Propaganda propal
Il caso “Albanese” ci dice molte cose ma parla soprattutto di noi
Da quando gli USA hanno annunciato sanzioni contro la relatrice ONU per i territori palestinesi, Francesca Albanese, accusandola di campagna politico?economica contro Stati Uniti e Israele e diffusione dell’antisemitismo, abbiamo sentito ogni reazione possibile. I suoi molti sostenitori italiani ne hanno preso le parti, esaltandone il



Da quando gli USA hanno annunciato sanzioni contro la relatrice ONU per i territori palestinesi, Francesca Albanese, accusandola di campagna politico?economica contro Stati Uniti e Israele e diffusione dell’antisemitismo, abbiamo sentito ogni reazione possibile. I suoi molti sostenitori italiani ne hanno preso le parti, esaltandone il coraggio e indicandola addirittura come prossima candidata al premio Nobel per la Pace.
I suoi critici (che non sono solo negli USA, ma sparsi anche in altri Paesi), le addebitano un atteggiamento pregiudizialmente ostile ad Israele, una condotta professionale nel complesso non imparziale, rapporti poco chiari con entità vicine al terrorismo palestinese, nonché, in linea con i rilievi statunitensi, un antisemitismo di fondo e una distorsione della memoria dell’Olocausto (si vedano, ad esempio, le posizioni di Deborah Lyons, attualmente Special Envoy canadese per la lotta all’antisemitismo). Sulla vicenda si è scritto e detto di tutto e di più, le polemiche sono roventi e non credo si fermeranno a breve.
Sorprenderò il lettore, probabilmente, dicendo che non mi interessa entrare nella discussione. Non ho scritto questo breve articolo per pesare le accuse e le difese, per giudicare se vi siano o meno tracce di antisemitismo nella condotta di una persona. Non dico che non sia importante parlarne, dico che lo lascio ad altri. In questa sede mi dedico a una cosa minimale, direi quasi di contorno, e che pure mi sembra sia in realtà un elemento dal peso enorme.
Il 7 ottobre 2023, Hamas ha scatenato un pogrom di indicibile mostruosità. È stato documentato un pattern sistematico e premeditato di violenze bestiali. Tra questi stupri, stupri di gruppo, mutilazioni genitali, umiliazione e nudità forzata. L’inventario dell’orrore offre, per riportare solo una fattispecie, oggetti metallici conficcati nei genitali delle vittime. In tutto 1200 morti circa e 250 ostaggi (tra questi ultimi, le vittime sono già almeno 70, il destino degli altri rapiti è incerto).
A poche ore da questa macelleria, Francesca Albanese scriveva su sul account X: “Condanno inequivocabilmente gli attacchi contro i civili. Chiunque li lanci (gruppi armati palestinesi o forze di occupazione israeliane) commette crimini di cui bisogna rispondere. Il mio cuore è rivolto a tutte le famiglie israeliane e palestinesi colpite. La violenza di oggi deve essere contestualizzata. Quasi sei decenni di dominio militare ostile su un’intera popolazione civile (incomprensibilmente ignorato da troppe dichiarazioni ufficiali e da molti mezzi di informazione) costituiscono di per sé un’aggressione, e sono la ricetta per una maggiore insicurezza per tutti”.
Prima di tutto ciò che si è detto in questi giorni, ci sono queste parole che in pochi, mi pare, hanno richiamato. Se mentre i corpi brutalizzati delle ragazze e dei ragazzi, degli uomini, delle donne, dei bambini, degli anziani, perfino degli animali domestici, giacevano ancora a terra in un lago di sangue, la prima reazione di una professionista di alto profilo delle istituzioni internazionali è stata una dichiarazione in cui, ad una premessa di condanna generica, segue una “contestualizzazione”, in cui si richiamano “sei decenni di dominio militare” e li si indica come una condizione che aumenta “l’insicurezza di tutti”, se insomma la prima reazione è stata inserire quella furia animalesca di demoni intenti a squartare giovani che ballano e famiglie tranquille nei loro letti, nella logica di una faida di cui si vuole ricordare quale clan ha cominciato per primo, inducendo così – che lo si voglia o no ? alla minimizzazione dell’orrore di Hamas; dicevo, dunque, se la prima reazione è stata questa, in un momento storico meno moralmente compromesso del nostro, la persona in questione avrebbe perduto la propria credibilità professionale.
La cosa che mi preoccupa, dunque, alla fine, è che non sia bastato quello per ricevere una sanzione sociale. La cosa che mi preoccupa è che io, oggi, se vado in giro a dire che commettere un eccidio mostruoso, lasciare a terra delle ragazze con i genitali distrutti, è un’azione che va “inserita nel contesto”, nessuno mi dirà che sono impazzito, che si può urlare di scandalo per le vittime palestinesi senza dire queste sciocchezze, che è meglio che poso il vino e torno a casa a pensarci su.
No, se vado in giro ad affermare questo, mi dicono bravo, mi danno pacche sulle spalle, mi trattano da persona rispettabile, la mia faccia può addirittura essere celebrata sui social di partiti nazionali come fossi un “giusto tra le nazioni”, anzi di più: potrei essere candidato al Nobel per la Pace. Il caso di cui si parla, quindi, dice molto più di noi che delle Nazioni Unite, degli USA o dello stato della diplomazia internazionale con le sue beghe.
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Non è commovente in quell’atteggiamento da Madonna Addolorata?
Lo stesso atteggiamento lo ebbero le rettrici delle maggiori università americane.
La risposta unanime delle “signore” fu “bisogna contestualizzare”.
(è un caso che siano tutte donne?)
Forse Trump non ha tutti i torti ad avercela con le università.