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25 aprile, la liberazione della ferocia antiebraica

Speciale 25aprile

25 aprile, la liberazione della ferocia antiebraica

Il 25 aprile mostra ancora una volta ciò che l’Italia preferisce non guardare: l’antisemitismo non come incidente di piazza, ma come riflesso antico, coltivato, assolto e travestito da militanza politica. Una memoria nazionale falsificata torna così a presentare il conto. Quanto è successo ieri in tante

Iuri Maria Prado26/04/2026Aggiornato 25/04/20263 min lettura593 parole

Il 25 aprile mostra ancora una volta ciò che l’Italia preferisce non guardare: l’antisemitismo non come incidente di piazza, ma come riflesso antico, coltivato, assolto e travestito da militanza politica. Una memoria nazionale falsificata torna così a presentare il conto.


Quanto è successo ieri in tante piazze d’Italia — vale a dire lo sfoggio della protervia antisemita trasfigurata in contestazione “anticoloniale” e “antisionista”, e in rivendicazione della “resistenza” stragista palestinese — non è marginale rispetto al respiro generale della società italiana.

Non si tratta di episodiche dimostrazioni poco rappresentative, destinate all’isolamento che merita — e di cui è comodamente destinataria — la sparuta gazzarra razzista che non rappresenta nessuno e non contamina nulla.

Si tratta invece del prevedibilissimo — e davvero non inedito — sfogo plateale di un’infezione antiebraica lungamente e impunitamente fatta crescere in bacini di coltura il cui arricchimento nucleare è stato consentito, legittimato, giustificato, o, ad andar bene, tenuto nella zona di tenue vigilanza di cui può essere oggetto la frase fuori posto, l’irrilevante inurbanità, l’innocua sbavatura grammaticale.

Le forze dell’ordine costrette ad assistere impassibili alla cacciata della Brigata Ebraica dalle celebrazioni del 25 aprile, le bandiere dell’Internazionale sgozzatrice poste a sostituire quelle delle democrazie anglo-americane che salvarono l’Italia da sé stessa — e cioè dalla propria effettività sterminazionista e dal futuro stalinista che il nostro Paese avrebbe patito se Churchill e Roosevelt non lo avessero preservato dalle ambizioni della belva comunista — tutto questo, in una continuità di non stupefacente riaffermazione di un intramontabile specifico italiano, non segna nessun cambiamento civile del nostro Paese, nessuna involuzione del nostro Paese in una nuova parentesi di inopinato degrado.

Non c’è nulla di nuovo, in tutto questo. Perché come non erano fasciste le leggi razziali, ma italiane, così non sono “estremiste”, esogene, culturalmente sparute e forestiere le dimostrazioni della feccia che ieri ripeteva gli slogan di Hamas, di Hezbollah, di Francesca Albanese, delle Nazioni Unite presidiate dalla democrazia delle impiccagioni: erano nuovamente — anticamente — italiane, quelle dimostrazioni.

Ed erano legittimate da una inesausta, consapevolissima opera di spontanea abdicazione al dovere degli italiani — sistematicamente inadempiuto — di rendere conto a sé stessi della propria identità irrisolta. E sistematicamente devoluta all’irresponsabilità, agli agi civili del tornaconto senza rendiconto.

La ferocia antiebraica celebrata nel giorno della “liberazione” è una voce fungibile e ormai abitudinaria, magari soltanto un poco più appariscente, di un bilancio nazionale perennemente falsificato. Non serve neppure una legge per legalizzarlo, perché è legalizzato nella sovranità della consuetudine.


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