle discipline scientifiche.
Quest’ultima argomentazione è stata costantemente ripetuta nel contesto del dibattito, ma quasi mai analizzata con attenzione: davvero il latino aiuta a pensare con rigore logico, al punto da migliorare le capacità matematiche?
Si cita spesso il successo accademico di molti studenti del liceo classico che, pur avendo una preparazione scientifica limitata, ottengono ottimi risultati in ingegneria, medicina o matematica all’università. Ma questo ragionamento è meno solido di quanto sembri. Intanto perché esiste una distorsione di fondo: per un’ovvia questione di prospettive occupazionali, infatti, capita molto più di frequente che un diplomato del classico si iscriva a una facoltà scientifica, piuttosto che un diplomato dello scientifico scelga lettere antiche o filologia classica. Se le discipline umanistiche offrissero sbocchi più certi e stipendi più alti, forse vedremmo anche studenti con 10 in matematica affrontare il greco antico con ottimi risultati – invece, sono casi più unici che rari.
È quindi difficile isolare la variabile formativa. Ciò che viene attribuito al latino — la presunta capacità di aprire la mente e preparare a discipline scientifiche — potrebbe in realtà dipendere da un altro fattore: una predisposizione logica preesistente. Il latino e la matematica, infatti, non sono necessariamente in rapporto di causa-effetto. Il loro legame potrebbe essere di tipo simmetrico o addirittura una correlazione spuria: non uno che prepara all’altro, ma entrambi legati a una stessa struttura cognitiva — analitica, strutturale, ordinatrice.
Prendiamo, ad esempio, questo problema di ottimizzazione a livello di fine liceo scientifico:
Un’azienda deve produrre tre dispositivi: A, B e C. Ogni unità di A richiede 4 ore macchina, 2 giorni di manodopera e 3 kg di materiale. B richiede 2 ore macchina, 3 giorni di manodopera e 2 kg di materiale. C richiede 5 ore macchina, 4 giorni di manodopera e 4 kg di materiale. Le risorse disponibili sono: 100 ore macchina, 90 giorni manodopera e 80 kg materiale. I profitti sono: A = 40 €, B = 50 €, C = 65 €. Qual è la combinazione che massimizza il profitto rispettando i vincoli?
Qui non basta conoscere le formule. Bisogna prima tradurre il testo in linguaggio matematico:
•Definire le variabili: A, B, C
•Impostare i vincoli:
4A + 2B + 5C ? 100 (ore macchina)
2A + 3B + 4C ? 90 (manodopera)
3A + 2B + 4C ? 80 (materiale)
•Definire la funzione obiettivo: P = 40A + 50B + 65C
Poi si cerca la soluzione, anche graficamente se necessario. È un processo articolato: bisogna isolare i dati, rappresentarli, riconoscere lo spazio delle soluzioni ammissibili e infine individuare quella ottimale. È un lavoro di interpretazione, astrazione, ricodifica.
Non è poi così diverso da ciò che si fa davanti a una versione di latino come questa:
Sed ego haec non in M. Tullio, neque his temporibus vereor. Sed in magna civitate multa et varia ingenia sunt. Potest alio tempore, alio consule, cui item exercitus in manu sit, falsum aliquid pro vero credi: ubi hoc exemplo per senatus decretum consul gladium eduxerit, quis illi finem statuet, aut quis moderabitur?
Qui l’ordine non è lineare. Il periodo è compatto, le subordinate si intrecciano, le implicite si nascondono sotto forme ellittiche, e il soggetto si dissolve nella struttura aforistica. Bisogna ricostruire la gerarchia logica come in un puzzle strutturale: sciogliere le subordinate, isolare la proposizione principale, ricostruire i rapporti tra concessive, avversative, relative, causali. Non è semplice traduzione, è riscrittura strutturale.
In matematica si parte da un sistema per risalire al risultato; in latino, dal verbo si risale all’architettura logica della frase. Questo non significa che il latino “prepari” alla matematica. Ma si può ipotizzare che i due ambiti rafforzino o/e sfruttino lo stesso tipo di intelligenza.
Anzi, perché non rovesciare il ragionamento? In realtà lo studio rigoroso della matematica potrebbe affinare capacità analitiche utilissime nella comprensione testuale, nella scrittura, nella filologia. Scrivere davvero bene richiede rigore logico. Molti degli strumenti che oggi usiamo per argomentare in modo efficace — classificare, distinguere, connettere — derivano da forme mentali coltivate nella logica matematica ancor più che in quella grammaticale. Eppure questa ipotesi non compare mai nel dibattito.
È lo stesso tipo di intelligenza che si ritrova altrove: nella logica filosofica, dove si traduce il linguaggio naturale in formule simboliche; nel diritto romano, con la sua architettura concettuale rigorosa; nello studio del Talmud, che spinge a costruire deduzioni ipotetiche a partire da eccezioni; nella programmazione, che usa un linguaggio formale per trasformare problemi complessi in procedure eseguibili; nella linguistica teorica, che astrae regole da un sistema apparentemente caotico; perfino negli scacchi, dove si prevede l’evoluzione di uno schema sotto vincoli rigidi.
Non è un caso, d’altronde, che nei paesi asiatici con sistemi educativi altamente selettivi – come Cina, Corea del Sud, Giappone o Singapore – le capacità logiche vengano sviluppate attraverso molteplici percorsi, non solo con la matematica. Si usano giochi strategici complessi (dal go agli scacchi), si coltiva la logica formale già nelle scuole superiori, si stimolano il pensiero astratto e la deduzione attraverso discipline non necessariamente linguistiche. In alcuni casi si insegna persino programmazione strutturata o retorica argomentativa come esercizio logico.
Questo non significa che il latino non possa avere un ruolo analogo. Ma non è l’unico metodo né necessariamente il più adatto a tutti. Come nello sport, non si allena la coordinazione solo con la scherma o il nuoto: l’importante è allenarla. Allo stesso modo, ciò che conta è che ogni scuola offra almeno un paio di discipline in grado di rafforzare la logica, l’astrazione e la strutturazione del pensiero.
Il latino può essere uno di questi strumenti – soprattutto se inserito in un contesto culturale che ne valorizza la profondità – ma non ha senso difenderlo come se fosse l’unico baluardo della razionalità. È una delle tante vie verso la stessa meta: una mente che sa distinguere, connettere, strutturare.
In definitiva, latino e matematica sono due linguaggi — uno simbolico, l’altro flesso — che esercitano la capacità di scomporre, ordinare e riformulare. Non ha molto senso affermare che uno “serve” all’altro, come se fosse un allenamento propedeutico. È più corretto dire che attraggono — o/e allenano — lo stesso tipo di mente.
E questa forma mentis, fortunatamente, può essere coltivata anche altrove: nella filosofia, nella logica pura, nella programmazione, nella musica, nel greco antico, nella geometria. Non si tratta di difendere il latino come totem, ma di riconoscerne il valore tra gli strumenti che stimolano l’intelligenza strutturale.
Come nello sport, non tutti devono nuotare o tirare di scherma: ma tutte le scuole dovrebbero offrire almeno una disciplina che insegni a pensare con ordine.
In certi casi, brillare in uno può coincidere con brillare anche nell’altro. Ma questo non per magia. Solo per consonanza intellettuale.
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Lettura molto interessante e credo di poter confermare che “matematica e latino sono legati da una stessa struttura cognitiva — analitica, strutturale, ordinatrice”
Sono sempre stata una studentessa mediocre; in particolare avevo difficoltà con matematica e latino. Sino a quando, una mattina del terzo trimestre di terza media, mi svegliai con un’illuminazione: la matematica era diventata comprensibile, facile e persino divertente. Così come in latino la comprensione dei testi e le versioni.
È possibile che, finalmente, si fossero congiunte quelle sinapsi che permisero alla mia struttura cognitiva di completarsi e ed efficientarsi.
Il discorso in realtà è più semplice di quel che si crede (e parla contro il latino, o per lo meno contro la sua “divinizzazione”, che di fatto è solo un’eredità crociana).
Due punti principali (ce ne sarebbero ben di più, ma questi due bastano per smontare le assurdità di chi pretende che il latino sia uno strumento indispensabile).
1) Il latino sembra logico solo perché è fissato. In quanto lingua morta non si evolve più, le sue regole sono ormai fissate e immutabili. Ciò ti permette di dire con certezza se hai sbagliato o meno… ma non ti dice nulla sulla logica della lingua. Che non esiste, come in nessuna lingua. Solo che nelle lingue vive c’è evoluzione, ci sono zone grigie… non tutto è fissato nei secoli come per le lingue morte.
2) La matematica, o almeno l’aritmetica, cominci a studiarla già in prima elementare. Il latino in prima liceo (o al limite in prima media, per le scuole che vogliono mostrarsi fighe offrendo materie opzionali). Quindi quando cominci a studiare latino hai già la struttura logica che la matematica ti fornisce. Come può qualcosa che studi dopo aiutarti in ciò che già sai? Al limite è la matematica ad aiutarti per il latino, non viceversa.