Israele
Israele, piano per il dopoguerra cercasi
Provo a spiegare come si è posto di fronte al dramma di Gaza chi come me aveva quattro anni quando lo Stato di Israele fu fondato, è nato e cresciuto in una famiglia ebraica, ma dall’adolescenza ha assunto una postura laica e convinzioni politiche volte a


Provo a spiegare come si è posto di fronte al dramma di Gaza chi come me aveva quattro anni quando lo Stato di Israele fu fondato, è nato e cresciuto in una famiglia ebraica, ma dall’adolescenza ha assunto una postura laica e convinzioni politiche volte a sinistra.
Parto dalla situazione di Israele prima del 7 ottobre 2023.
Il governo presieduto da Netanyahu è una compagine di destra puntellata da partitini religiosi integralisti, che garantiscono una esigua maggioranza di quattro seggi alla Knesset.
Questo la dice lunga sulla spaccatura del paese, con un premier perseguito dalla magistratura, per questo abbarbicato al potere, che lo mette al riparo da guai giudiziari e avendo tentato anche di depotenziare la corte suprema, unico contrappeso istituzionale di un paese senza una costituzione scritta e codificata.
I fatti salienti di quel periodo sono la minaccia iraniana e i lanci quotidiani di razzi a nord da parte di Hezbollah e a sud dalla striscia di Gaza controllata da Hamas.
Nel West-bank, cioè la Cisgiordania, sono invece i coloni israeliani degli insediamenti abusivi a combattere con le armi i residenti arabi.
Il governo, non solo li tollera, ma li sostiene inviando truppe e fornendo armi, con la motivazione della difesa da attentati.
Poco prima della tragica data, una parte delle truppe al confine con la striscia sono state spostate in Cisgiordania per decisione del governo più a destra dalla fondazione dello Stato, malgrado il parere contrario dell’esercito e dell’intelligence interna Shin Bet che ha inviato informative preoccupate circa la preparazione di attentati da parte di Hamas.
Già, perché nella mente di Netanyahu, in attesa della prevista vittoria di Trump e la firma del “patto di Abramo”, le minacce degli integralisti islamici sono un problema di polizia, sotto controllo e senza rischi.
È evidente che di Gaza non vuol saperne e la valle del Giordano la considera acquisita.
In quel contesto avviene il 7 ottobre, un sanguinario pogrom di una violenza e malvagità inusitate che provoca 1200 morti e la cattura di 250 ostaggi, fatto consentito dalla sorpresa e dal confine sguarnito.
Qui ci sarebbe da discutere molto sul perché Hamas ritenesse di poter uscire non solo indenne ma anche vincitrice da un simile azzardo, forse illusa dagli incitamenti e le assicurazioni dei suoi mentori.
Le prime reazioni internazionali sono di orrore, sgomento e solidarietà con Israele, salvo i soliti anti israeliani o anti sionisti (alcuni dei quali sostanzialmente antisemiti non confessi) che parlano di reazione che parte da lontano, sottintendendo la ritorsione per la politica espansionistica dello Stato ebraico che mira alla grande Israele e nel contempo opera una sostanziale segregazione degli abitanti di Gaza.
I sostenitori di questa tesi sorvolano sul fatto che fino al 7 ottobre varie migliaia di abitanti della striscia attraversavano i checkpoint per recarsi quotidianamente al lavoro in Israele che forniva acqua, energia elettrica e linee telefoniche alle città della striscia, oltre all’assistenza sanitaria per i casi più gravi negli ospedali israeliani.
Grave che il segretario generale dell’ONU Guterres si sia accodato a quelle voci.
Inizia subito un serrato dibattito sulla congruità dell’attesa reazione israeliana, che mette la sordina sui media alle notizie sulla strage perpetrata da Hamas, suffragate da filmati raccapriccianti ripresi dagli stessi adepti di Hamas durante l’azione in territorio israeliano.
Quello che accade dopo è troppo noto per rievocarlo e resta solo l’accusa di genocidio, non applicabile al caso in oggetto dal punto di vista lessicale, suffragata comunque da dati unilaterali di Hamas, non verificati da fonti neutrali e incomprensibilmente mai confutati da quelle israeliane, sempre molto precise invece nel dichiarare le proprie perdite.
È quasi risibile, se non fosse tragico, che dai mass-media, nel computo dei morti, non siano separati i civili dai combattenti, ancorché non appartenenti ad un esercito regolare, ma comunque milizie armate, mentre il numero di bambini è sempre diligentemente separato dal totale, con l’anomalia di dati comunicati subito dopo un attacco distruttivo israeliano, che razionalmente dovrebbe richiedere tempo per contare vittime intrappolate sotto le macerie, o decedute nei giorni seguenti in ospedale.
Anche in questa fattispecie si segnalano le dichiarazioni e alcuni atti del defunto pontefice, che vanno oltre la solidarietà per gli abitanti di Gaza.
Certo, se si dà per scontato che la risposta di Israele ha prodotto un rapporto di vittime di 20 a 1 di soli civili è difficile evitare una reazione sdegnata dell’opinione pubblica, di questo i mass media e i social portano la principale responsabilità, fino al punto che oggi appare impossibile affrontare il problema senza la pesante ipoteca della diffusa disinformazione, ahimè ben orchestrata da Hamas e dai suoi finanziatori, Iran e Qatar in testa.
Le cose rappresentate in questo modo hanno prodotto un aumento esponenziale di manifestazioni di antisemitismo in tutto il mondo, di dimensioni mai così vaste, nemmeno durante le precedenti guerre sostenute da Israele.
Come corollario alla vicenda non sono da trascurare alcuni eventi di primaria importanza e anche positivi: la sconfitta di Hezbollah con conseguente liberazione del sud Libano, la rivoluzione siriana che ha spuntato le armi strategiche di Iran e Russia nell’area, il basso profilo di Arabia Saudita ed emirati, l’appoggio sostanziale dei governi occidentali, pur in presenza di opinioni pubbliche divaricate.
Oggi solo due persone possono cambiare la situazione in Medio Oriente: Donald Trump e Mohammed bin Salman, per motivi diversi la loro visione coincide ed ha come fondamento il business e l’avversione per l’integralismo sciita degli ayatollah, pietra d’inciampo fondamentale alla pacificazione dell’area e alla definitiva presa di profitto dei giganteschi investimenti effettuati dai paesi arabi del golfo per attrarre capitali e turismo dagli unici paesi che hanno redditi adeguati cioè gli occidentali.
Con Israele in guerra, terzo partner con capitali e tecnologie avanzate, la cosa è impossibile. Quindi è assai probabile che si tenti di chiudere il triangolo, resta il problema dei palestinesi che nessuno vuole, l’Iran con cui accordarsi o bombardargli i siti nucleari, ma sullo sfondo c’è la Turchia di Erdogan che non sembra tanto d’accordo a cedere agli arabi la primazia dell’area.
Non a caso il primo viaggio ufficiale del neopresidente americano è previsto proprio in questi giorni nella penisola arabica.
Se le cose andassero così dubito che si torni a parlare dei due Stati, l’idea del businessman Trump di trasformare Gaza in un protettorato americano a destinazione turistica è tragicomica, ma in sé non è del tutto folle, perché tradotta in una ricostruzione dell’insediamento affidato all’autorità palestinese, con opportuni investimenti darebbe un lavoro e una vita tranquilla agli oltre due milioni di residenti.
Ma l’impossibilità di trasferire provvisoriamente gli abitanti durante la ricostruzione, gli odi ormai quasi secolari, il fanatismo religioso e la carica ideologica rendono l’ipotesi assurda e impraticabile.
E allora? Netanyahu è il principale responsabile della situazione di stallo in cui ha messo il suo paese, non ha liberato gli ostaggi, ha sulla coscienza i morti israeliani del 7 ottobre, le vittime civili a Gaza, le giovani reclute e i riservisti padri di famiglia di casa sua, ma soprattutto non ha un piano per il dopo, o meglio ce l’ha ma non lo può dichiarare perché darebbe fiato a quelli nel mondo, la maggioranza, che sono fermi alla risoluzione dell’ONU del 1947: due popoli, due Stati.
Il tempo ci dirà quale strada prenderà questa drammatica situazione, certo è che, se non cambia la coalizione di governo, in Israele nulla si muoverà, ma per ora non è così certo che ci possa essere un cambio di coalizione, a meno che Netanyahu, come sembra, non commetta l’errore fatale di occupare stabilmente Gaza sacrificando tutti gli ostaggi ancora in mano ad Hamas.
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Mi permetto di contestare alcune affermazioni.
“una violenza e malvagità inusitate”: no, la violenza e la malvagità gratuite, ossia non finalizzate ad alcun vantaggio pratico ma solo a provocare la massima sofferenza del nemico sono in realtà usatissime fin dalla nascita dell’islam (per limitarci ai soli palestinesi, si ricorda di Kobi e Yossi di Tekoa? In una bella mattina di primavera – è caduto giusto ieri il 24° anniversario – hanno deciso di non andare a scuola per fare una scampagnata. Quando li hanno trovati, qualche giorno dopo, hanno dovuto ritardare i funerali per avere il tempo di decidere quali pezzi erano di uno e quali dell’altro).
L’esplosione dell’antisemitismo e delle manifestazioni pro hamas è iniziata prima che un solo soldato israeliano mettesse piede a Gaza, non dopo l’inizio della pubblicazione di numeri inventati. E quanto a questi, è capitato addirittura in certi casi che la somma delle donne e dei bambini morti superasse quella del totale di donne+bambini+uomini+anziani: se io scelgo di accogliere ciecamente le informazioni che giungono da un’organizzazione terrorista, e scelgo di prendere per buoni dei numeri assurdi sparati 30 secondi dopo il bombardamento, e scelgo di credere che 2+2 fa di più di 2+2+2+2, non è che divento antisemita perché mi danno questi numeri: credo a questi numeri perché sono antisemita.
E concordo con quanto affermato nella prima parte del secondo commentatore: è stato detto nel modo più chiaro ed esplicito possibile che “noi abbiamo bisogno del sangue di queste donne e di questi bambini”, che richiama, tra l’altro, le dichiarazioni di Arafat: “Sono pronto a sacrificare mille martiri bambini per conquistare Gerusalemme”.
Poi, per quanto riguarda le responsabilità, vogliamo ricordare che il capo dello Shin Bet, informato sul pericolo imminente, aveva categoricamente negato che fosse reale e rifiutato di intraprendere qualunque iniziativa?
E infine, in merito alla corte suprema, non pensa che la sua pretesa di interferire sistematicamente col governo e col parlamento, arrivando addirittura ad annullare le loro decisioni, anche in materia di sicurezza, abbia bisogno di essere un tantino ridimensionata?
“Qui ci sarebbe da discutere molto sul perché Hamas ritenesse di poter uscire non solo indenne ma anche vincitrice da un simile azzardo” : la mia modesta opinione è che ad Hamas non importasse nulla di uscire indenne, come esplicitato pubblicato dai suoi capi nelle settimane immediatamente successive. Le SS per esempio non desideravano affatto uscire indenni da una qualsiasi battaglia. Anzi. Per Hamas il sangue, le vittime e i bambini sono strumenti di marketing di guerra, da noi aborriti ma per loro assolutamente leciti. Per quanto riguarda il “vincitrice”, Hamas aveva vinto già alle 10 del 7 ottobre, piaccia o no, e lo sconfitto è e rimarrà per sempre Netanyahu. Ora quello può chiedere il sangue di altre 50000 persone, compreso quello di alcune migliaia di suoi soldati e di incolpevoli abitanti della Cisgiordania, ma …. ha perso! Esattamente come avevano perso gli USA la sera del 11 settembre 2001, consentendo a Bin Laden la realizzazione di un sofisticato piano per colpire al cuore alcuni simboli dell’America. Sono morti sia Bin Laden che Yahya Sinwar, ma rimangono, fa brutto dirlo, due strateghi militari.
già!
Ottimo.