\n\n\n\n\n\n

Il Teorema del mango migrante: manuale di Biodiversità applicata

Società moderna

Il Teorema del mango migrante: manuale di Biodiversità applicata

Viviamo tempi interessanti, in cui un mango coltivato con amore nel proprio giardino siciliano può diventare, agli occhi di alcuni, una "profanazione". Non una semplice scelta botanica, ma un affronto ai "fondamentalisti della biodiversità". Quindi, grazie a una operazione di maieutica social operata sul gruppo di

Alessandro Tedesco05/06/2025Aggiornato 04/06/20256 min lettura1.237 parole

Viviamo tempi interessanti, in cui un mango coltivato con amore nel proprio giardino siciliano può diventare, agli occhi di alcuni, una “profanazione”. Non una semplice scelta botanica, ma un affronto ai “fondamentalisti della biodiversità”.

Quindi, grazie a una operazione di maieutica social operata sul gruppo di discussione della redazione siamo riusciti a pervenire ad alcune conclusioni sull’interrogativo posto:

Se la biodiversità detta che un mango appartiene al suo ambiente originario e non all’Etna, allora, per coerenza, l’individuo che emigra mina quell’equilibrio?.

Eccoci al nocciolo della questione, un parallelo che fa sorridere e riflettere. “Cioè il mango, nel rispetto della biodiversità, non può emigrare, l’uomo sì.” Sembra quasi una battuta, ma coglie una tensione reale. Da un lato, l’istinto a proteggere l’unicità di un territorio, dall’altro la realtà fluida e complessa delle società umane”.

La difesa del mango è strenua: “Il mango si integra perché sennò non attecchirebbe”. Giusto. Una pianta o attecchisce, adattandosi e trovando le condizioni per prosperare, oppure soccombe. È la brutale, onesta selezione naturale. Ma l’uomo? “L’uomo ricrea le sue condizioni d’origine nel territorio di destinazione”. Ecco un’altra stoccata. Non sempre, non del tutto, ma la tendenza a cercare il familiare, a costruire comunità che rispecchino le proprie origini, è innegabile. È forse questo il “multiculturalismo” in azione, o la sua nemesi?

Qualcuno potrebbe obiettare che i veri puristi della biodiversità non si fermerebbero al mango esotico. “Ma i principi della biodiversità non ti permetterebbero di mettere una qualsiasi pianta in un orto, il suo DNA deve appartenere a quella terra, a quella precisa matrice ambientale”. Un’agricoltura a “DNA controllato”, un ritorno a un Eden botanico primigenio e territorialmente definito. Un’idea affascinante quanto, forse, impraticabile su larga scala senza rinunciare a gran parte di ciò che mangiamo.

E qui il discorso si allarga, toccando corde filosofiche: “In nome del multiculturalismo, dei diritti, dell’accoglienza, del rispetto, della biodiversità ecc… (che sono tutte cose buone, se realizzate in modo razionale e ragionevole) si coltiva una visione stereotipata e omologata dell’antropologia umana. È la morte di ogni libertà. La libertà si esercita a partire dal confronto tra differenti concezioni del mondo.” Parole sante. Quando le “buone idee” diventano dogmi, il rischio di un appiattimento del pensiero, di una “omologazione” mascherata da diversità, è dietro l’angolo. E forse, “il mango e l’avocado in Sicilia sono il vero esempio di multiculturalismo. Loro si integrano completamente”, offrendoci un modello di coesistenza fruttuosa e, diciamocelo, deliziosa.

Ma se questo paradigma della “biodiversità” lo applicassimo con ferrea (e ironica) coerenza ad altri campi? Entriamo nel regno della Biodiversità Estesa.

 

Manuale Pratico di Biodiversità (Estesa e Corretta)

Giardinaggio di Resistenza: Abbiamo già il caso del mango siciliano, eroe della resilienza. Ma pensiamo al contrario: il “fondamentalismo del geranio autoctono”. Guai a piantare una petunia di sospetta origine transfrontaliera! Ogni balcone deve essere un manifesto della flora locale, un fortino contro l’invasione della surfinia cosmopolita. Il terriccio? Rigorosamente a “DNA compatibile” con la zolla comunale. Si vocifera di ronde notturne di “Guardiani della Biodiversità Floreale” pronti a sradicare l’oleandro apolide. Il compostaggio, ovviamente, solo con scarti vegetali indigeni.

Biodiversità Linguistica Integralista:

 La “diatopica linguistica” è un concetto serio, che studia le variazioni della lingua nello spazio. Ma portiamolo all’estremo! Immaginiamo un mondo in cui ogni prestito linguistico è visto come un OGM verbale che minaccia la purezza del “dialetto a km 0”. L’Accademia della Crusca trasformata in un’agenzia di “biosicurezza lessicale”, con tanto di “lista nera” delle parole aliene. “Okay” e “weekend”? Al rogo! Ogni termine deve avere la sua certificazione di origine controllata. Le chat? Un incubo di contaminazioni, dove emoji esotiche minacciano l’integrità della punteggiatura tradizionale.

Tornerebbe alquanto utile a questo punto riesumare il “Censimento dei forestierismi” dal sapore Duce e procedere con la purificazione linguistica. Ogni parola esotica verrebbe dotata di un “permesso di soggiorno linguistico” a tempo determinato, con possibilità di revoca immediata in caso di “eccessiva integrazione” o, peggio ancora, di “contaminazione fonetica” dei vocaboli autoctoni. Come editore del nuovo vocabolario proporrei Edizioni SlowFood. Ma la vera essenza di una “biodiversità linguistica” applicata? Non tanto la caccia al forestiero, quanto l’ossessione per l’arcaico ultra-locale, tipo “allappante”. Una banana toscana diventa “allapposa”, degna di Jacopo da Lentini! E se lo Stilnovo siciliano “ha fatto danno dovunque”, immaginiamo Dante al vaglio di una fantomatica “Commissione Purezza Appenninica”. Risultato? Un Eden linguistico obbligatoriamente “allappante”, dove ogni parola è sospetta di scarsa aderenza alla “matrice ambientale”.

Eco-Fashion Estrema (Armadio a Biodiversità Garantita): L’abbigliamento deve riflettere la “matrice ambientale” di chi lo indossa. Seta solo se si vive vicino a una piantagione di gelsi e si allevano bachi indigeni. Lana solo da pecore che pascolano entro i confini regionali. Il cotone? Un lusso per pochi eletti con il clima giusto. La fast fashion è ovviamente il Satana, una specie aliena che soffoca le “tradizioni sartoriali endemiche”. Ogni mattina, prima di vestirsi, un rapido controllo dell’etichetta: “Prodotto e concepito entro un raggio di 50 km dalla tua residenza. Impatto ambientale: nullo (si spera)”. Le sneakers? Ammesse solo se fatte con sughero locale e lacci di canapa a filiera cortissima.

Galateo Endemico (La Biodiversità delle Buone Maniere): Ogni regione, anzi, ogni campanile, dovrebbe avere il suo codice di comportamento “certificato”. Il modo di salutare, di gesticolare, di mangiare la pasta (guai a usare il cucchiaio per gli spaghetti se non sei nella “zona DOC” che lo prevede!). L’introduzione di un “inchino esotico” in un’area tradizionalmente avvezza alla vigorosa stretta di mano potrebbe causare un “collasso dell’ecosistema relazionale”. La puntualità? Variabile come il meteo, ma guai a importare “ritmi alloctoni” che stressino la popolazione indigena abituata alla “biodiversità dell’attesa”. I complimenti? Solo quelli previsti dal “Disciplinare delle Lusinghe Locali”.

Tornando seri (o quasi), l’ironia ci serve per evidenziare come l’applicazione rigida e decontestualizzata di un concetto, anche valido come quello di biodiversità, possa portare a esiti paradossali quando si tratta della complessità umana.

Il mango in Sicilia, così come l’avocado, più che una “profanazione”, potrebbe essere visto come un simbolo di adattamento, di arricchimento, di come la natura (e l’agricoltura, che è un intervento umano sulla natura) sia in continua evoluzione. Certo, l’introduzione di specie aliene invasive è un problema ecologico reale e serio. Ma non ogni “straniero” è un invasore, sia esso pianta, parola o persona.

Forse, come suggerito, “la libertà si esercita a partire dal confronto tra differenti concezioni del mondo”. E in questo confronto, un po’ di elasticità mentale e la capacità di distinguere tra un ecosistema forestale e una società multiculturale sono ingredienti fondamentali. Altrimenti, rischiamo di diventare tutti “fondamentalisti” di qualcosa, perdendo di vista la bellezza (e la necessità) di un mondo che, per sua natura, è un meraviglioso, caotico e delizioso miscuglio.

Un po’ come una macedonia con mango siciliano, avocado locale e, perché no, un pizzico di zenzero importato. Se l’equilibrio dei sapori funziona, chi siamo noi per dire di no?


Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

4 pensieri su “Il Teorema del mango migrante: manuale di Biodiversità applicata

  1. Maria Nadia dice:

    Buongiorno.
    Io sono vecchia e, come tale, resisto istintivamente ai cambiamenti, specie in tempo di minacciosa preponderanza islamica in Occidente.
    Eppure devo arrendermi all’evidenza che le nostre società occidentali sono frutto di invasioni multiple da nord, da est e da sud. Nondimeno la cultura ebraico-cristiana è riuscita ad assimilare tutte queste genti e a costruire una base unitaria per le varie etnie.
    Anche se temo che d’ora in poi sarà l’Islam a soggiogare il pensiero e la cultura occidentali.
    Quanto al mango migrante, faccio notare che, grazie all’etimologia , ho scoperto che le pesche vengono dalla Persia e le albicocche (armugná in dialetto piemontese) dall’Armenia. Una varietà di prugne quasi scomparsa si chiama Damaschina. In ordine cronologico abbiamo importato anche gli agrumi, le banane, gli ananas e i kiwi.
    Migrazioni benedette. Potremo dire lo stesso per l’Islam?

    • Alessandro Tedesco dice:

      Grazie Maria.
      Hai colto nel segno. Immagina che il pomodoro pachino ha origini israeliane,
      Se lo dovessero scoprire la Sicilia è nei gua: boicotta il pachino, disinvestire, bruciare…

      • blogdibarbara dice:

        Un tempo quando dicevo che i pomodorini sono stati creati in Israele mi sentivo rispondere in tono stupito: “Davvero? Non lo sapevo”. Oggi non mi azzardo più a dirlo, per timore delle conseguenze.

      • Alessandro Tedesco dice:

        Grazie per il commento.
        Infatti se solo dovesse venire fuori questa storia che il seme del pomodoro dí pachino è di origine israeliana partirebbe in quarta il boicottaggio alla Sicilia con tanto
        minacce, accuse, incendi, allagamenti….

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *