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Il gay pride e il prezzo reale della libertà

Israele

Il gay pride e il prezzo reale della libertà

Del diritto e del dovere «Il concetto di dovere sovrasta quello di diritto, che gli è subordinato e relativo. Un diritto non efficace di per sé stesso, ma solamente in relazione all’obbligazione cui corrisponde; l’espletamento effettivo di un diritto proviene non da colui che lo possiede,

David Sayn17/06/2025Aggiornato 03/08/20257 min lettura1.465 parole
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Del diritto e del dovere

«Il concetto di dovere sovrasta quello di diritto, che gli è subordinato e relativo. Un diritto non efficace di per sé stesso, ma solamente in relazione all’obbligazione cui corrisponde; l’espletamento effettivo di un diritto proviene non da colui che lo possiede, ma dagli altri uomini che si riconoscono obbligati a qualcosa nei suoi confronti»

(Simone Weil, L’Enracinement, 1943)

Simone Weil

Al Pride di Roma dello 14 giugno scorso hanno sfilato a migliaia giovani viziati e coccolati, i più apparentemente ignari – verrebbe da pensare – del prezzo reale di quella libertà che oggi si tende a considerare acquisita, ma che in troppe parti del mondo si continua a pagare con la vita.

Tra bandiere palestinesi sventolate con disinvoltura e il cui significato ultimo, in quel contesto restava, a voler essere indulgenti, quantomeno ambiguo, si è assistito non solo a una solidarietà distorta verso chi, per statuto, reprime i diritti altrui, ma anche all’ennesima prova di un pensiero critico oramai atrofizzato, e che finisce per rendere complici proprio di coloro che disprezzano quei valori di libertà che, in teoria, si vorrebbero difendere.

Ecco, ciò che maggiormente colpiva, di quel fiume di persone accorse a una presunta celebrazione di orgoglio, di diritto, di libertà, era proprio una certa bulimica esacerbazione anzitutto del concetto di «diritto» stesso, concetto vuoto se non trasposto anche nel suo essenziale rovescio, il «dovere».

Come scrive Simone Weil, infatti, i diritti assumono significato se intimamente collegati a un dovere riconosciuto. La libertà, poi, invocata e pretesa senza sosta, come in una pantomima, non consisterebbe che nella possibilità di scelta e, aggiungerei, nel servizio a qualcosa di più grande del sé. 

Termine, questo di libertà, che in un mondo – il nostro – superficialmente senza più rischio alcuno, è sempre più svuotato di significato. Sempre la Weil, del resto, ricorda: «quando le possibilità di scelta sono così ampie da nuocere all’utilità comune, gli uomini non godono di libertà. Infatti, devono o rifugiarsi nell’irresponsabilità, nella puerilità, nell’indifferenza — rifugio in cui non possono trovare che noia — oppure sentirsi oppressi dalla responsabilità in ogni circostanza, per timore di nuocere agli altri».

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Sagi Golan aveva trent’anni il 7 ottobre 2023. Di lì a pochi giorni avrebbe dovuto sposare il suo compagno, Omer. Insieme ad altri omosessuali, era stato accolto a braccia aperte nell’IDF, l’esercito israeliano. Quella mattina, alle prime notizie del pogrom in corso, lasciò tutto per raggiungere la sua unità d’élite, offrendosi volontario. «I asked him not to be a hero», ricorda Omer, che oggi si batte per alcune modifiche legislative inerenti alle coppie gay.

Sagi Golan e Omer Ohana

Sagi cadde nello scontro con i terroristi palestinesi nella battaglia di kibbutz Be’eri, quella sera stessa, avendo contribuito, in poche ore, a mettere in salvo numerose persone. Con lui morirono altri 379 membri delle forze armate. Come molti giovani israeliani, Sagi non era «solo» un soldato. Aveva, anzitutto, una brillante vita privata e professionale; era un esperto di high-tech. Era, nella sua quotidianità, un esempio, non così raro, in verità, nella società dello Stato ebraico che dell’atto etico ha dovuto fare una necessità.  

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Al Pride, si diceva, le bandiere palestinesi spuntavano ovunque fra la folla, agitate da cantanti e soubrette sui carri, virtue signalling di rara empietà, ultima contraddizione di termini del popolo queer. Erano le bandiere di chi ha strappato Sagi Golan a Omer, di chi per mesi ha tenuto ostaggio Emily Damari che, in quanto lesbica, per sopravvivere a orrori sin troppo immaginabili, sapeva di dover anzitutto nascondere la propria identità ai rapitori.

Cos’altro è, questo cui si è assistito l’altro giorno – e innumerevoli altre volte nell’ultimo anno e mezzo – se non il parossismo del privilegio, l’assenza di qualsivoglia riflessione, lo sciocco rincorrere una moda di solidarietà mal riposta: verso i carnefici, verso chi – a torto – è dipinto come l’underdog del momento? Simboli tutti di una società che ha esaurito ogni spinta morale.

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Come per le battaglie femministe, anche quelle per i diritti civili (già portate avanti, per limitarsi all’Italia, da parlamentari e attivisti di caratura ben diversa dagli innominabili attuali) si sono trasformate nella negazione di se stesse. Anziché amare una civiltà che, dopotutto, ha permesso di fare passi di gigante nella battaglia per la parità di diritti, e battersi per quei milioni che, altrove nel mondo, di tali diritti non possiedono neanche l’ombra, si preferisce abbracciare le cause di chi, attivamente, li rinnega e perseguita. E, facendo ciò, si è addirittura presi sul serio.

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C’è però una piccola nazione in Medio Oriente dove ragazze ventenni, uomini comuni, padri di famiglia, gay e lesbiche in questi mesi – ma è così da anni, da decenni – rischiano la vita per difendere il proprio Paese, il proprio futuro. Da alcuni giorni, anche contro il Regime islamico che da quasi mezzo secolo opprime gli iraniani e d’Israele minaccia senza tregua l’esistenza. Un Regime che contro la libertà femminile e sessuale ha dichiarato, e mantiene, una perversa «guerra santa». Gli occidentali – i privilegiati, i coccolati – che ieri sfilavano con le bandiere di un popolo che di un culto di morte è al tempo stesso espressione e vittima – senza più valori schernivano così il sacrificio di chi anche per loro ha combattuto, e tuttora combatte.

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C’è un passo, nell’ultimo libro di Douglas Murray, che cattura perfettamente tale contraddizione di base, fra le principali chiavi interpretative del cortocircuito presente: «Mi colpì allora – scrive Murray – come mille volte mi era successo l’anno precedente, quanto tutto fosse capovolto. Giovani parte di istituzioni occidentali giudicavano le azioni dei loro coetanei in Israele. Lanciavano contro di loro insulto dopo insulto, riesumando ogni antico blood libel, rivisitato in chiave moderna.

Eppure, erano proprio i loro coetanei israeliani quelli a cui avrebbero dovuto guardare, non come si guarda a capri espiatori, ma come esempi. Qualunque cosa ci riservi il futuro in Occidente, [possiamo] solo sperare d’essere così fortunati da ritrovarci una generazione come quella prodotta da Israele. […] Di tutti i soldati che ho visto in guerra, nessuno traeva piacere dal proprio compito.

[…] Lo svolgevano non perché amassero la morte, ma proprio in quanto amanti della vita. Per la sopravvivenza delle loro famiglie, della loro nazione, del loro popolo. Anche i più laici fra loro sanno che lo stile di vita che la maggior parte di noi dà per scontato, tale non è. Sanno che non vi è possibilità di far festa a Tel-Aviv, di innamorarsi, di costruire una famiglia o vivere un’esistenza colma di significato, se non si è disposti a combattere per tutto questo».

«Se non si è disposti a combattere per tutto questo», opina Murray, e mi sembra una considerazione fondamentale, cui si collega una possibile spiegazione dell’occidentale disfacimento di valori, da contrastare con la solitudine, ma anche la mirabile coesione d’Israele, mai evidente come in queste ore.

Questa coesione trova forse riscontro nella definizione che di «enracinement» Simone Weil dava nel 1943, in una Londra sventrata dal Blitz. Traducibile approssimativamente con «radicamento», esso è «forse il più importante e misconosciuto bisogno dell’animo umano. […] Un essere umano ha una radice nella sua participazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che serba vivi certi tesori del passato e certi presentimenti d’avvenire. […] Ciascun essere umano ha bisogno di molteplici radici. Ha bisogno di ricevere la quasi totalità della sua vita morale, intellettuale, spirituale attraverso l’intermediazione dei milieux di cui fa naturalmente parte».

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La vera giustizia, per parafrasare ancora una volta la Weil, nasce dall’attenzione e dalla consapevolezza del dovere. I diritti non si proclamano, si meritano – nel momento in cui si riconosce quanto all’altro è dovuto, e non ciò che si pretende per sé.

Nelle coppie di opposti che, secondo il pensiero della filosofa parigina, rifulgono se armonizzati fra loro, il giusto mezzo è arrivare ad incarnare pienamente ogni contrario. Così, la libertà totale è imprescindibile da una responsabilità altrettanto totale, il diritto dall’obbligo. In questa logica si comprende la forza morale di chi, come Sagi Golan, ha scelto il dovere al posto del privilegio, il sacrificio al posto della vuota rivendicazione del sé, raggiungendo così il più alto grado di libertà.


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Un pensiero su “Il gay pride e il prezzo reale della libertà

  1. Alessandro Armaroli dice:

    È un piacere leggerlo, non senza commozione.
    L’ «enracinement» nella filigrana narrativa porta lirica, epica, eroismo verso il proprio paese.
    Il diritto non è desiderio, è il prezioso messaggio dato che si racchiude.
    Mi vengono solo alla mente le parole di Nelson a Trafalgar: « l’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere »: appartenenza alla nazione, fedeltà al giuramento che una divisa importa.

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