Il dibattito delle idee
Il tradimento degli intellettuali lascia tutti noi un po’ più soli
C'è un certo smarrimento che si prova quando una voce che associavamo alla ragione, all'analisi e alla profondità, abdica al suo ruolo e si abbandona a un rumore di fondo indistinto, a un borborigmo viscerale che ha la forma di un post da social ma la sostanza di un'invettiva. La



C’è un certo smarrimento che si prova quando una voce che associavamo alla ragione, all’analisi e alla profondità, abdica al suo ruolo e si abbandona a un rumore di fondo indistinto, a un borborigmo viscerale che ha la forma di un post da social ma la sostanza di un’invettiva.
La recente, e apparentemente inarrestabile, deriva del professor Vittorio Emanuele Parsi sul conflitto israelo-palestinese è un caso da manuale. Cosa spinge un accademico di chiara fama, un uomo la cui professione è l’analisi geopolitica, a sostituire il pensiero complesso con lo slogan, il dubbio metodologico con la certezza della condanna?
Assistiamo a un crollo delle proporzioni storiche e logiche. L’IDF viene equiparata all’Armata Russa, due eserciti con storie, regole d’ingaggio e contesti incomparabili, uniti solo dall’etichetta di “criminali”. La tragica situazione di Gaza viene paragonata, senza alcun tremore intellettuale, alla complicità che rese possibile l’Olocausto, annullando storia e decenni di studi sulla singolarità della Shoah.
Questa non è più analisi politica, è un raptus morale che perde ogni contatto con la realtà. E come ogni ossessione, diventa totalizzante. Tutto viene risucchiato nel vortice della condanna. Un biscotto con le stelline della Barilla diventa un’allucinazione collettiva ritwittata come a simboleggiare con greve sarcasmo il complotto sionista nell’industria dolciaria.
Persino il Ponte sullo Stretto, eterno simbolo dell’incompiutezza italiana, viene riletto come un pretesto per attaccare Israele attraverso la lente delle spese NATO. Il mondo si restringe, ogni notizia diventa un martello per battere sempre sullo stesso chiodo.
Il problema non è la critica, anche la più feroce, al governo Netanyahu o alle operazioni militari israeliane. La critica è necessaria e utile alla democrazia, e Israele stessa ne è piena. Il problema è l’abdicazione al metodo. Un intellettuale, uno studioso, dovrebbe avere come primo dovere il rispetto per i fatti, la verifica delle fonti, la resistenza alla propaganda, da qualunque parte provenga.
Invece, assistiamo a un fenomeno sconcertante: personalità pubbliche e accademiche che abbracciano senza alcun filtro le veline di Hamas, che prendono per oro colato le inchieste di un singolo giornale (per quanto autorevole come Haaretz) come se fossero la verità rivelata, ignorando tutto il resto.
È un istinto, non un ragionamento. Un pregiudizio così cieco e così radicato da non necessitare più di prove, ma solo di continui pretesti per manifestarsi.
Purtroppo, Parsi non è solo. È il sintomo più visibile di una malattia che ha contagiato una parte dell’intellighenzia occidentale. Una malattia che porta a rinunciare alla fatica del pensiero critico in cambio della comoda e gratificante posizione nel coro di chi condanna. È più facile urlare al “genocidio” che analizzare una guerra complessa e asimmetrica. È più semplice trovare un unico colpevole, un capro espiatorio, che ammettere le responsabilità di tutti gli attori in campo.
Quando chi vive di conoscenza e dovrebbe insegnare il valore della verità baratta il suo rigore per un like o per l’applauso della propria bolla ideologica, il danno è enorme. Non tradisce una posizione politica. Tradisce la conoscenza stessa. E lascia tutti noi un po’ più soli, un po’ più poveri, a chiederci a chi credere, ora che anche i maestri hanno smesso di studiare.
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Grazie mille davvero ??
Alessandro
Clap clap clap clap clap mi sono permesso di invitarlo su X a sfogarsi: cosa diavolo gli fecero gli israeliani quando fu giù al confine libanese? Magari, se ne parla, sta meglio. Lui e noi che l’avevamo tanto apprezzato.
Salve Gino.
Infatti.
Cari saluti
Alessandro
Davvero incomprensibile sostenere l’Ucraina ed accanirsi contro Israele.
Il professor (ahimè) Parsi non capisce che la libertà dell’Occidente si difende (al netto
degli errori) sotto le mura di Kyiv e di Gerusalemme.
Ipotizzerei una disfunzione bipolare.
Beh, proprio proprio recente non direi… Mi permetto di proporre qui l’inizio di un mio post di un po’ più di tre anni fa, cioè prima degli eventi seguiti al 7 ottobre.
COME FARE PER NON ESSERE UN CIARLATANO [ossia per garantirti il plauso generale]
Istruzioni per l’uso.
1. Devi chiamarti Vittorio Emanuele Parsi.
2. Devi odiare Israele più di quanto tu odi assassini pedofili mafiosi terroristi messi insieme, e non perdere occasione per dimostrarlo.
3. Devi riuscire a sparare in tre minuti più fregnacce (e falsità, e inesattezze – per usare un eufemismo – storiche, e contorcimenti che neanche la migliore contorsionista mondiale) che qualunque comune mortale medio in otto anni.
4. Non obbligatorio ma estremamente utile: esseve un fighetto che pavla con la boccuccia stvetta che fa tanto tanto avistocvatico.
PS: Haaretz autorevole?! Ma dove? Ma quando? Lo sa che qualcuno lo ha definito “l’organo di hamas in lingua ebraica”? E sa perché? Perché qualcuno di hamas ha dichiarato di sentirsene pienamente rappresentato. Tra Amira Hass e Gideon Levy – per citare solo i principali masnadieri – hanno messo giù invenzioni di una fantasia da fare concorrenza alla Rowling.
Analisi lucidissima in cui mi ritrovo al 100%. E ciò che ne deriva è un profondo senso di solitudine
Grazie per il commento.
Cari saluti
Alessandro
Grande dispiacere vedere Parsi nelle attuali condizioni psicofisiche.
Mentre si può obbligarsi a non leggerne più i “borborigmi” filorussi e iraniani, si può ricordarne con affetto e non poca nostalgia la passata e sempre obiettiva brillantezza intellettuale.
Grazie Valerio per il suo commento.
Cari saluti
Alessandro