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Per chi avesse ancora dubbi sulla minaccia costituita dalla Russia di Putin

Russia

Per chi avesse ancora dubbi sulla minaccia costituita dalla Russia di Putin

Le recenti manifestazioni di piazza in Ucraina, a seguito della discussa e discutibile riforma degli enti anticorruzione presentata dal governo, hanno riacceso la solita propaganda filorussa contro il “nazista” Zelensky, al quale i pusillanimi lacchè di Putin non hanno mai perdonato il fatto di aver rifiutato

Vincenzo Russo08/08/2025Aggiornato 07/08/202512 min lettura2.480 parole
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Le recenti manifestazioni di piazza in Ucraina, a seguito della discussa e discutibile riforma degli enti anticorruzione presentata dal governo, hanno riacceso la solita propaganda filorussa contro il “nazista” Zelensky, al quale i pusillanimi lacchè di Putin non hanno mai perdonato il fatto di aver rifiutato il passaggio aereo offertogli dagli americani all’indomani dell’invasione russa del febbraio 2022. La risposta fu: “Non mi serve un passaggio, mi servono munizioni”.

Nonostante l’Italia uscì dal secondo conflitto mondiale con un minimo di dignità, proprio perché una valorosa minoranza seppe opporsi al nazi-fascismo combattendo in armi – seppur nella fase finale del regime, il tema della resistenza ucraina continua a essere lo scabroso convitato di pietra nel dibattito sul sostegno a Kyiv. Così è per tutta la sinistra progressista e in particolare per il Movimento 5 Stelle, con il suo proteiforme leader, Giuseppe Conte, disposto a barattare – per meri fini elettorali – la libertà e la dignità del popolo ucraino per qualche bombola di gas russo a buon mercato.

Nel 1943 Gaetano Salvemini, costretto all’esilio, comunicò dall’Università di Harvard ai dirigenti di “Giustizia e libertà” che avrebbero dovuto mettersi in salvo, perché la guerra l’avrebbero comunque vinta gli alleati, e il Paese avrebbe avuto bisogno di loro per la ricostruzione e la rinascita democratica. Non aveva tutti i torti!

Ebbene, Vittorio Foa raccontò ad Andrea Graziosi – uno tra i maggiori e autorevoli esperti di Storia contemporanea, autore, tra gli altri, del saggio “L’Ucraina e Putin” (2022) – che il suggerimento, vista l’autorevolezza della fonte, li mise in difficoltà. Nonostante ciò decisero di rispondere negativamente, perché “quella nuova Italia sarebbe potuta nascere solo se qualcuno gliene avesse conquistato il diritto combattendo”.

E’ esattamente quanto accade oggi in Ucraina: scegliendo di resistere si è conquistata il diritto di esistere, a fronte della brutale aggressione dell’orso russo che deporta i suoi bambini, e continua a colpire obiettivi civili provocando migliaia di vittime innocenti. Ciò non quale effetto collaterale, ma come intento premeditato parte di una strategia volta a piegare il fisico e la psiche del valoroso popolo ucraino.

La storia e un’attenta analisi dei fatti ci diranno se, oltre ai crimini di guerra e contro l’umanità, Putin si stia macchiando d’altro. Il riferimento è ad esempio al massacro di Bucha e ai bombardamenti a tappeto su Mariupol, dove si stima abbiano perso la vita oltre 20.000 civili.

Gli ucraini che da più di tre anni combattono, morendo e rischiando di morire, hanno già conseguito una prima vittoria. L’Ucraina oggi esiste come Stato libero proteso verso l’Unione europea. La sua identità nazionale è nota e rispettata da tutti, a differenza di quando era considerata terra di confine, uno Stato nato quasi casualmente e dai trascorsi non sempre decorosi. Il suo è un vessillo di libertà riconosciuto in tutto il mondo, anche se non tutti credono al suo valore.

A differenza di quella italiana, la resistenza ucraina è stata necessitata dall’assenza di un esercito alleato pronto a scacciare l’invasore. E la volontà di resistere combattendo vigorosamente contro i russi si è rivelata ancor più determinante delle forze e dei mezzi in campo.

Gli ucraini non vogliono assolutamente tornare sotto il dominio russo, violento e ultranazionalista, perché non intendono più rinunciare all’orizzonte di libertà e di democrazia che hanno già conosciuto. Loro hanno ancora memoria dell’Holodomor: ricordano bene la tragedia nazionale della carestia alimentare indotta da Stalin per “addomesticare” l’Ucraina sovietica, che tra il 1932 e il 1933 causò lo sterminio di milioni di ucraini.

La Russia sempre identica a sé stessa

C’è un detto popolare che dice che chi abita il Cremlino è padrone del tempo. Da parte nostra abbiamo dimenticato velocemente che la Russia è la fucina nella quale hanno preso corpo i peggiori incubi dell’Occidente.

La rivoluzione sognata dagli intellettuali europei di fine Ottocento, i russi l’hanno realizzata. Noi del comunismo – in fondo, e per fortuna – abbiamo solo parlato. L’eurocomunismo di Berlinguer e, in misura minore, di Carrillo in Spagna, pur se nell’ambito di una contraddizione in termini – non sarebbe potuto esistere un vero Pci senza una subordinazione a Mosca, rappresentò la disapprovazione per le più violente ed eclatanti azioni sovietiche, in particolare l’invasione della Cecoslovacchia.

Il comunismo i russi l’hanno vissuto per settant’anni. Poi, all’improvviso, il capitalismo. Un capitalismo selvaggio, al di fuori di ogni limite e regola, che ha prodotto sfaceli, causando l’arricchimento sproporzionato di una ristretta cerchia di oligarchi collusi con il regime e la povertà per tutti gli altri. Ancora una volta i russi hanno creduto in qualcosa che non ha funzionato.

Oggi non possiamo stupirci se i russi sono facile preda del fervente nazionalismo, di stampo imperialista, ammantato di sacri valori ortodossi, praticato da Putin e ben condensato nel neo-eurasiatismo di Aleksandr Dugin. E’ la naturale proiezione politica di una società di individui che non credono più in niente. Tranne che il mondo intero trami contro di loro.

Difficile capire, per chi vive tale dimensione, che Putin ha trasformato la Russia in una distopia. Il presupposto del suo potere si regge, infatti, sulla necessità di rivolgere all’esterno i sentimenti di frustrazione e di violenza che covano nella società russa e sui quali ha costruito il suo infido regime.

Questo è anche il motivo per cui egli, più che a convincere, punta a distruggere ogni certezza degli occidentali. E quando non ha la forza di imporre il suo ordine, punta sulla distruzione e sul caos. Cosa che sta facendo in Ucraina, devastando scientemente tutti quei territori, nel Donbas, che con i referendum diceva di voler salvare. Questo, dopo le guerre in Transinistria nel 1992, in Cecenia nel 1994 e 1999, con la città di Grozny completamente rasa al suolo, e in Georgia nel 2008.

D’altronde, ciò che ha scatenato l’ossessione di Putin non è stata la famelica espansione della Nato. Putin non ha tollerato la “rivoluzione delle rose” del 2003 a Tbilisi, la “rivoluzione arancione” del 2004 a Kyiv e le manifestazioni di Maidan nel 2014. Oltre alle proteste di massa a Minsk contro i brogli delle elezioni bielorusse del 2020.

Il vero incubo di Putin si chiama democrazia: quella autentica di stampo liberale. E ogni volta che il suo “virus” si aggira alle porte della madre Russia, temendo un esiziale contagio interno, lui non esita a inoculare il suo vaccino imperialista dalle canne dei suoi carri armati.

Quella di Putin è una reazione pavloviana. Al buon silovika – “uomo della forza” dedito al controspionaggio – è stata insegnata la paranoia. Putin vede complotti dappertutto perché la sua mente è addestrata a non concepire accadimenti spontanei. Le proteste di piazza sono figlie illegittime di indicibili complotti orditi dai burattinai occidentali. Nel suo mondo la gente comune non ha motivi per ribellarsi.

E’ per questo che non può balenargli l’idea che la Russia non attrae più nessuno a causa della sua nefasta ideologia, della sua economia di guerra – che inizia a manifestare importanti segnali di cedimento, della tecnologia inadeguata, della demografia morente, e per via del suo regime oppressivo che soffoca la società civile.

La Russia, dopo le vertigini di spaventosi eventi a catena, si è infilata nel tunnel del nazional-populismo putiniano. E così i suoi nuovi demoni l’hanno ricacciata nella storia rendendola sempre identica a sé stessa.

Leggendo La Russia di Putin di Anna Politkovskaja – giornalista russa che, dopo aver raccontato la barbarie del conflitto ceceno, è stata assassinata nel 2006, nel giorno del compleanno di Putin – pare di essere fermi al Viaggio in Russia di Custine dei primi dell’Ottocento.

Proprio per tale motivo è inutile farsi illusioni sperando in un cambio di regime o di poter incidere più di tanto sulla politica interna russa. Magari un nuovo despota incontrerebbe meno resistenze rispetto a una fine delle ostilità senza il raggiungimento dell’obiettivo iniziale della completa sottomissione dell’Ucraina. Non è detto, ma sarebbe già tanto!

Il dopo Putin

Riguardo gli scenari sulla successione di Putin, è utile citare gli interessanti risvolti che emergono dalla recente analisi dell’esperto russo Mikhail Zygar, contenuta in un succoso rapporto pubblicato su The Atlantic Council, The next generation: Russia’s future rulers.

Zygar sottolinea come Putin stia da tempo costruendo un sistema di potere incentrato sul nepotismo e la cui struttura assomiglia a un sistema feudale nel quale ruoli e funzioni si ereditano o si attribuiscono per cooptazione diretta dello Zar o dei suoi stretti fiduciari.

L’elenco della nuova nomenklatura russa comprende personalità come quelle di Maria Vorontsova e Katerina Tikhonova, figlie di Putin e della sua ex moglie Lyudmila, pronte ad esordire nella scena politica; Anna Tsivileva, cugina di Putin, viceministra alla Difesa con delega a logistica e approvvigionamenti; Aleksey Dyumin, segretario del Consiglio di Stato, ex guardia del corpo personale di Putin, e tra i principali attori dell’invasione della Crimea nel 2014. L’elenco è lungo, e chi volesse può trovare gli altri nomi e ruoli nel rapporto sopra menzionato.

In merito a Dyumin, in particolare, pare sia considerato da molti, in virtù delle sue doti di problem solver – una sorta di Mr. Wolf della situazione, la persona su cui fare affidamento in una possibile situazione di crisi e di emergenza. Forse, è proprio per questo che Putin, considerandolo ingombrante, lo tiene al suo fianco come consigliere alla Difesa, in un ruolo senza visibilità esterna.

Come ogni buon autocrate o dittatore, anche Putin non si fida di nessuno e non mostra alcuna volontà di indicare un erede. E’ incapace di immaginare la sua fine. La rinnovata rete di potere, di cui controlla le fitte maglie, gli è al momento funzionale al mantenimento del controllo attraverso la garanzia di lealtà della rinnovata élite.

Insomma, parrebbe che Putin voglia procrastinare a tempo indefinito la sua era consolidando il sistema mafioso che gli assicura il potere. Solo che così facendo non prepara, in realtà, alcuna transizione che possa garantire un minimo di continuità al suo regime autocratico, seppur marcio e corrotto.

In un tale scenario l’unica certezza diventa l’incertezza e un probabile nuovo caos. Nessuno può prevedere cosa accadrà nel dopo-Putin. Certo, è difficile immaginare che l’attuale rete di potere, fatta dei soliti oligarchi, dall’élite nascente e da qualche vecchio dinosauro sovietico, possa trovare una qualche forma di legittimazione politico-istituzionale o financo dinastica, perché l’unico vero collante del mosaico neo-imperiale è lui: lo Zar.

E’ naturale che sia così, poiché in assenza di processi democratici interni che diano valore di scelte condivise alle riforme istituzionali e all’attività di governo, l’investitura popolare di Putin è l’unico elemento formale – che in una democrazia plebiscitaria diventa sostanziale – di legittimazione che rende tollerabile il suo regime e il suo smisurato potere.

Il consenso popolare sulla “grandezza russa”

Fatta la tara alla capacità repressiva del regime putiniano, che ha generato la lunga scia di sangue dei suoi oppositori, il consenso di cui comunque gode Putin tradisce l’essenza di una parte importante del popolo russo.

Quando Putin ha messo in atto la forza per ristabilire le ragioni russe ha, solitamente, aumentato la sua popolarità. Così è stato sin dall’inizio con la ferocia esercitata nella seconda guerra cecena (1999-2009), qualificata anche come lotta al “terrorismo islamico”, anche se secondo molti osservatori Putin stesso era implicato negli attentati volti a creare tensione e favorire il consenso per le sue politiche autoritarie.

Lo stesso è avvenuto con la “riconquista” della Crimea nel 2014, operata in sordina da Putin facendo ricorso alle truppe anonime di omini verdi senza mostrine. E anche oggi, pur non potendo disporre di dati statistici specifici, i fatti e lo scenario delineato lasciano ragionevolmente suppore che – complice la propaganda di regime interna – una consistente quota della composita società russa sostenga Putin quando si parla di Ucraina.

Tutto ciò ricalca fedelmente quell’ambizione alla costruzione del Russkij mir, il “mondo russo”, che ha portato Putin a una serie di rivendicazioni storiche sui vecchi territori russi, in continuità con l’imperialismo zarista e i suoi dettami sull’ortodossia, la lingua, la cultura, e sull’unità slava orientale.

Questo quadro è stato tracciato da Dugin molto prima che Putin utilizzasse diversi pretesti – l’abbaiare della Nato ai confini della Russia, e il classico della persecuzione delle minoranze russe e russofone – per confondere le acque nel tentativo di giustificare l’aggressione militare dell’Ucraina.

L’ideologia antioccidentale cancella il Russkij mir in nome della Realpolitik

Messa da parte la schiera – non sappiamo quanto folta – dei traditori della Patria in attesa delle cure dell’art. 246 del c. p., fa specie osservare come i boccaloni di indomita fede antioccidentale trascurino pesantemente l’aspetto ideologico che connota l’essenza e le azioni esterne della Russia di oggi.

Gli utili idioti che servono la causa di Putin, facendo da megafono alla sua narrazione quali pedine della strategia di guerra ibrida e cognitiva, finiscono invischiati in quel realismo che, in nome degli interessi territoriali ed economici, li porta a misconoscere – accecati come sono dall’odio verso la civiltà occidentale e il capitalismo – l’ideologia imperialista russa che ha riportato la guerra in Europa, ed il ruolo che questa esercita su quegli stessi interessi.

La realtà continua ad essere di ben altro avviso, e ci dice che la Russia vuole prendere il controllo della Repubblica di Moldova a partire dall’autunno, e sta preparando una forte ingerenza nelle elezioni parlamentari di settembre; è pronta a mandare i soliti omini verdi in Estonia per mettere alla prova la coesione e la tenuta dell’Alleanza atlantica; sta significativamente rafforzando le infrastrutture militari sul confine finlandese. Il tutto senza aver mai cessato i bombardamenti indiscriminati sulla popolazione ucraina, che anzi intensifica in prossimità di ogni tentativo di negoziato.

Poi, c’è chi con rabbioso disprezzo recita la solita giaculatoria invocando il ricorso alla prodigiosa diplomazia verso Mosca, e sostiene che non c’è nulla da temere perché la Russia non è un nostro nemico. Sono gli stessi che asseriscono che fu lo spietato Occidente a causare il crollo dell’Urss: la “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. Parole che Putin pronunciò nel 2005 alla Duma.

La narrazione putiniana e il racconto antioccidentale si sovrappongono ancora. Peccato che Washington fece il possibile per salvare l’Unione sovietica, e la sua dissoluzione fu in larga parte dovuta al ruolo della Russia di El’cin, di cui Putin fu l’erede.

Ma questi sono ammennicoli da guerrafondai, travestiti da liberaldemocratici, ai quali i sacerdoti senza più religione dediti all’idealizzazione della Russia storica ed eterna non possono prestare ascolto.


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