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Il doppio standard per Israele è una fitta di dolore

Israele

Il doppio standard per Israele è una fitta di dolore

La cosa che più mi affascina (in modo perverso) dell’ostilità contro Israele è che la si direbbe ad un primo sguardo figlia della nostra incapacità di rassegnarci come in passato ai tragici bilanci civili dei conflitti, di reggerne non tanto gli inevitabili costi umani, ma il

Emma Zaira05/07/2025Aggiornato 04/07/20254 min lettura723 parole
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La cosa che più mi affascina (in modo perverso) dell’ostilità contro Israele è che la si direbbe ad un primo sguardo figlia della nostra incapacità di rassegnarci come in passato ai tragici bilanci civili dei conflitti, di reggerne non tanto gli inevitabili costi umani, ma il loro dispiegarsi sui nostri schermi, h24.

Come se ci avessero disinstallato il file che fino a qualche anno fa ci faceva dire, di ogni guerra che scoppiava lontano “oh, hai visto, c’è la guerra, poveracci”, con l’attitudine rassegnata di chi sa che questa malattia umana cronica ogni tanto si riacutizza e presenta il conto. Si direbbe che siamo diventati irremovibili, nel momento in cui quei conti diventano corpi visibili e smembrati, appena pixelati, corpi che non ci permettono di guardare altrove. Abbiamo tracciato il nostro limite, abbiamo detto “così, no”.

Non vogliamo sentire ragione, non ci interessano i pro, i contro, le questioni territoriali, geopolitiche, le istanze di sovranità o sicurezza: non ci cale di nulla se non di interrompere quel flusso di morte che ci chiama in causa come se da noi, dalla nostra indignazione, dipendesse il frenarne l’impeto. Stagnare l’emorragia.

Non siamo tenuti a capire, capire fiaccherebbe il nostro spirito, dobbiamo invece impedire. E per impedire dobbiamo additare, biasimare e giudicare. Condannare. Ma anche condannare, qui viene il bello, è un qualcosa che prende tempo. Qualsiasi commesso di tribunale ve lo può dire, mentre cammina tra alte pareti di faldoni, nella costante paura che gli franino in testa: i giudici, quelli sono. E le giornate sempre 24 ore durano…

questo è l’esatto punto in cui quell’irremovibilità si incrina, si fessura, diventa permeabile: la selezione. Non abbiamo tempo per tutti i corpi che chiedono giustizia. E non tutti atterrano sulla nostra timeline con la stessa forza, facendo lo stesso rumore.

Alcuni planano dolcemente, avvolti in sudari di link che non apriremo mai, mentre su altri clicchiamo come tanti pianisti drogati.

Come scegliamo i morti a cui non sappiamo dire di no? Quali sono i criteri per cui certi faldoni finiscono in alto tra le ragnatele, mentre altri trovano sempre la strada della scrivania? Chi sono i commessi che pungolano, orientano la scelta, ci sussurrano all’orecchio “dotto” ci starebbe sempre quella pratica…”

Ci starebbe sempre quella pratica della Palestina.

Mai archiviata, sempre rimessa in cima alla pila della nostra attenzione, a scapito di cento altre.

E quindi no, non è vero che abbiamo forgiato la pietà nella fermezza: basta vittime civili. Danni collaterali, sto cazzo, arrangiatevi, organizzate un fight club di diplomatici, inventatevi qualcosa ma non se ne può più di vedere morire la gente, soprattutto bambini.

Magari fosse.

No, la spettacolarizzazione continua del dolore non ci ha resi divinamente sordi a tutto quel comprendere che spianerebbe la strada all’accettare. È vero piuttosto che, crudelmente, scartiamo all’ingresso. Non sono i costi umani delle guerre a orientare la nostra bussola, ma i ricavi. Gli incassi morali. La profittevole, remunerativa immagine di noi che proiettiamo sugli altri nel momento in cui puntiamo la fiche della pietà sui morti più meritevoli e virtuosi, più spendibili, più cool, soprassedendo sugli invisibili.

A una seconda occhiata, quell’avversione che pareva nascere da un rifiuto irrazionale, universale, e dunque nobile, dei mezzi con cui un paese – qualunque paese – si dice costretto a difendersi, sembra in realtà piuttosto un rigetto dei suoi stessi fini di autoconservazione, dal momento che non solo i morti di quel paese non hanno generato sgomento e indignazione duraturi, persistenti, ma persino i suoi corpi vivi, feriti e imprigionati nei tunnel nessuno ormai li ricorda o menziona più.

Fantasmi che sfiorano la coscienza solo un attimo, confinati dentro un’obiezione o un distinguo (ostaggi o prigionieri?) con tanti, troppi “ma” a fargli da carcerieri.


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