Media italiani
La crisi dei giornali italiani non è solo questione di Internet, social o pubblicità in fuga
Quando Eugenio Scalfari progettò La Repubblica, con scelta rivoluzionaria, immaginò il giornale in formato tabloid incentrato su politica ed economia, tutto notizie e commenti, senza foto e pagine dedicate allo sport, uno strumento austero, un tempio del pensiero laico progressista. Infatti, così apparve agli inizi, l’unica



Quando Eugenio Scalfari progettò La Repubblica, con scelta rivoluzionaria, immaginò il giornale in formato tabloid incentrato su politica ed economia, tutto notizie e commenti, senza foto e pagine dedicate allo sport, uno strumento austero, un tempio del pensiero laico progressista.
Infatti, così apparve agli inizi, l’unica concessione alla divagazione era la vignetta di Forattini, a volte più espressiva e pungente degli articoli che la circondavano.
Poi nel tempo la testata si è evoluta in chiave con l’assunto rinnovarsi o perire, perché Scalfari prese atto dello scarso successo iniziale, dalla collocazione politica all’immagine seriosa, e virò in una direzione che consentì una scalata ai primi posti delle tirature, superando, contro ogni previsione, testate storiche e diffuse come La Stampa e Il Messaggero fino ad insidiare lo storico primato del Corriere della Sera.
Questo preambolo serve a evidenziare la capacità di visione di Scalfari che fece di Repubblica un modello di successo che cambiò in modo profondo la storia del giornalismo italiano.
Dalla scossa di Repubblica, che risale alla seconda metà degli anni ’70, l’elettroencefalogramma dell’industria editoriale italiana è andato sempre più appiattendosi.
Da più di trent’anni i quotidiani italiani perdono lettori e non è una flessione, non è un “ciclo sfavorevole”: è un esodo costante.
Le cause sono molteplici, ma hanno un filo comune: l’incapacità di reagire con prontezza e lucidità a un mondo che cambiava perché la crisi dei giornali italiani non è solo questione di Internet, social o pubblicità in fuga. È anche – e soprattutto – un problema di conservatorismo editoriale, che si manifesta in forme precise e riconoscibili.
La velenosa combinazione di sindacati interni, azionisti conservatori, un generale snobismo intellettuale del giornalista medio ha piombato qualsiasi tentativo di evolvere un sistema che non funzionava più. Che non poteva funzionare più.
Già nei primi anni di questo secolo, quando il mondo andava digitalizzandosi a ritmi sempre più frenetici, i giornali italiani hanno continuato a ragionare come se fosse ancora il 1980. Transizione al digitale fatta copiando il cartaceo e mettendolo on line: una reazione fiacca a un modello di consumo che evolveva giorno dopo giorno. Ancora oggi molti giornalisti ritengono un demansionamento e una perdita di prestigio scrivere sulla versione on line del proprio giornale.
La pubblicità, un tempo linfa vitale, è evaporata nelle casse di Google e Facebook e invece di investire in innovazione, data journalism, podcast o prodotti originali, molte testate hanno scelto la via dei tagli. Risultato: meno giornalisti, più agenzie, meno inchieste. Un giornale più povero non riconquista lettori: ne perde altri.
L’editoria è finita nelle mani d’imprenditori dalle molteplici attività industriali e finanziarie, come Agnelli e De Benedetti, che hanno utilizzato i giornali posseduti con occhi attenti ai propri interessi o entrati in politica come a suo tempo Berlusconi, facendo percepire i giornali come voci di padrini politici o economici. Non come cani da guardia del potere, ma come suoi portavoce. Perché un giovane dovrebbe pagare per leggere un giornale che sospetta sia telecomandato o strumentale ad interessi particolari?
Eppure, altrove, i giornali hanno dimostrato che la crisi non è una condanna a morte. Il New York Times ha scelto la qualità e un ecosistema digitale variegato: inchieste, newsletter, podcast, perfino ricette. Il Guardian ha puntato su trasparenza e donazioni volontarie. In Scandinavia, i giornali locali hanno trovato la loro forza nel rapporto diretto con le comunità.
Viceversa, in Italia a causa della miopia opportunistica degli editori alleata con il corporativismo snob dei giornalisti, i quotidiani non hanno perso solo lettori: hanno perso centralità culturale. Non dettano più l’agenda, non sono più i guardiani della democrazia, ma un attore fra tanti in un flusso infinito di contenuti, di qualità per lo più scadente.
Invertire la rotta è difficile ma non impossibile. Servirebbe coraggio: meno compromessi, più indipendenza, più innovazione. Servirebbe decidere cosa si vuole essere davvero.
Essere autorevoli significa fare previsioni che si realizzano, scoprire magagne gelosamente celate, spiegare in modo chiaro cose difficili, fare le pulci ai potenti senza paura, insomma comportarsi con uno stile che rende ammirevoli, inattaccabili e non ricattabili.
Finché la risposta resterà ambigua, finché prevarranno opportunismo e corporativismo i giornali italiani continueranno a fare quello che sanno fare meglio da trent’anni: perdere lettori.
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e come farebbero , oggi, a rendersi indipendenti? un magnate che li compra e li regala ad una copperativa di autori\editori\lettori? Fantascienza. Ci vorrebbe un Montanelli capace di fondare un giornale dal niente dalla sera alla mattina. Fantascienza pure questa.
Erano altri tempi: la gente leggeva i giornali ed era possibile fondarne uno contando sui lettori. Oggi non sarebbe possibile
Interessante analisi ma mi sembra un po’ troppo ingenerosa verso Repubblica che forse ometterà magagne dei suoi editori, ma è ricca di cultura e di brillanti analisi sul mondo contemporaneo, ha una linea troppo sbilanciata sui propal, ma pubblica anche articoli come quello di Levy. Piuttosto il prezzo ha subito aumenti scoraggianti
Eugenio Scalfari nel1982, anticipando il politicoConte nel2025, impose agli ebrei italiani di firmare la lista di dissociazione. Eugenio Scalfari ammetteva di essere stato “un fascista contento”. La lista di dissociazione imposta agli ebrei era prima apparsa nei giornali italiani (e anche iracheni) alla meta` degli anni trenta. Quanto alle lodi a The Guardian odierno, sono “beyond ludicrous”: e` un giornale ideologico che prescinde totalmente dai fatti onde perseguire i propri dogmi, massime quando c’e` in ballo Israele. The Guardian in Inghilterra e` quel che la maggior parte dei giornali e` in Italia.
Tutto ci divide da Scalfari e da The Guardian su Israele. Ma l’articolo mi sembra parli di capacità di marketing e non di contenuti
Grazie. Ricordo che il neonato giornale Repubblica mando` al pubblico un questionario, su che contenuti volevano vedere. Io scrissi che volevovedere un reportage a gamma molto ampia sullapolitica internazionale. Cosa che ovviamente non fecero. Ma quel modello che avrei preferito, e` quello di The Economist (che pure, alle volte, e` superficiale. Non vi e`luogo in terra che non sia superficiale.) Sono preoccupatissimo per l’articolo di Andrea Colombo: fara` scappare il pubblico che vi apprezza, in quanto e` un chiaro esercizio in gaslighting, peraltro ignorante e altezzoso, il che non stupisce in un giornalista che fu di Potere Operaio, dato che senza ignoranza, non vi sarebbe potuto essere il tipo di antisemitismo sessantottino: quando nel gennaio 1969, si impiccarono tanti ebrei in Irak, dove nacquero i miei genitori, a Milano fecero contro gli ebrei milanesi una contromanifestazione che approvava quelle impiccagioni. Come per dire agli ebrei: “Se potessimo, vi accuseremmo anche qui di essere spie, e vi impiccheremmo”. A quei tempi il nesso biografico attraverso i genitori coi trascorsi fascisti era piu’ immediato.
Un’altra cosa che mi ha fatto un’impressione negativa con InOltre, e` che mentre ammetto che il mio stile come autore (ho pubblicato tre pezzi) e` forse vecchiotto per lo stile italiano troppo florido, dato che in Italia i miei insegnanti erano anziani, mi si e` fatto l’appunto che la causa sarebbe in quanto sono nato all’estero. Mal passo subliminale fatto in tutta innocenza, dato che la persona che me lo scrisse ha fatto grandi sforzi a ristilizzare (semplificando troppo), ma e` un punto dolente.
Una volta sola, in Italia, vi e` stato un direttore sardo di rivista, sul punto di andare in pensione, che era partito con l’idea, ab initio, che con nome e cognome non italiani, non potevo scrivere come un italiano.
Povero Nikola Tomasic, Niccolo` Tommaseo, che mai e poi mai (seguendo lo stesso ragionamento) avrebbe potuto scrivere da italiano verace. (Io direi che il Tommaseo aveva un modo di sentire croato, anche la sua religiosita` onnipresente sia pur generosa, ma il suo italiano era non differente da quello degli intellettuali etnicamente italiani suoi contemporanei.)
Forse che Siegmund Guenzberg, nato in Turchia, venuto in Italia bambino come me (ora sono settantenne) scriveva male in italiano, autore assiduo com’era sull’Unita`? E ora su Il Foglio. Qui a Londra, oltre vent’anni fa mi trovai alle prese con un capo dipartimento e col suo capo, uomo di Chiesa piu’ a destra della Thatcher, terribili con me, in quanto essendo io israeliano di nascita, venivo percepito come intollerabilmente ebreo. L’altro ebreo con lo stesso direttore si suicido`, ed un collega mi spiego` perche’ (in quantoildirettore “pursued him relentlessly and single-mindedly”, come poi fece con me).
Coinvolsero un professore estremista di destra che si era appena proclamato “racialist”, una storia lunga. Un vecchio professore ebreo in un altro dipartimento (un daltonicoche era ricercatore di chimica dei colori!) mi disse al telefono: “Vedrai che tireranno fuori [assurdamente] la storia che non sai l’inglese”. Mentre scrivevo sempre io gli articoli, dato che lo facevo meglio di loro. Poi in tribunale, un professore mendace, che si era sgraffignato il mio progetto principale, affermo` in effetti che mi aveva escluso dalle riunioni (sul mio progetto, industrialmente importante) in quanto… non sapevo l’inglese. Ma se anche in tribunale, mi ero espresso in inglese meglio di loro… Il giudice non la bevette.
Quando in Italia, un professorino cerco` di attribuire la mia tesi di laurea alla figlia di un industriale, per confondere le cose mi chiesero di riscrivere dei testi di lei, dato che, affermavano, scrivevo meglio in italiano. Penso che come anche in Inghilterra, dato che ormai l’ascesa dell’antisemitismo e` tanto evidente, e che se ne scrive, anche presso i meglio intenzionati in Italia potrebbe succedere che finiamo con l’essere troppo sui (censura). Altrimenti non saprei spiegarmi il reclutamento, e con un articolo inaugurale proprio oggi,”batheticamente” disastroso (noti l’avverbio adattato dall’inglese, da “bathos”, voce greca), del Colombo.
Nei libri di storia, sempre che restino ebrei per scrivere la loro storia, penso che in Italia nessun difensore degli ebrei nel frangente attuale risplendera` piu fulgidamente da Iuri Maria Prado.