Iran
Il queer, Teheran, il lobbista e i magnati: la piramide del ‘woke’
Immaginiamo quale arma potentissima sarebbe, per fondamentalisti islamici sfruttare il woke per minare le democrazie occidentali dall’interno e crescere intere generazioni all’odio verso l’Occidente. Immaginiamo ancora se negli USA, in Canada, in Uk e in qualche altro paese scandinavo lo stessero già facendo da anni e

Nel 2019 e nel 2022 il mondo ha assistito indifferente alle due più massicce rivolte della popolazione iraniana contro il regime islamico. Se nel 2019 le proteste erano esplose a causa della crisi economica, quelle del 2022 – scaturite in seguito all’uccisione di Mahsa Amini, rea di avere esposto qualche ciocca di capelli – non davano adito ad equivoci: milioni di giovani iraniani si ribellavano al giogo di un regime brutale; uno stato che pratica l’apartheid di genere; una cleptocrazia che, oltre che avere derubato il paese, controlla ogni aspetto della vita dei cittadini.
Innanzi a questo grido disperato di milioni di iraniani, uomini e donne, che reclamavano il loro diritto non solo alla vita e alla libertà ma alla dignità umana, ci si sarebbe aspettati l’indignazione delle forze progressiste occidentali, ovvero quelle che dell’impegno per i diritti umani hanno fatto (almeno sulla carta) la propria bandiera.
Invece, salvo qualche sporadica voce e qualche veglia di poche anime, le forze progressiste sono rimaste in silenzio. L’uccisione di migliaia di iraniani (1500 nel 2019, 500 nel 2022 a cui si sommano le circa 900 esecuzioni ogni anno prevalentemente per reati politici) non hanno suscitato alcuno sdegno; nessuna piazza gremita, nessuna marcia di centinaia di migliaia di occidentali straziati dall’ingiustizia o catturati dell’anelito alla libertà dei loro coetanei iraniani – donne pronte a farsi torturare e uccidere per una libertà fondamentale, quella di poter decidere cosa indossare; donne ed LGBTQ+ che rivendicavano proprio quei diritti dei quali i movimenti progressisti si fanno bandiera.
Niente.
La questione potrebbe essere liquidata semplicemente sulla base di un bias ideologico. Nell’ambito del matrimonio tra marxismo e Islam (di cui ho parlato in precedenza nel corso delle interviste a Mohsen Sazegara e Bahram Farrokhi) la rivolta di una popolazione pro-occidentale contro un regime islamico anti-occidentale non rientra nella narrativa e deve dunque essere al meglio ignorata, al peggio rivenduta come “manipolazione globalista”.
Tuttavia, limitarla ad una deviazione ideologica farebbe apparire l’ideologia woke come qualcosa di naturale e spontaneo. La realtà invece è ben più sinistra ed inquietante.
In una recente intervista di Antonluca Cuoco ad Alexandre Del Valle, apparsa sul giornale La Ragione, il politologo parla di una “patologia occidentale” e spiega che “se le nostre società diffondono sin da piccoli nelle classi elementari un senso di colpa e un auto-disprezzo permanente, diventa quasi impossibile mantenere un sano patriottismo, un sentimento di sopravvivenza necessario per ogni nazione che non vuol morire.”
Immaginiamo allora quale arma potentissima sarebbe, per fondamentalisti islamici sfruttare il woke per minare le democrazie occidentali dall’interno e crescere intere generazioni all’odio verso l’Occidente. Immaginiamo ancora se negli USA, in Canada, in Uk e in qualche altro paese scandinavo lo stessero già facendo da anni e quella generazione fosse già tra noi. Infine, immaginiamo se proprio i movimenti femministi ed LGBTQ+ fossero lo schermo ideale per l’infiltrazione capillare. Immaginiamo infine se quanto è avvenuto per le nostre strade dopo il 7 ottobre fosse solo la prima manifestazione di una realtà fino a quel momento soltanto nascosta.
Ecco, la realtà talvolta supera anche l’immaginazione.
In un articolo dal titolo “The Rise of “Woke” Islamism in the West”, Lorenzo Vidino scrive:
“Il wokismo, nelle sue manifestazioni, costituisce probabilmente un perfetto veicolo politico per gli islamisti. La tendenza a incolpare “l’essere bianchi” e la presunta tendenza dominante dell’uomo bianco per la maggior parte dei mali del mondo è, ad esempio, perfetta per un’ideologia come l’islamismo… Allo stesso modo, forme forti di politica identitaria corrispondono perfettamente alla rivendicazione di lunga data degli islamisti occidentali secondo cui alle comunità musulmane occidentali dovrebbe essere consentito di avere proprie strutture sociali, educative e legali separate. Se nei suoi scritti degli anni ’90 Yussuf al-Qaradawi esortava gli islamici occidentali a “avere la vostra piccola società all’interno della società più grande, a cercare di avere il vostro “ghetto musulmano”, la politica identitaria conflittuale di oggi offre agli islamisti argomenti per sostenere che i musulmani hanno bisogno di “sicurezza” spazi” per essere protetti dal “razzismo strutturale” e preservare la propria identità.”
Da un punto di vista pratico (ovvero come l’alleanza tra sinistra radicale e fondamentalismo islamico abbiano infiltrato le istituzioni fino ad indurre modificazioni strutturali nell’ambito del curriculum educativo nelle scuole americane con l’introduzione, ad esempio, del “Critical race theory”, un esempio di quello che Del Valle accennava essere il pericolo nel a creare “un senso di auto-disprezzo” fin dalle elementari) le diramazioni sono così numerose e capillari da rappresentare un labirinto. Pertanto in questo articolo mi limiterò a mostrare, attraverso un esempio particolare, come sia avvenuta tale infiltrazione grazie ad alcuni americani iraniani di seconda generazione.
Alcune settimane dopo l’attacco del 7 ottobre, nel periodo in cui le tre rettrici delle principali università americane insistevano sulla necessità di “contestualizzare” l’incitamento allo sterminio degli ebrei, mi imbattei in una docente universitaria, Sima Shakhsari, del Dipartimento di Studi di Genere, Donne e Sessualità dell’università del Minnesota, che negava gli stupri del 7 ottobre. Ad incuriosirmi furono un paio di considerazioni: la prima, che una femminista, gay, specializzata in studi di genere, fosse così apertamente pronta a negare una violazione contro delle donne; la seconda che fosse di origini iraniane.
Mi occupavo già da tempo dell’Iran ed ero entrata in contatto con abbastanza personalità iraniane da sapere che gli oppositori al regime (proprio in antagonismo ad esso) hanno in generale posizioni fortemente pro-Israele. Insomma, Sima Shakhsari, a meno di non simpatizzare per il regime, stonava con il quadro generale. Stimolata, andai a cercare alcune delle sue interviste e dei suoi scritti. Tra essi un libro dal titolo “Politics of Rightful Killing: Civil Society, Gender, and Sexuality in Weblogistan” (La politica del giusto uccidere: Società civile, genere e sessualità nel Weblogistan). Per Weblogistan si intende il fenomeno dilagante dell’uso di internet tra i giovani iraniani a partire dall’inizio del millennio. Riportiamo un estratto della presentazione che compare su Amazon: “Sebbene Weblogistan fosse un luogo efficace per alcuni iraniani per “praticare la democrazia”, è servito come un sito prezioso per gli Stati Uniti per sorvegliare i blogger ed esprimere sentimenti e politiche anti-iraniane.” In sostanza, la nostra paladina del woke riduce l’accesso degli iraniani ad internet e alle libere informazioni come ad una manipolazione degli USA.

Viene da chiedersi, se la “libertà” crea sentimenti “anti-iraniani”, a quale Iran si riferisce? quello della popolazione o quello del regime per il quale l’accesso degli iraniani alle informazioni è la più seria delle minacce?
Ma non sono le uniche occasioni in cui Sima prende posizioni apertamente pro-regime, infatti lo fa sistematicamente imputando la colpa di ogni situazione critica in Iran agli USA. Le rivolte del 2019? Colpa delle sanzioni che impoveriscono l’Iran. Il movimento Donna, Vita, Libertà? Colpa delle sanzioni e della manipolazione mediatica. Insomma, non perde mai occasione di proporre una narrativa nella quale il popolo iraniano non si ribella contro il regime islamico, bensì contro (o a causa) dell’Occidente. I suoi salti mortali logici possono solo essere interpretati all’insegna di un fanatismo ideologico che trascende nell’iper-realtà o ad una narrazione ad hoc del regime islamico che trova in una donna gay progressista, la portavoce perfetta per cercare di influenzare le politiche americane. Per esempio, Sima fa di tutto per far rimuovere le sanzioni contro l’Iran.
Per capire come la narrativa della Shakhsari si inserisca in un quadro più ampio, passiamo ora ad un’associazione in cui spesso vediamo comparire il suo nome. Si tratta del NIAC.
Se andiamo sul loro sito ci appare come un’organizzazione perfettamente legittima in difesa dei diritti umani in Iran, ma il suo scopo è un altro.

Il fondatore del NIAC è Trita Parsi, figlio di un marxista agguerrito emigrato in Svezia dopo la rivoluzione. Così Trita è cresciuto prima in Svezia e poi negli USA dove ha studiato. Come la nostra Sima, è un iraniano di seconda generazione.
Qual è il vero scopo del NIAC? Fare lobby per il regime di Khamenei promuovendo politiche che riducano la pressione occidentale. Insomma, il suo obiettivo è far rimuovere le sanzioni.
Occorre spiegare che le sanzioni sono state imposte a Teheran allo scopo di spronare il regime a ridurre le proprie misure repressive, la violazione di diritti umani e smettere di destabilizzare il Medio Oriente. Anche se inefficaci (l’Iran continua a fare come vuole) questo non significa che non facciano male (anzi, malissimo) e sanciscono che la volontà di Teheran di continuare a violare i diritti umani e sovvenzionare il terrorismo ha un prezzo. Il NIAC invece fa di tutto perché possa farlo senza ripercussioni.
Ecco allora la nostra Sima impegnatissima a diffondere il messaggio che le sanzioni sono inutili e dannose.

Naturalmente, assistiamo al paradosso di un gruppo di queer che ammiccano al regime iraniano. Quale migliore copertura di un gruppo di musulmani di seconda e terza generazione inseriti all’interno delle istituzioni universitarie americane? Persone che hanno un’influenza immensa sulle nuove generazioni, che possono creare gruppi nelle università e mobilitare le masse?

Va da sé che – da brava lobby – il NIAC supporta candidati politici per avere la propria rappresentanza istituzionale e ci tiene a specificare di non ricevere sovvenzioni né dagli USA né da Teheran (béh, certamente non ufficialmente e non direttamente…).

La sua narrativa si basa su propaganda e disinformazione. Per esempio, ai tempi del Covid Parsi e il NIAC fecero credere che in Iran la gente stesse morendo per la scarsità di medicinali ed equipaggiamento medico causato delle sanzioni. In realtà cibo, medicinali ed equipaggiamento medico sono esclusi dalle sanzioni e la crisi era dovuta al fatto che 2 miliardi destinati alla sanità erano stati spesi dall’élite per l’acquisto di beni di lusso come auto da corsa, gioielli ecc.

Trita Parsi è attivissimo su X (Twitter). Il suo mantra è sempre quello sulla rimozione delle sanzioni,


anche se ultimamente lo abbiamo visto fortemente concentrato sull’antisionismo facendo saltellare il termine “genocidio” come i popcorn da una pentola.

Gran parte della comunità americo-iraniana è ostile a Trita Parsi, tanto da avere fatto dell’esporre la connivenza con il regime la propria missione ed avere raccolto oltre 100 mila firme attestando che “il NIAC non li rappresenta”.

Alcune indagini mostrarono poi un collegamento tra NIAC ed una società in Iran attraverso corrispondenze e passaggio di fondi (aggirando le sanzioni) finalizzato alla lobby politica di Parsi, incaricato di promuovere al Congresso politiche favorevoli a Teheran.

“Il regime iraniano si sta infiltrando silenziosamente nel Congresso?” twittò Hanif Jazayeri, redattore di Free Iran sottolineando anche che molti deputati ricoprivano posizioni all’interno del NIAC. Cosa che non sorprende, visto che abbiamo già visto che il NIAC aspira alla rappresentanza istituzionale.
Ma gli aspetti inquietanti non si fermano qui. Trita Parsi è infatti anche vice-direttore del Quincy Institute, un Think Tank che promuove politiche atte ad “allontanare la politica estera degli Stati Uniti dalla guerra senza fine”. Anche il Quincy Institute opera per la rimozione delle sanzioni e durante il coronavirus spargeva disinformazione (era lo stesso Trita Parsi a twittare?).

Ora arriva il bello. Dietro al Quincy Institute troviamo nientemeno che Charles Koch (l’uomo che ben più di Trump controlla la Corte Suprema americana) e George Soros (che non credo abbia bisogno di presentazioni). Due personalità praticamente agli antipodi (ma unite dal desiderio di diminuire la sfera di influenza degli USA) che troviamo al vertice di una piramide alla cui base ci sono i “queers for Palestine”, ovvero la sintesi del woke.
È questo punto che ci fermiamo (almeno per il momento) per riprendere il fiato.

Leggi anche:
Link di riferimento:
https://mesana.org/awards/awardee/mesa-book-awards/sima-shakhsari
https://www.hudson.org/node/44718
https://twu.edu/sociology/featured-news/shakhsari-to-discuss-unrest-in-iran-at-cas-global-event
https://threadreaderapp.com/thread/1762967419419570267.html?utm_campaign=topunroll
https://twitter.com/Samar_Iran/status/1135585305791279108?s=20
https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/quincy-trita-parsi-soros-koch-armin-rosen
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Diciamo che stanno operando come il regime di Putin in occidente, creando delle quinte colonne a loro favore sotto le vesti di persone che sembrano liberali.
Simile modus operandi ma accentuato dal fatto che a causa dei flussi migratori può attingere ad un bacino più ampio.
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Loro hanno Trita Parsi, noi Moni Ovadia.
Bellissimo articolo: seguo con molto interesse quello che dite sull’Iran, perché lo ritengo più pericoloso per la sicurezza dell’occidente della Russia.
Concordo. Sono i più pericolosi perché i più ideologizzati