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Il radicale e disperato pessimismo di Gioachino Belli

Storia, costume e cultura

Il radicale e disperato pessimismo di Gioachino Belli

Il monumento (nel significato etimologico di "testimonianza") della plebe di Roma edificato da Giuseppe Gioachino Belli nei duemila e più sonetti romaneschi, secondo Pietro Gibellini -con Giorgio Vigolo curatore dell'edizione critica per i Meridiani Mondadori- trova un termine di paragone adeguato solo con Dante. Se l'autore

Michele Magno31/05/2025Aggiornato 30/05/20253 min lettura504 parole

Il monumento (nel significato etimologico di “testimonianza”) della plebe di Roma edificato da Giuseppe Gioachino Belli nei duemila e più sonetti romaneschi, secondo Pietro Gibellini -con Giorgio Vigolo curatore dell’edizione critica per i Meridiani Mondadori- trova un termine di paragone adeguato solo con Dante. Se l’autore della Divina Commedia immortala la civiltà medievale al tramonto, il poema di Belli è un affresco indelebile del crepuscolo dell’Antico regime nell’ultima spiaggia del potere temporale della Chiesa. Insieme, dà per la prima volta la voce a un mondo popolare, erede di una antropologia millenaria ma destinata a sparire in pochi decenni.

Un “Commedione” romano, come lo ha definito lo storico Antonio Baldini, dove l’inferno della corruzione e il purgatorio della miseria prevalgono sui pochi squarci di paradiso: qualche rara gioia nell’aldiquà (il sesso, il vino, gli affetti), una incerta speranza nell’aldilà. Se si preferisce, una “Comédie humaine” alla Balzac, ma con il miracolo di un realismo che si esprime in versi i quali mai forzano la naturalezza del parlato dei Renzo e Lucia di Trastevere, nel solco del venerato Manzoni e di un altro suo ideale maestro milanese, Carlo Porta.

Un precursore della poetica dell’impersonalità, teorizzata dai naturalisti e dai veristi (Verga fu un suo lettore precoce). Un cronista severo, che nulla perdona a quei prelati, osti, fruttaroli, becchini, “ricattieri”, “caffettieri” e “calzettai” descritti con una infinità di toni: allegro, dolente, casto, sensuale, bigotto, sacrilego, castigato, osceno. Un solo ispiratore: “il Dio della Abbibbia”. Una sola scena: un vicolo o un cortile dell’Urbe, “stalla e chiavica der monno”. Un solo protagonista: la vita.

Quella vita che inizia “Nove mesi a la puzza…” e “Poi comincia er tormento della scola,/l’abbeccè, le frustate, li ggeloni,/ la rosalía, la cacca a la ssediola,/ e un po’ de scarlattina e vvormijoni./ Poi viè l’arte, er diggiuno, la fatica,/ la piggione, le carcere, er governo,/ lo spedale, li debbiti, la fica,/ er zol d’istate, la neve d’inverno…/ E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,/ viè la Morte, e ffinissce co l’inferno” (“La vita dell’Omo”).

Questo irriverente, radicale e disperato pessimismo costituisce la cifra della sua poetica. Nato a Roma il 7 settembre 1791, demoralizzato dallo smembramento dello Stato pontificio e dal successo del moto risorgimentale, si spegne la sera del 21 dicembre 1863 colpito da un ictus cerebrale. Nell’imminenza della morte, avrebbe voluto bruciare tutti i suoi sonetti. Er fijo Ciro, per fortuna, non lo fece.


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