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I Paradossi dell’ONU e la negazione dei suoi stessi principi fondativi

Nazioni Unite

I Paradossi dell’ONU e la negazione dei suoi stessi principi fondativi

L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce nel 1945 con una promessa ambiziosa: garantire la pace, la cooperazione tra gli Stati e il rispetto dei diritti umani. Nel 1948, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, questa promessa diventa parola scritta, nero su bianco. Ma a oltre settant’anni

Gustavo Micheletti28/06/2025Aggiornato 27/06/202512 min lettura2.423 parole

L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce nel 1945 con una promessa ambiziosa: garantire la pace, la cooperazione tra gli Stati e il rispetto dei diritti umani. Nel 1948, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, questa promessa diventa parola scritta, nero su bianco. Ma a oltre settant’anni di distanza, s’impone un dubbio: l’ONU sta davvero difendendo quei diritti o li sta, paradossalmente, svuotando di senso?

Alla base dell’ONU c’è un principio fondamentale: l’eguaglianza sovrana tra gli Stati. Ogni Paese, che sia una democrazia liberale o una qualsiasi dittatura ha diritto di parola e di un voto all’Assemblea Generale. Si tratta dunque di un sistema concepito per mantenere la pace ma che, nella pratica, spesso finisce per equiparare regimi oppressivi, che in taluni casi hanno pure diritto di veto, e governi rispettosi delle libertà fondamentali.

È questa l’essenza di una tesi sempre più discussa: l’uguaglianza formale tra Stati moralmente e istituzionalmente diseguali finisce per minare la centralità dei diritti umani. Come si può parlare di libertà quando il voto di uno Stato che permette la tortura, l’eliminazione degli avversari politici e la persecuzione delle minoranze vale quanto quello di uno che, oltre a non fare nulla di tutto questo, tutela la libertà di stampa, di religione e di espressione?

Il problema diventa evidente quando si guarda alla Dichiarazione del 1948. Gli articoli 18 e 19, in particolare, sanciscono il diritto alla libertà di pensiero, coscienza, religione, opinione ed espressione. Ma proprio questi articoli, se presi sul serio, dovrebbero imporre una distinzione radicale tra democrazie e dittature. Senza libertà di parola e di coscienza, non esiste opposizione; senza opposizione, non esiste pluralismo; e senza pluralismo, si è fuori dalla democrazia. Chi sopprime questi diritti non può vantare gli stessi diritti di chi li preserva e rispetta.

L’ONU non opera questa distinzione. Al contrario, accoglie tutti gli Stati – anche quelli che calpestano sistematicamente i diritti – senza giudizi sul loro ordinamento interno. Il risultato? Una parità che, invece di promuovere la libertà e la giustizia, finisce per mascherare e assecondare la mancanza di libertà e di giustizia. Siamo quindi di fronte a una parità che crea anzi una disparità, perché qualsiasi governo non debba rendere conto del proprio operato a un popolo che rappresenta ha anche un vantaggio significativo rispetto a chi deve invece tenerne conto, dato che quest’ultimo deve operare su due fronti, uno esterno e uno interno, commisurando la propria azione politica alla sua opinione pubblica e alle critiche dei partiti di opposizione.

Se nel contesto del diritto internazionale vige il principio dell’eguaglianza sovrana tra gli Stati, ci sono però diversi pensatori che hanno sollevato dubbi sulla legittimità morale e politica di attribuire gli stessi diritti internazionali sia alle democrazie che alle dittature.  Per esempio, Hannah Arendt, in Le origini del totalitarismo, denuncia il pericolo di trattare i regimi totalitari come legittimi partner internazionali, sostenendo che “là dove tutti hanno perso il diritto di avere diritti, la nozione stessa di umanità viene dissolta”. Il riconoscimento delle dittature, secondo la Arendt, equivale a una deresponsabilizzazione dell’ordine internazionale di fronte all’orrore.

John Rawls, nel suo Il diritto dei popoli, propone una visione multilivello della comunità internazionale, distinguendo tra popoli liberali, popoli decenti e regimi ingiusti. Solo i primi due meritano pieno riconoscimento: “i regimi ingiusti non possono rivendicare il rispetto dovuto ai popoli che rispettano i diritti umani fondamentali”.

Fernando Tesón, nel suo A Philosophy of International Law, va oltre: “I regimi che violano sistematicamente i diritti fondamentali dei loro cittadini non devono essere trattati come eguali sul piano internazionale, pena la complicità morale della comunità degli Stati”.

Vaclav Havel, l’ex Presidente della repubblica ceca, ha spesso sottolineato che la qualità morale e politica dei regimi non può essere trascurata: “I diritti umani non sono un lusso occidentale, ma un criterio di civilizzazione”: il riconoscimento internazionale non deve essere un premio al potere, ma alla legittimità etica; e anche in Italia Norberto Bobbio ammette, in Il futuro della democrazia, che l’uguaglianza giuridica non può oscurare la differenza di legittimità tra regimi, ma deve operare una distinzione tra quelli che riconoscono e tutelano i diritti fondamentali da quelli che non lo fanno.

I filosofi o sociologhi che hanno assunto in merito le posizioni più emblematiche sono però Karl Popper, Raymond Aron e Michael Ignatieff, che in modi anche molto diversi hanno avvertito forse più di altri quanto la questione fosse cruciale. Popper denuncia la “tolleranza illimitata” che distrugge la tolleranza stessa. Aron segnala la fragilità di un ordine internazionale che non distingue tra regimi e Ignatieff avverte il pericolo sotteso a una universalizzazione dei diritti in contesti dove gli Stati stessi li negano, sottolineando l’importanza di trovare un equilibrio tra la sovranità nazionale e il rispetto dei diritti umani fondamentali e riconoscendo che gli Stati hanno il diritto di proteggere i propri interessi, ma non a scapito dei diritti fondamentali delle persone.

Ne La società aperta e i suoi nemici Karl Popper contrappone la società aperta alla chiusura totalitaria e sostiene che non ci dovrebbe essere tolleranza per l’intolleranza. In quest’ottica, secondo Popper solo uno Stato che consenta pluralismo, critica razionale e un’alternanza pacifica al governo del Paese può rivendicare una vera legittimità. Le dittature – o le autocrazie come viene spesso eufemisticamente definita oggi la Russia di Putin – non rispettano questi principi, e anzi ne sono l’antitesi, e non dovrebbero pertanto godere del medesimo livello di legittimazione o trattamento politico delle democrazie. Popper considera quindi pericolosa qualsiasi forma di tolleranza verso regimi che negano le fondamentali libertà civili e politiche dei loro cittadini.

Un punto di vista che, sebbene in una prospettiva ancora liberale, può risultare per certi versi opposto alla tesi di Popper è quello di Raymond Aron, che nel suo libro Democracy and Totalitarianism identifica i regimi totalitari nei loro tratti essenziali: monopolio del partito e dell’informazione, economia statale e terrore ideologico. Tuttavia, sul piano internazionale egli distingue nettamente il giudizio morale dai criteri giuridici. Per Aron, la sovranità di uno Stato dipende dalla sua capacità di controllo effettivo sul territorio e dalla gestione della legittima forza. In altre parole, una dittatura mantiene il diritto a essere riconosciuta come Stato sovrano se esercita un potere stabile e centrale. Quest’approccio ha portato a riconoscere, ad esempio, l’Unione Sovietica di Stalin o l’Iraq di Saddam Hussein come Stati legittimi, pur in presenza di gravi violazioni dei diritti umani, poiché esercitavano un controllo forte e continuativo sul territorio.

L’analisi di Raymond Aron parte da una sorta di realismo pragmatico, per cui, pur riconoscendo (in Pace e guerra tra le nazioni, 1962) che “la sovranità non implica la legittimità” e pur sostenendo che le democrazie e le dittature non sono moralmente equiparabili, egli ritiene che una dittatura resti uno Stato se possiede poteri effettivi e che meriti comunque un riconoscimento anche se il regime è censurabile internamente; mentre Karl Popper pone invece il confine della legittimità solo nella democrazia: solo i Paesi realmente democratici dovrebbero godere del riconoscimento internazionale.

Rispetto a queste due impostazioni teoriche, Michael Ignatieff propone un approccio in un certo senso intermedio: egli riconosce la sovranità formale, ma la condiziona al rispetto dei diritti umani, offrendo la base per interventi umanitari in caso di fallimento dello Stato nei confronti dei suoi cittadini.  Discutendo il concetto di “responsabilità di proteggere”, Ignatieff sostiene infatti che la comunità internazionale ha la responsabilità di intervenire quando uno stato fallisce nel proteggere la propria popolazione da gravi violazioni dei diritti umani.

Nel suo saggio Human Rights as Politics and Idolatry, Ignatieff propone che la sovranità statuale si accompagni a un impegno concreto la difesa di tali diritti: in base alla sua visione del problema, se uno Stato viola sistematicamente i diritti dei propri cittadini, anche se formalmente sovrano, perde la propria legittimità sostanziale. Questo principio, che ha trovato applicazione nei dibattiti sull’intervento umanitario in Kosovo o in Siria, si fonda sulla convinzione che la sovranità non è soltanto un diritto, ma una responsabilità: se uno Stato non protegge i propri cittadini, la comunità internazionale può e deve intervenire. Il principio della responsibility to protect ne rappresenta l’estensione pratica.

Alla luce dell’insieme di tali posizioni, il paradosso in cui l’ONU si trova da tempo a operare è evidente: da un lato proclama dei diritti, ma non distingue, se non in modo occasionale, incerto e inefficace, chi li protegge da chi li calpesta. In nome dell’inclusività, finisce per annacquare la portata etica degli stessi diritti che intenderebbe tutelare e promuovere e così, nel tentativo di rappresentare tutti, rischia di tradire proprio i valori per cui è nata e che dovrebbero caratterizzare la sua azione politico-diplomatica.

Una domanda resta dunque aperta e urgente: può davvero esistere un ordine mondiale che tuteli i diritti fondamentali senza distinguere tra sistemi democrati e sistemi totalitari? Se gli articoli 18 e 19 vogliono ancora dire qualcosa, allora la risposta non può più aspettare, specialmente alla luce del fatto che dietro l’apparente parità di trattamento ricevuto da Stati sovrani tra loro molto diversi potrebbe celarsi addirittura una forma d’irrisione latente degli stessi principi di cui L’ONU, fin dalle sue origini, ha fatto un proprio riferimento cruciale. L’attuale criterio in vigore mette infatti sullo stesso pieno il voto o il parere di un solo individuo o di un ristretto gruppo d’individui, quali sono i dittatori e le dittature oligarchiche, con quello di chi rappresenta legittimamente una maggioranza dei propri cittadini, sminuendo e forse persino ridicolizzando, almeno in ambito internazionale, l’importanza del loro voto.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce in effetti con l’esigenza di far rispettare un principio fondante: l’uguaglianza sovrana tra tutti gli Stati membri. Ogni paese, grande o piccolo, democratico o autoritario, ha diritto di parola e un voto all’Assemblea Generale. Il suo scopo principale è quindi quello di promuovere la pace, evitare guerre e garantire la cooperazione globale, ma dopo ottant’anni dalla sua fondazione questa eguaglianza formale solleva una questione scomoda: e se fosse proprio questa regola a minacciare i diritti umani che pretende di difendere?

In realtà, come si è visto, l’equiparazione formale tra Stati che garantiscono la libertà e altri che la sopprimono finisce per svuotare di senso il valore universale dei diritti. Ogni Stato sovrano gode degli stessi diritti di qualsiasi altro. Uno è democratico e l’altro una dittatura? Hanno gli stessi diritti. In uno le minoranze e le opposizioni hanno la possibilità di esprimersi e contrastare l’azione dei rispettivi governi e nell’altro vengono incarcerate o direttamente eliminate? Hanno comunque gli stessi diritti e il loro voto conta in pari misura. In questo modo, l’ONU non tiene conto di un dettaglio fondamentale: i dittatori non rappresentano in realtà nessuno oltre se stessi e per questo, in quanto rappresentanti solo di un potere personale, non dovrebbero avere il diritto di poter votare a nome dei popoli che dicono di rappresentare.

L’equiparazione tra Paesi che tutelano le libertà fondamentali dei cittadini e altri che le sopprimono impedisce invece un rispetto coerente e organico di quei diritti che s’intenderebbe valorizzare e tutelare. Il principio “un paese, un voto” nasce da una logica di dialogo tra eguali, ma nella realtà si è spesso tradotto nella predominanza numerica di blocchi autoritari o illiberali. È il paradosso di un’organizzazione che, per includere tutti, rinuncia a distinguere chi protegge i diritti da chi li calpesta.

Eppure, chi difende il sistema ONU insiste che l’universalismo giuridico è una necessità pratica, non una benedizione morale. L’eguaglianza sovrana è il prezzo da pagare per mantenere un tavolo comune dove persino i peggiori regimi, quelli che adottano politiche imperiali procedendo a reiterati massacri di popolazioni civili, godono della stessa dignità politica degli Stati che rispettano i principi della liberal-democrazia.

In un simile contesto, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sebbene spesso tradita, rappresenta ancora un riferimento etico globale. Ma resta la domanda: può davvero esistere un ordine mondiale che tuteli i diritti fondamentali senza sanzionare in modo efficace e dirimente, per esempio privandolo per un certo periodo del diritto di voto, il Paese che tende inesorabilmente e sistematicamente a sopprimerli? La risposta è tutt’altro che semplice, perché sono in gioco gli stessi equilibri su cui si fonda la comunità internazionale e la convivenza pacifica tra i popoli; ma in fondo, cosa potrebbe succedere se la possibilità di voto fosse subordinata al requisito del rispetto di regole democratiche? I paesi governati da dittature e autocrazie lascerebbero probabilmente l’Assemblea delle Nazioni Unite e ne costituirebbero una per loro conto, e il mondo risulterebbe così diviso in due blocchi, ma in fondo, non è già così? Non stiamo assistendo, pur con l’eventuale tradimento degli Stati Uniti da mettere in conto, a una suddivisione del genere?  Non esiste già uno schieramento che vede da un lato la Russia, la Cina, la Corea del Nord e l’Iran, per citare solo le potenze maggiori, e dall’altro le democrazie occidentali?

In realtà, ciò che accadrebbe davvero è che il quadro geopolitico complessivo risulterebbe più chiaro e che ci sarebbe meno spazio per posizioni ambigue, per quei doppiogiochismi e populismi demagogici che si stanno rivelando una vera spina nel fianco delle democrazie. Ogni Stato e ogni popolo sarebbe chiamato a una presa di posizione chiara e inequivocabile e in questo nuovo scenario nulla impedirebbe di lasciare aperti dei tavoli atti a gestire le crisi geopolitiche e umanitarie più urgenti.

Oggi, viceversa, ogni volta che l’ONU assegna pari legittimità a Stati che calpestano i diritti democratici e a quelli che invece li garantiscono rischia di minare i principi stessi che intenderebbe tutelare e promuovere, con l’esito di salvaguardare in un modo solo effimero e apparente un ipotetico ordine mondiale e facendo così sorgere il sospetto che sia ormai diventato un’organizzazione obsoleta, che evita di affrontare i nodi fondamentali della nostra epoca a tutto vantaggio di autocrazie, dittature o democrature.


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6 pensieri su “I Paradossi dell’ONU e la negazione dei suoi stessi principi fondativi

  1. blogdibarbara dice:

    Dato che non ha preso i link alle risoluzioni avevo provato a metterli per intero, ma il commento non compare: evidentemente il sistema non lo consente. Comunque avendo le date, chiunque sia interessato li può reperire in rete.

  2. blogdibarbara dice:

    Tutti conosciamo le tristi e triste storie che accompagnano l’ONU, dal pane concesso a donne ragazze bambine in cambio di sesso ai miliardi di risoluzioni contro Israele e occhi chiusi nei confronti degli stati canaglia (ne ho trovata una, spettacolare, che condanna Israele per il fatto che la festa per Gerusalemme… si tiene a Gerusalemme), eccetera. Ora vorrei segnalare qui due perle che forse non tutti conoscono.
    Quando, dopo la guerra del Kippur, si giunse agli accordi di pace fra Egitto e Israele, l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni).
    Nel gennaio 1994 il generale Dallaire, comandante delle forze ONU in Ruanda, inviò a Kofi Annan, all’epoca capo delle missioni di pace dell’ONU, l’informazione che era imminente la messa in atto di un genocidio: Kofi Annan scelse di non intervenire. Tre anni e mezzo (e un milione di morti) più tardi Kofi Annan, diventato nel frattempo segretario generale dell’ONU, impedì al generale Dallaire di testimoniare in proposito (notizie reperibili nel bellissimo e agghiacciante “Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie” di Philip Gourevitch, Einaudi).

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