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Il caso dei Jeans di Sydney Sweeney l’incomunicabilità tra radicalismi sordi

USA

Il caso dei Jeans di Sydney Sweeney l’incomunicabilità tra radicalismi sordi

Distogliamo per pochi minuti lo sguardo dalle tragedie che insanguinano il mondo, e parliamo del tanto contestato spot dei Jeans American Eagles con Sydney Sweeney, che almeno non sembra un argomento tanto tragico (oppure sì?). Che dire, parrebbe una quisquiglia, ma la bella bionda dalle curve

Pietro Molteni16/08/2025Aggiornato 15/08/20254 min lettura814 parole
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Distogliamo per pochi minuti lo sguardo dalle tragedie che insanguinano il mondo, e parliamo del tanto contestato spot dei Jeans American Eagles con Sydney Sweeney, che almeno non sembra un argomento tanto tragico (oppure sì?).

Che dire, parrebbe una quisquiglia, ma la bella bionda dalle curve prorompenti che si passa le mani sul fondoschiena (“ah, le belle pubblicità di una volta!”, l’avete pensato anche voi, ammettetelo) ha scatenato un putiferio sui media americani che non accenna a placarsi. Nonostante siano passate già diverse settimane dal lancio ufficiale della campagna, il tubero rimane bollente (mi si conceda la perifrasi).

I Pasolini de noantri, in modalità Ferie d’Agosto, hanno già cercato di accostare le provocazioni lanciate dallo spot al famoso slogan “Chi mi ama mi segua” dei Jeans Jesus negli anni Settanta, a cui seguì il celeberrimo, splendido articolo di Pasolini, appunto, che oggi apre le edizioni degli Scritti Corsari. Ma le domande che suscita lo spot più anti-woke degli ultimi anni sono molto più terra-terra: “La Sweeney sarà Repubblicana?”, “E’ una razzista come i suoi trumpiani genitori?”, “Che cosa penserà della crisi in Medio Oriente? E del caldo torrido?”. Andiamo oltre.

Non sono le idee politiche della signora Sweeney che decideranno le elezioni di Medio Termine, ma è il dibattito in quanto tale che merita un’occhiata più ravvicinata, e rappresenta, davvero, un interessantissimo caso di studio.

Ricapitoliamo, lo spot si concerta sui capelli biondi, gli occhi azzurri della bella attrice, e gioca con lo slogan “Sydney Sweeney has great Jeans”, dove “Jeans”, nella sua fonetica, potrebbe essere “Jeans” o “geni”. “Sydney Sweeney ha ottimi geni” perché (messaggio sottinteso ma non troppo) è bionda, bianca, popputa, con gli occhioni da Barbie, mentre i geni dei neri transgender, dei meticci con la cellulite, con quelle facce tristi di chi “non è né di qua né di là” (come diceva mia nonna) che hanno popolato gli spot negli ultimi anni sono deboli e malaticci. Questa è l’interpretazione del mondo progressista, anche di quello moderato, che vede in uno spot apparentemente innocuo l’ombra del suprematismo bianco.

Diciamola tutta: in soldoni è così. Chi scrive detesta le manie Woke, ma è indubbio che lo spot gioca volutamente con l’ambiguità della parola “Jeans” per provocare lo spettatore. E’ proprio per questo che la smentita ufficiale dell’American Eagle lascia il tempo che trova. La negazione ha avuto il risultato (probabilmente voluto anche quello) di moltiplicare la bufera, e ha visto entrare a gamba tesa pure il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, non ancora impegnato con il non meno importante summit in Alaska, che dopo le accuse allo spot come “propaganda nazista”, ha accusato i democratici equiparare ai nazisti chi è semplicemente attraente. Inutile citare repliche e controrepliche, non se ne uscirebbe vivi.

Alla luce di quest’ultimo punto, l’unica vera analisi fondata è stata quella di  Charlie Warzel sull’ “Atlantic”: “Le polemiche sulla Sweeney sono prevedibili, ma dire che si tratta di un dibattito è improprio”. Ed è proprio qui la questione. Il dibattito sullo spot con Sydney Sweeney è emblematico perché non è un dibattito. Non lo è mai stato, e non lo diventerà. È uno scontro tra posizioni che vivono in falde geologiche non comunicanti, dove non esiste una minima possibilità di confronto razionale. Nessuno dei partecipanti a questo dibattito, continua Warzel sull’Atlantic, dai blogger, ai personaggi dei media, ai politici, stanno parlando tra loro. L’autoisterismo indotto intorno alla propria singola posizione è il vero fenomeno da analizzare, in quanto “un processo per rendere le persone indignate su vasta scala”.

 L’America “lacerata al suo interno”, ed i paesi europei che non sono da meno, non si calcolano tanto sulla differenza di ricchezza tra le classi sociali, ma sull’incomunicabilità tra radicalismi sordi a chiunque altro se non a sé stessi, anche su temi banali. Pensare che alla crescita esponenziale del consenso a Trump nella città di New York sia seguita la vittoria di Zohran Mamdani alle primarie democratiche fa davvero capire quanto sia ancora lontano il miraggio di una stabilizzazione politica dove le parti in causa trovino la forza di affrancarsi dalle proprie ali estreme. Di questo passo, perché non immaginare le prossime presidenziali con Alexandra Ocasio Cortez e Steve Bannon come candidati? E non dovremmo stupirci, Sydney Sweeney ci aveva avvertiti.


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