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Jacob Howland: Israele, antisemitismo e le ossessioni dell’Occidente

Antisemitismo

Jacob Howland: Israele, antisemitismo e le ossessioni dell’Occidente

Un saggio del filosofo Jacob Howland interpreta l’anti-sionismo contemporaneo come un rito politico e culturale dell’Occidente. Non soltanto una critica a Israele, ma un linguaggio identitario che concentra antiche ossessioni religiose, narrazioni ideologiche e nuove forme di demonizzazione dello Stato ebraico. In questa prospettiva, l’ostilità verso

Filippo Piperno15/03/2026Aggiornato 15/03/20266 min lettura1.254 parole
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Un saggio del filosofo Jacob Howland interpreta l’anti-sionismo contemporaneo come un rito politico e culturale dell’Occidente. Non soltanto una critica a Israele, ma un linguaggio identitario che concentra antiche ossessioni religiose, narrazioni ideologiche e nuove forme di demonizzazione dello Stato ebraico. In questa prospettiva, l’ostilità verso Israele rappresenta il veicolo attraverso cui riemergono, sotto nuove forme politiche e morali, i vecchi schemi dell’antisemitismo occidentale.

Israele non è mai stato uno Stato come gli altri. Fin dalla sua nascita è diventato un concentrato simbolico unico nella politica mondiale: il luogo dove si sovrappongono antiche ossessioni religiose, memorie europee irrisolte, ideologie del Novecento e nuove grammatiche morali dell’Occidente contemporaneo. Una vera e propria tempesta perfetta di significati politici e culturali.

Per questo motivo il conflitto israelo-palestinese non viene discusso come la maggior parte delle crisi internazionali. Intorno a Israele si accumula una densità emotiva e simbolica che raramente si osserva altrove. Guerre civili devastanti, repressioni brutali o occupazioni militari in altre parti del mondo non hanno mai lo stesso livello di mobilitazione morale globale. Non perché la sofferenza sia minore, ma perché manca quella straordinaria concentrazione di fattori simbolici che caratterizza il caso israeliano.

È su questo terreno che si inserisce la riflessione del filosofo americano Jacob Howland, autore di un saggio pubblicato su Tablet Magazine che propone una lettura radicale del fenomeno. Secondo Howland l’anti-sionismo contemporaneo non è soltanto una posizione politica su Israele: è diventato una sorta di rito culturale occidentale, una pratica identitaria attraverso cui una parte dell’Occidente esprime il proprio rapporto conflittuale con la propria storia, con i propri valori e, in ultima analisi, con se stesso.

La scena da cui Howland prende le mosse è altamente simbolica. Durante il festival musicale di Glastonbury, in Inghilterra, migliaia di spettatori hanno scandito il coro “Death to the IDF”, guidati da un artista sul palco, mentre la scena veniva trasmessa dalla BBC (ne scrisse Alessandra Libutti su InOltre). Non è tanto l’episodio in sé a colpire quanto la sua normalizzazione. Ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso come un gesto marginale o estremista oggi viene accolto come una performance quasi ordinaria nello spazio pubblico occidentale.

Secondo Howland questo mutamento non è episodico. Segnala piuttosto una trasformazione più profonda: l’ostilità verso Israele sta diventando una forma di identità generazionale, soprattutto tra i settori più politicizzati delle giovani generazioni occidentali.

Qui emerge il primo elemento della sua diagnosi. L’anti-sionismo contemporaneo non funziona più soltanto come opinione politica. Funziona come linguaggio di appartenenza. Dichiararsi contro Israele diventa, in molti ambienti culturali e universitari, una sorta di gesto rituale che segnala la propria collocazione morale nel mondo.

Come ogni rito identitario, anche questo possiede una propria liturgia. Ci sono gli slogan (“From the river to the sea”), le formule di denuncia, le immagini simboliche, le mobilitazioni collettive. Il conflitto reale diventa spesso lo sfondo su cui si recita una rappresentazione morale già scritta.

Il punto però non è soltanto la dimensione rituale del fenomeno. Per Howland ciò che rende l’anti-sionismo contemporaneo particolarmente inquietante è il suo rapporto con una tradizione molto più antica: quella dell’antisemitismo europeo.


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Nella storia europea l’odio antiebraico si è spesso espresso attraverso narrazioni demonizzanti che trasformavano gli ebrei in figure moralmente mostruose. Una delle più celebri era la cosiddetta blood libel, la calunnia del sangue: l’accusa secondo cui gli ebrei uccidessero deliberatamente bambini innocenti.

Howland sostiene che questo schema simbolico stia riemergendo oggi nel trasferimento dell’odio rivolto agli ebrei allo Stato ebraico. Le accuse secondo cui Israele condurrebbe deliberatamente una guerra genocidaria contro civili e bambini a Gaza, diffuse senza verifiche o contestualizzazioni, riprodurrebbero proprio questa struttura narrativa.

Il punto non è negare la sofferenza reale prodotta dalla guerra. Il punto è osservare la forma simbolica che assume il discorso pubblico quando la tragedia viene interpretata attraverso categorie demonizzanti.

In questa prospettiva Israele non appare semplicemente come uno Stato coinvolto in un conflitto. Appare come il male morale assoluto.

Ed è qui che l’analisi di Howland si allarga fino a toccare la crisi più generale della cultura occidentale. Per una parte significativa del dibattito contemporaneo Israele rappresenta infatti qualcosa di più di un paese. Rappresenta un modello di civiltà.

Uno Stato nazionale occidentale, tecnologicamente avanzato, militarmente forte, convinto della propria identità storica e culturale. In un clima culturale nel quale la sovranità nazionale, l’uso della forza e l’orgoglio identitario sono guardati con crescente sospetto, Israele diventa inevitabilmente il bersaglio simbolico perfetto.

Criticare Israele significa allora, spesso implicitamente, criticare ciò che Israele rappresenta: la continuità della civiltà occidentale.

Questo spiega anche la convergenza tra mondi ideologici apparentemente lontanissimi. Attivismo progressista laico e cattolico, movimenti radicali di sinistra e di destra uniti nell’odio ossessivo nei confronti d’Israele.

Genealogie politiche e culturali diversissime che si incontrano in un’unica grammatica politica.

Il risultato è un discorso pubblico nel quale il conflitto israelo-palestinese tende sempre più a diventare il luogo simbolico in cui si proiettano le tensioni morali dell’Occidente contemporaneo.

Non è più soltanto una guerra regionale. È il teatro di una battaglia simbolica molto più ampia.

Israele diventa il bersaglio su cui si concentrano diverse tradizioni ideologiche: l’eredità dell’antisemitismo europeo, il terzomondismo pauperista, la narrativa anticoloniale, la critica radicale all’Occidente e perfino l’antica centralità religiosa della Terra Santa.

Nessun’altro paese al mondo si trova esposto a una simile sovrapposizione di significati.

Ecco perché il dibattito su Israele appare spesso così sproporzionato, emotivo e polarizzato rispetto ad altri conflitti internazionali. Non si discute soltanto di una guerra.

In questo senso l’intuizione di Howland coglie un punto reale. L’ossessione antisraeliana è diventata una pratica culturale, quasi una liturgia morale attraverso cui una parte dell’Occidente mette in scena il disagio con la propria storia.

Ma dentro questa stratificazione di narrazioni riemerge qualcosa di più antico e facilmente riconoscibile. Quando lo Stato ebraico viene trasformato nel male assoluto e giudicato con criteri che non si applicano a nessun altro paese, quando il confine della critica deborda a piene mani nella demonizzazione assoluta, quando l’antisemitismo riemerge senza complessi nel dibattito pubblico, nelle strade, sui giornali e nelle tv e nella cloaca dei social il tanfo diviene insopportabile.

Dopo lo “scandalo” della Shoah l’antisemitismo raramente ha avuto il coraggio di presentarsi con il suo nome: più spesso si è adattato a linguaggi politici più subdoli e presentabili.

Oggi quel linguaggio e quell’ossessione odiatrice hanno trovato un comodo e rispettabile rifugio nel cosiddetto antisionismo.


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Un pensiero su “Jacob Howland: Israele, antisemitismo e le ossessioni dell’Occidente

  1. blogdibarbara dice:

    No no, quale rito politico, quello è un rito religioso, con le sue messe che raccolgono l’assemblea dei fedeli, i suoi rosari, le sue litanie, i suoi canti, i suoi santi… E, occasionalmente (ma non troppo raramente) qualche sacrificio umano, che per propiziarsi il favore degli dei non gusata mai.

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