Il dibattito delle idee
Il giubileo del “Wokismo Esistenziale”: una riflessione personale
Mentre la stampa americana definisce il Giubileo dei Giovani a Roma come la "Woodstock italiana", una parte del nostro dibattito pubblico risponde con un'ondata di fastidio, intolleranza e, in alcuni casi, di vero e proprio odio. Le lamentele per il presunto "disturbo" e "caos" riempiono i



Mentre la stampa americana definisce il Giubileo dei Giovani a Roma come la “Woodstock italiana”, una parte del nostro dibattito pubblico risponde con un’ondata di fastidio, intolleranza e, in alcuni casi, di vero e proprio odio. Le lamentele per il presunto “disturbo” e “caos” riempiono i social media, dipingendo un quadro di invasione e degrado.
Eppure, la realtà che osservo è diversa. Ciò che vedo con i miei occhi, vivendo e lavorando ogni giorno nel cuore e ai margini di questo evento, è in netto contrasto con questa indignazione. Vedo una folla immensa, è vero, ma la vedo composta, educata, mai molesta o eccessiva. Vedo ragazzi che cantano, che pregano, che stanno insieme.
La questione, quindi, non risiede nel loro comportamento. Il vero nodo, a mio avviso, è la loro stessa esistenza, qui e ora.
Di fronte alle polemiche sul Giubileo dei Giovani, alcuni media italiani hanno offerto una spiegazione semplice: la causa di tutto sarebbe l’intolleranza degli adulti in un Paese non abituato ai giovani. Personalmente, trovo questa spiegazione fuorviante. Il nocciolo della questione è più profondo e non si può ridurre a un semplice scontro tra giovani e adulti.
C’è un paradosso che domina il nostro tempo: un numero crescente di identità, soprattutto nel mondo progressista, non si definisce più per ciò in cui crede, ma per il nemico che combatte. L’affermazione di sé non nasce da ciò che si è, ma da ciò a cui ci si oppone. E nel riflettere su questo fenomeno ho sentito la necessità di dargli un nome. Ho formulato così un’espressione che credo ne catturi l’essenza: “wokismo esistenziale”.
Ma qui, mi si potrebbe obiettare, sorge un’apparente contraddizione: come può un’ideologia che si proclama paladina dell’inclusività e dell’accettazione delle diversità fondarsi sulla condanna dell’altro? Al di là degli slogan, quello che mi interessa è il meccanismo pratico. E osservandolo, mi sorge un dubbio: siamo sicuri che questa sia un’inclusività davvero universale? Perché a me non sembra.
La mia riflessione parte da un’osservazione precisa: l’ideologia woke, per poter celebrare le “diversità” che ha scelto di proteggere, ha prima bisogno di creare un nuovo grande “Altro” da condannare. Questo “Altro” non è una diversità da accettare, ma l’incarnazione del sistema oppressivo da abbattere. Sia chiaro, non intendo criticare la corretta lotta contro le ingiustizie, ma analizzare il modo in cui questa lotta sta modellando l’identità di molti. Ciò che osservo è che, per affermare la propria esistenza, oggi sembra necessario “essere contro”. L’identità non nasce da un’affermazione di sé, ma da una perenne contrapposizione a un “sistema” percepito come ostile. A seconda dei casi, questo “Altro” può essere la tradizione occidentale, la storia riletta come cronaca di sopraffazione, la “norma” (come la famiglia tradizionale, l’eterogeneità) o, più semplicemente, chiunque non si allinei a questa visione del mondo. A questa dinamica associo una forma di “violenza” non fisica: una violenza intellettuale, che rifiuta il dialogo e polarizza il dibattito, e una violenza culturale, che si manifesta nella decostruzione sistematica di simboli e identità collettive.
L’inclusività che ne deriva è quindi selettiva: l’accettazione della diversità A (un gruppo oppresso) è resa possibile e moralmente giusta solo attraverso la condanna dell’entità B (il sistema oppressore). E la condanna di B è l’atto fondante, non l’accettazione di A.
Ne sono, appunto, esempio le critiche feroci rivolte al recente Giubileo dei Giovani a Roma. Dietro alle critiche per il presunto “disturbo”, ho letto un attacco non a un disservizio, ma al simbolo stesso: un’espressione visibile e vitale di un’identità culturale e spirituale che, per l’lo-contro, deve essere prima ridicolizzata e poi delegittimata. Vedo la stessa dinamica nel crescente antisemitismo, spesso mascherato da un antisionismo dogmatico. Lo Stato di Israele e il popolo ebraico diventano il nemico perfetto, l’incarnazione di un “potere” o di un “sistema” contro cui definire la propria presunta purezza morale, ignorando ogni complessità. Infine, penso all’abuso dell’accusa di “fascismo”. Questa parola, svuotata del suo terribile peso storico, non viene più usata per descrivere un’ideologia precisa, ma come un’arma per annichilire qualsiasi interlocutore non allineato al pensiero politicamente corretto. Essere “contro” il “fascista” che in realtà è solo chi la pensa diversamente diventa il modo più rapido e pigro per affermare la propria superiorità morale e, quindi, la propria esistenza.
Nel corso della stesura di questo testo ho poi trovato un sostegno inaspettato in una recente discussione della redazione che citava un’intervista dello scrittore Alessandro Piperno, in cui ha ricordato la tesi di Jean-Paul Sartre “è l’antisemita a creare l’ebreo” per descrivere come sia lo sguardo esterno a imporre un’identità collettiva a un individuo, chiedendogli di rispondere non per sé, ma per il “gruppo” a cui viene forzatamente associato. È esattamente il meccanismo che descrivo: l’Io-contro ha bisogno di creare un “Altro” omogeneo per poterlo condannare e, di riflesso, affermare la propria esistenza. Questa dinamica, per quanto attuale, ha radici profonde nel pensiero filosofico. Nella dialettica servo-padrone di Hegel, per esempio, si può riconoscere la dinamica di un’autocoscienza che ha bisogno di un “Altro” per potersi definire. Ma ancora più calzante, a mio avviso, è il concetto di ressentiment di Friedrich Nietzsche, dove la sua descrizione di una morale “reattiva” nasce da un “no” al mondo esterno prima ancora che da un “sì” a sé stessa.
Quando un’identità nasce da questo senso di opposizione e ressentiment, la sua energia non va nel costruire qualcosa di nuovo, ma nel demolire ciò che esiste. È una specie di violenza, ma non con le mani: è una violenza culturale, il cui obiettivo è smontare pezzo per pezzo tutto ciò che appartiene al “nemico”: i simboli, le statue, le tradizioni. È così che la storia non si studia più per capire, ma per trovare colpevoli e condannare. L’arte non si ammira più per la sua bellezza, ma si analizza al microscopio in cerca di “micro-aggressioni”. La lingua stessa diventa un campo minato, dove ogni parola può essere sbagliata e va “epurata”.
Nell’era dei social media, tutto questo diventa uno spettacolo. Per dimostrare chi sei, devi esibire pubblicamente contro cosa combatti. Si crea così una specie di gara a chi è più “puro” e radicale. Più persone “cancelli”, più cose denunci, e più valore acquisisci agli occhi del tuo gruppo. È un mercato dove la moneta di scambio è l’indignazione.
Il “wokismo esistenziale”, come lo vedo io, opera in modo simile: la sua etica si fonda sulla condanna di ciò che è “altro”, e solo di riflesso definisce sé stessa come “buona”. Questo mi porta a ritenere che un’identità costruita “contro” sia intrinsecamente fragile. Ha bisogno di un nemico costante per non collassare in un vuoto di significato. Ed è qui che trovo il pericolo maggiore. Nel tentativo di abbattere presunte strutture oppressive, si finisce per attaccare i principi di libertà di parola e di dibattito aperto che sono il fondamento della nostra società libera.
Per concludere, la mia analisi non vuole essere una condanna, ma un invito alla riflessione. Mi chiedo, e ci chiedo: un’identità che per esistere ha bisogno di negare costantemente quella altrui, cosa avrà costruito, alla fine della sua battaglia, per sé stessa?
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grazie, ho apprezzato moltissimo l’articolo, ottima analisi
Grazie ??
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Articolo lucido e implacabile, che fotografa con esattezza il clima culturale dominante.
Condivido in pieno l’analisi: l’intellettuale “woke” non si limita a predicare purezza morale, ma costruisce appartenenza tramite l’espulsione, il dileggio, l’ostracismo. Non si tratta più solo di parole: è una violenza culturale che produce effetti reali, esclude, silenzia, cancella.
Il tasso di tossicità è ormai sistemico, e la retorica manichea — costruita sull’indignazione cieca e l’ignoranza dei contesti — si autoalimenta in una spirale che prepara nuovi abusi: sociali, professionali, persino istituzionali.
Non è necessario invocare la storia, che non si ripete mai allo stesso modo; ma è lecito avvertire che siamo di fronte a una degenerazione del pensiero critico che rischia di trasformarsi in macchina inquisitoria.
Non ci salverà il silenzio.
Un articolo scritto bene da chi sa scrivere ma, non per questo, esente dalla necessità di un “Altro con cui definirsi”. E si è definito bene, introducendo nella narrazione elementi terzi che, compaiono come se fossero neutrali senza poi effettivamente esserlo. Un articolo che parla del giubileo dei giovani ma che, in realtà, fanno da contorno a concetti con cui vengono sdoganate altre realtà, date per certe nelle loro accezione migliore. Un modello di comunicazione usato da Berlusconi, cui non si puo non riconoscere intelligenza e astuzia, ma di cui evidenziare anche le molte “non verità” assunte in un mondo al contrario.
trovo che il wokismo esistenziale, così ben spiegato in questo articolo, altro non sia che l’ultima edizione riveduta e corretta dell’eterno conformismo a cui molti tendono in maniera più o meno consapevole e partecipativa.
con in più, in questa particolare versione, di quel pizzico di (falsa) trasgressione che rende il conformista organico e funzionale al potere facendogli anche credere di essere “contro il sistema”, in modo che si senta pur sempre un piccolo eroe solo a combattere le ingiustizie.
ingiustizie che è lui per primo a creare e sostenere, semplicemente spegnendo coscienza e senso critico e abbandonandosi agli slogan e al vento del momento, entusiasta, inconsapevole (?) e ottusamente convinto di essere comunque dalla parte dei buoni.
come tutti i conformisti peraltro
Commento con un numero, un titolo, un manifesto: 1984
Grazie Alessandro Tedesco per questa riflessione straordinariamente profonda. Grazie per avere dato anche una base filosofica alla comprensione di un fenomeno sociale e culturale che, in realtà, in sordina è nato e sta crescendo da molti anni. Persino da prima che i social dominassero la nostra dimensione sociale (esistevano già, naturalmente, ma non erano così “dominanti”).
Ricordo – banalmente – la vicenda professionale e umana di Giampaolo Pansa: giornalista e scrittore dallo stile vivace, straordinario; intellettualmente di sinistra (forse non massimalista, d’accordo, ma indiscutibilmente vissuto e cresciuto nell’humus della sinistra, mai abiurata); poteva piacere o non piacere, come tutti, ma era intellettualmente onesto.
Ricordo l’ostracismo decretato nei suoi confronti dalla solita “intellighenzia”, per il solo fatto di amare la ricerca storica, di avere ribadito e applicato il sempiterno principio per cui “la storia la scrivono i vincitori” (tanto vero, quanto banale), di aver osato affermare che “anche i partigiani hanno commesso nefandezze” (banalissimo contraltare dell’altro concetto che “anche il fascismo ha fatto cose buone”, ovvero il voltairiano orologio rotto). Ricordo le accuse di “berlusconismo”, di “revisionismo” (concetto su cui non gli mancò la sua solita autoironia). Persino di essere un “traditore”.
Credo che il “wokismo esistenziale” sia un elemento fondante di tutti quegli atteggiamenti culturali e filosofici che, sempre (seppure con altri nomi e altre modalità), hanno fondato i totalitarismi. I quali, a loro volta, mi appaiono null’altro che l’incarnazione in strutture politiche, di governo e militari, di ciò che Lei ha ben sintetizzato in tale concetto.
Grazie Paolo