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Islamofobia: un termine derisorio e fascista non può che fomentare reazioni fasciste

Manifestanti con cartelli e striscione “No to Islamophobia” durante una protesta contro il razzismo e la discriminazione

Il dibattito delle idee

Islamofobia: un termine derisorio e fascista non può che fomentare reazioni fasciste

Un termine derisorio e fascista non può che fomentare reazioni fasciste Tra le varie “fobie” evocate negli ultimi anni sui media e nei social network quella dell’islamofobia è tra le più ricorrenti. Si tratta, a ben vedere, di una costruzione ideologica piuttosto recente e non troppo

Manifestanti con cartelli e striscione “No to Islamophobia” durante una protesta contro il razzismo e la discriminazione
Gustavo Micheletti03/04/2025Aggiornato 16/05/20255 min lettura938 parole

Un termine derisorio e fascista non può che fomentare reazioni fasciste

Tra le varie “fobie” evocate negli ultimi anni sui media e nei social network quella dell’islamofobia è tra le più ricorrenti. Si tratta, a ben vedere, di una costruzione ideologica piuttosto recente e non troppo originale, secondo la quale chi esprime timori sull’eccessivo afflusso di persone di religione islamica in Europa sarebbe affetto da una fobia ingiustificata, dettata più da pregiudizi irrazionali che da reali motivi di preoccupazione.

Coloro che usano questo termine per stigmatizzare le posizioni altrui sostengono che la percentuale di immigrati musulmani sul territorio europeo è ancora contenuta, e quindi non giustifichi allarmi o allarmismi. Ma questa obiezione si rivela piuttosto debole: la paura, infatti, non nasce né dalla percentuale attuale degli immigrati islamici in Europa né, tanto meno, come alcuni strumentalmente sostengono, da un presunto razzismo originato dal colore della pelle degli immigrati, né da un rifiuto aprioristico dell’Islam in quanto religione.

Il flusso di migranti di colore e di religione islamica in Europa dall’Africa e dall’Asia ebbe origine più di mezzo secolo fa e per molti anni l’accoglienza verso queste popolazioni è stata cordiale, generosa e protettiva. Per molto tempo non vi è stata né traccia di razzismo né il timore delle implicazioni della religione islamica: i rapporti, anzi, erano in molti casi proficuamente collaborativi.

Dopo l’esperienza della Shoah, i popoli europei non sono mai più stati, almeno per la loro stragrande maggioranza, dei popoli razzisti o irrispettosi verso religioni o visioni del mondo diverse da quelle più diffuse sul proprio territorio. Le preoccupazioni emerse più di recente non si spiegano dunque con l’ostilità verso lo straniero o con il rifiuto del diverso, ma con la crescente impressione che l’Europa stia perdendo la capacità di governare i propri confini e di gestire l’integrazione culturale e religiosa. Il timore è che il fenomeno migratorio, per quanto numericamente gestibile nell’immediato, possa sfuggire di mano e produrre squilibri sociali difficilmente reversibili.

Le ragioni di questo fondato timore risiedono in una circostanza abbastanza evidente, di cui non è difficile prendere atto: le soluzioni adottate finora per affrontare il problema si sono rivelate inefficaci o addirittura controproducenti.  Tutti i tentativi di arginare i flussi migratori, di regolarli, di sottrarre i migranti ai trafficanti di esseri umani non hanno sortito effetti incoraggianti e hanno innescato spesso roventi polemiche, soprattutto quando qualche seppur modesto risultato era stato raggiunto. È quanto accadde, per esempio, in Italia al tempo del governo Gentiloni, quando la politica abbastanza efficace adottata dal ministro Minniti venne presa di mira non solo, come capita quasi sempre, dalle opposizioni, ma anche dai partiti che appoggiavano quel governo in parlamento.

Inoltre, i programmi di integrazione scolastica e lavorativa sono spesso risultati lenti, burocratici e incapaci di creare un tessuto sociale condiviso. Le quote obbligatorie di redistribuzione dei migranti hanno provocato divisioni tra i Paesi membri dell’UE, con alcuni Stati dell’Est Europa che si sono apertamente rifiutati di collaborare.

Nei quartieri a forte immigrazione, come le banlieue francesi o le periferie svedesi, si sono sviluppati fenomeni di ghettizzazione, radicalizzazione e conflitti sistematici con le forze dell’ordine. Anche il modello multiculturale britannico, per anni ritenuto esemplare, è oggi al centro di una revisione critica. Insomma, ogni tentativo di soluzione ha generato nuove polemiche, segnalando la precarietà strutturale e l’impraticabilità politica delle strategie sinora adottate.

In questo contesto, l’uso del termine “islamofobia” rischia di diventare uno strumento retorico per silenziare il dissenso e chiudere il dibattito, invece di affrontare in modo serio e razionale una questione che tocca la convivenza civile, la sicurezza, l’identità culturale e il futuro stesso delle democrazie europee. La paura che il fenomeno migratorio possa finire presto fuori controllo è infatti tutt’altro che immotivata o irragionevole, e proprio l’assenza di disposizioni che si siano rivelate a un tempo efficaci e condivise per regolarlo e gestirlo garantendo un’autentica integrazione costituisce probabilmente per molti la causa più solida e oggettiva di quella paura.

Certo, il termine poi è stato usato da tutti in modi opposti, anche dalla destra, che se ne è servita in genere per provocare reazioni anche violente e tendenzialmente fasciste. Ma la possibilità stessa di tali strumentalizzazioni ha le sue radici nel termine stesso, che tende a stigmatizzare se non a ridicolizzare implicitamente le posizioni di tutti coloro che ravvisano nelle circostanze che si stanno profilando un pericolo autentico per la sopravvivenza delle società liberaldemocratiche.

Se siamo in un contesto politico in cui quasi tutti strumentalizzano quasi tutto, all’origine delle strumentalizzazioni bilateralmente populiste del termine “islamofobia” c’è quindi il termine stesso, ciò che implicitamente sostiene, ovvero che le persone che temono un’immigrazione islamica di fatto fuori controllo sono persone affette da una “fobia”, cioè non lucide e non razionali. Si tratta, in definitiva, di un termine che è già in sé derisorio e fascista, e che in quanto tale non può che fomentare, come in effetti sta fomentando sui due lati dell’oceano Atlantico, reazioni fasciste.



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2 pensieri su “Islamofobia: un termine derisorio e fascista non può che fomentare reazioni fasciste

  1. Gustavo Micheletti dice:

    Infatti, il problema nasce in rapporto alla quantità, alla sua progressione, alla possibilità o meno di regolarla, e poi naturalmente anche in considerazione della compatibilità culturale e sociale tra grandi percentuali di popolazione islamica e i cittadini abituati a vivere in uno Stato liberale e laico e che in un uno Stato simile vogliono continuare a vivere.

  2. Maria Nadia dice:

    Condivisibile in parte.
    Da persona che ha molto viaggiato per lavoro non sono mai stata razzista. Da appartenente ad un popolo di migranti mi chiedevo come si potesse essere intolleranti verso altri popoli che percorrevano la nostra stessa via in cerca di una vita migliore. Fondamentalmente compassionevole ho ospitato gratuitamente diversi immigrati di varie etnie e provenienze (allora abitavo in campagna e avevo lo spazio per farlo). Ho aiutato fattivamente ed economicamente un ragazzino bengalese. Ora è sposato con due figli ed è diventato un piccolo imprenditore; manteniamo rapporti di amicizia. Sono trascorsi quasi 30anni dalla me stesa di allora e non credo che rifarei più quelle scelte, non perché sia pentita o delusa (da qualcuno sì), ma perché è cambiato il contesto e anche io. Credo che nessuno nasca razzista o fobico, a meno di crescere in una famiglia che lo educa a questi sentimenti. Eppure adesso provo fastidio nel vedere per strada donne islamiche anche solo col fazzoletto in testa. Per non parlare delle “murate vive”.
    Il problema quindi sorge in rapporto alla quantità: 10 immigrati inteneriscono, 1000 preoccupano, 1.000.000 fanno paura e generano fobia. Si deve inoltre considerare che la situazione in Medio Oriente non favorisce sentimenti di simpatia nei confronti degli islamici (anche se bisogna distinguere le varie nazionalità. I Bengalesi sono in genere miti e gentili a differenza dei Magrebini o dei Palestinesi). Per non parlare dell’odio che molti Imam istigano nei confronti dell’occidente e dell’avversione che, almeno a me, suscita questa religione senza compassione che predica la conquista e la conversione violenta.
    Quindi succede che il timore razionale per la crescita esponenziale del problema diventi di fatto paura e quindi fobia. Anche se la mia non è fobia, ma avversione che rasenta il razzismo.
    Perciò chiamiamo le cose col loro nome senza cercare attenuanti.

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