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Kraftwerk, un classico elettronico

Stile, moda e costume

Kraftwerk, un classico elettronico

Kraftwerk isn't a band. It's a concept. We call it 'Die Menschmaschine,' which means 'the human machine. We are not the band. I am me. Ralf is Ralf. And Kraftwerk is a vehicle for our ideas. Florian Schneider We play the machines, the machines play us;

Enrico Marani08/08/2025Aggiornato 08/08/20256 min lettura1.193 parole

Kraftwerk isn’t a band. It’s a concept. We call it ‘Die Menschmaschine,’ which means ‘the human machine.

We are not the band. I am me. Ralf is Ralf. And Kraftwerk is a vehicle for our ideas.

Florian Schneider

We play the machines, the machines play us; it is this exchange and friendship we have with musical machines that makes us build new music

Ralf Hutter

Kling Klang Kling Klang: cos’è un classico? Immergiamoci oggi nei fasti del gruppo che ha aperto la strada all’elettronica nel pop, facendo diventare un fenomeno musicale elitario e circoscritto alla sola “musica colta” un fenomeno di massa ormai capillarmente diffuso a livello popolare.

Attiviamo la macchina del tempo e spostiamoci nel 1970: Florian Schneider è uno studente di conservatorio e la sua cultura musicale è ampia e articolata, così come le sue capacità di strumentista al flauto suo strumento d’elezione. Proprio al conservatorio di Dusseldorf conosce Ralf Hutter, studente di pianoforte ed è così che nascono i Kraftwerk e si apre un’epopea nuova nel come intendiamo la musica oggi. Se in discoteca ballate house o tecno lo dovete sicuramente ai Kraftwerk e se amate band come Depeche Mode, Coil o Clock DVA, alle loro spalle ci sono loro, i padri del suono sintetico nel pop.
Ma cos’è un classico?

Bowie, nume tutelare della nostra rubrichetta, fugge dagli USA nel 1977, sconvolto dagli stupefacenti e dallo stress, ridotto ad uno scheletro ambulante che fatica a reggersi in piedi. Si rifugia a Berlino in cerca di pace interiore ed ispirazione, raggiungendo l’amico Iggy Pop. Chi incontra il Duca Bianco? Ralf e Florian dei Kraftwerk (che citeranno Bowie ed Iggy Pop nella loro Trans Europe Express) e ne viene molto influenzato. Nella sua fondamentale trilogia con Eno, Low, Heroes e Lodger, i suoni della band di Dusseldorf sono infatti ben presenti. Kraftwerk non è evidentemente solo suono sintetico, ma attenzione all’arte, al costruttivismo Russo, ad un’estetica che sia di complemento per una spersonalizzazione e un abbattimento dell’ego, verso quell’oggettività di cui parlava anche il pittore Piet Mondrian. Siamo in Germania e la Gesamtkunstwerk è una aspirazione radicata: creare un’opera d’arte totale. Cosa sono i concenrti dei Kraftwerk se non un’esperienza immersiva dove suoni, immagini e azione scenica interagiscono? Lo si vede nelle copertine dei loro dischi e nei loro live appunto questa attenzione all’arte contemporanea.

El Lissitzky

Piet Mondrian

L’idea di Mondrian è di codificare un’estetica che andasse oltre le umane passioni e distorsioni per farsi oggettiva, matematica, generativa, automatica. Attenzione i Kraftwerk sono su questa lunghezza d’onda e malgrado Florian Schneider si sia spostato nello spazio interstellare a volte mi sembra di rivederlo in veste di robot nelle immagini di un qualche live della band.

Non a caso ai nostri amici tedeschi si è interessato il MOMA (Museum of Modern Art) di New York, appunto come fenomeno estetico, come canto poetico della commistione tra macchine, computer e uomo, tra sintetico ed organico, dedicandogli un’importante esposizione retrospettiva.

Boing boom tschak! C’è una riflessione dietro a questi suoni, c’è Stockhausen e la musica colta, raccontata e resa fruibile a tutti. Qualcosa di freddo e poco coinvolgente? Al contrario! Ho avuto la fortuna di vedere i nostri eroi a Firenze ed è stato uno show monumentale e anche molto divertente, human after all. Il suono generato elettronicamente diventa per i Kraftwerk slancio vero il futuro, immersione artistica nell’artificiale che si mescola all’umano: silicio e neuroni. Direi che è una poetica molto attuale, al di là di qualsiasi giudizio.

Florian con il suo volto da bambino, anche quando già uomo anziano ci mancherà, soprattutto per la sua attenzione alla purezza e bellezza del suono, oltre oltre ogni melodia. Forse ha lasciato il suo corpo e si è trasferito in un robot? Trrr zang krong! Il suo essere silenzioso, poco incline a venire a patti con lo star system, refrattario alle interviste, era un tratto caratteristico; il contegno e la distanza dal culto della personalità tipico delle rockstar e lo stesso possiamo dire del timoniere della band, il glaciale Ralf Hutter, grande appassionato di ciclismo.

Uno dei punti affascinanti dell’estetica legata all’elettronica sta appunto, nel non entrare nei meccanismi tipici dello star system, dove i musicisti invecchiano, con i loro travestimenti, i trucchi, le parrucche ed i gesti stereotipati da eterni adolesenti. La rockstar  costruisce spesso una mitologia della propria figura che contempla la giovinezza, la contrapposizione generazionale, la sessualità e la trasgressione in genere (sex&drugs and rock’n’roll) come elementi fondamentali del  proprio status pubblico e da palcoscenico.

L’invecchiamento anagrafico condanna ad un inesorabile declino, all’erosione di quell’immaginario che ne ha fatto personaggi regalandoci dei simulacri. Ho sempre trovato paradossale Jagger e Richards stravecchi, per citare uno dei tanti esempi possibili, fare oggi da controfigure al loro passato con le mossette reiterate sui palchi e negli stadi oggi che sono anziani signori.

Non lo stesso può essere detto del musicista elettronico, del compositore classico, del jazzista. Questi artisti sono anzitutto il loro suono, le loro composizioni, ben oltre la loro immagine. Una differenza importante, anzi fondamentale nello stesso processo creativo e negli obiettivi che si dà..

Nel frattempo, dagli anni 70 ad oggi il computer è entrato nelle nostre case, ha dematerializzato la nostra presenza, cambiato le nostre abitudini, reso il nostro corpo non più protagonista assoluto, ma mediato dalla tecnologia, proprio come nell’estetica dei Kraftwerk. Compriamo con il computer, ci corteggiamo con il computer, comunichiamo con il computer, lavoriamo con il computer. L’estetica delle macchine è sicuramente parte della nostra contemporaneità ed i robot non sono più il sogno di pochi pionieri, ma realtà quotidiana.

I Kraftwerk attraversano il tempo, andando oltre le dinamiche umane e quindi sfondano le contingenze di un’epoca. La loro estetica è atemporale, una specie di poesia della tecnica, di canto delle macchine. Proprio per questo sono diventati un classico, perché sono usciti dallo spazio di quel che definiamo moda o fregiamo dell’aggettivo “attuale”. I nostri amici di Dusseldorf sono “eternamente attuali”, perché in un certo senso incarnano la tecnica in costante trasformazione e proiettata verso il futuro. I Kraftwerk sono ancorati nel futuro e quindi vanno oltre il tempo. Sono un classico.

Cliccate qui per scoprire la solita playlist antologica di Ralf&Florian and co. compilata appositamente per voi.

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