Speciale 25aprile
La Liberazione tradita da chi caccia la Brigata Ebraica e i sostenitori dell’Ucraina
La Festa della Liberazione può ancora parlare al presente solo se sceglie senza ambiguità la democrazia liberale contro ogni totalitarismo. Altrimenti il 25 Aprile diventa il luogo in cui vecchie rimozioni producono nuove esclusioni, dall’Ucraina alla Brigata Ebraica. Tra quelli che circa 80 anni fa hanno




La Festa della Liberazione può ancora parlare al presente solo se sceglie senza ambiguità la democrazia liberale contro ogni totalitarismo. Altrimenti il 25 Aprile diventa il luogo in cui vecchie rimozioni producono nuove esclusioni, dall’Ucraina alla Brigata Ebraica.
Tra quelli che circa 80 anni fa hanno combattuto il nazifascismo, come si dice spesso, c’erano diverse anime. Grossomodo, però, possiamo tracciare una linea divisoria piuttosto netta: da una parte quanti lottarono per sostituire una società fondata sul principio totalitario-illiberale con il principio democratico-liberale; dall’altra, invece, quanti lottarono per cambiare il contenuto delle dittature nazifasciste, simpatizzando però col contenitore, cioè col principio totalitario-illiberale.
C’era chi sognava, per il dopo la lotta, la democrazia con elezioni e partiti, e chi lo Stato con un unico Partito — lettera rigorosamente maiuscola — incaricato di realizzare il Bene. Il fatto che si possa avere un nemico comune non implica che si abbiano ideali comuni: Stalin e Churchill lottarono insieme contro Hitler e Mussolini, ma solo uno dei due era a favore della democrazia.
Solo durante i cinque anni della Seconda guerra mondiale, l’Inghilterra cambiò tre primi ministri, se consideriamo anche Clement Attlee, in carica dall’estate del 1945. In Unione Sovietica, dal 1924 al 1953, Stalin fu il capo incontrastato del Paese, guidato con i metodi e le stragi che conosciamo.
Non sto ricordando queste cose per scendere sul terreno banale della polemica anticomunista. Il punto è un altro e, credo, molto più importante. È mia ferma convinzione che i gravi episodi che si sono registrati durante le ultime celebrazioni del 25 Aprile, Festa della Liberazione, e che non sono altro che la prosecuzione di fatti cui abbiamo assistito negli ultimi anni in altri cortei, discendano tutti dalla rimozione di questa distinzione originaria, che implica una scelta di campo netta, chiara, senza sfumature.
Se “partigiano” è colui che “prende parte”, allora bisogna anzitutto dire da che parte si sta tra quello che ho voluto definire principio totalitario-illiberale e il principio democratico-liberale. Il 25 Aprile, a dispetto di quel che recita una certa retorica da piazza, non è divisivo “solo se sei fascista”, dal momento che si può benissimo essere antifascista e, nello stesso tempo, non essere democratici, vale a dire non parteggiare per quel regime politico che accetta e promuove il pluralismo, libere elezioni e separazione dei poteri.
Considero l’antifascismo un valore altissimo solo se è innestato sulla scelta di campo per il principio democratico-liberale.
Se nelle piazze in cui si celebra la caduta dei regimi nazifascisti si aggrediscono le persone che portano la bandiera dell’Ucraina, un Paese invaso dalla Russia di Putin e da quattro anni martoriato da un’aggressione militare brutale, di chiara matrice imperialista; se l’imperialismo fosse un’esclusiva degli Stati Uniti, come pensano certuni, diventerebbe di colpo illeggibile buona parte della storia dei Paesi dell’Europa centro-orientale, oltre che, tanto per fare un esempio tra i mille possibili, l’aggressione giapponese di Nanchino del 1937, che comportò una delle stragi più aberranti del secolo scorso.
Se nella piazza che celebra la caduta dei regimi nazifascisti viene impedito alla Brigata Ebraica di manifestare, con una pericolosa lesione dei diritti fondamentali dei suoi membri, un’odiosa ferita alla storia della Resistenza e, come se non bastasse, con l’aggiunta di barbariche espressioni antisemite da parte di qualcuno; se capita tutto questo, non possiamo cavarcela dando la colpa alla gestione dell’ordine pubblico, come ha scritto su X la deputata PD Lia Quartapelle, o cercando di ridimensionare tutto, parlando di pochi facinorosi, come hanno fatto altre figure più o meno note, vicine al mondo dem.
Ciò cui abbiamo assistito in piazza, ripeto non per la prima volta in questi anni, è figlio diretto anzitutto delle ambiguità sull’Ucraina del cosiddetto Campo largo, da ripartire in porzioni diseguali tra i leader, sulla quale il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle hanno scommesso un po’ per convinzione di una parte, un po’ per calcolo elettorale.
Così, sul carro sono stati caricati il pacifismo strabico e “platonico”, distinti ma spesso a braccetto nell’invocare la pace o il disarmo, ma solo a senso unico e spesso confondendo la cultura della guerra con la cultura della difesa; i massimalisti anti-UE e i sovranisti di sinistra; l’antioccidentalismo ideologico. Se c’è da vincere le elezioni contro i fascisti, veri o presunti, mica si può andare tanto per il sottile?
Sull’ancor più delicata questione palestinese, poi, le cose si fanno ancora più gravi. Il sostegno sacrosanto alla popolazione di Gaza e dintorni, la condanna altrettanto necessaria delle efferate politiche del governo di Netanyahu, non si sono sposati — per usare una formula soft — con una netta condanna delle mostruosità di Hamas, Hezbollah e del governo iraniano da una parte, e dall’altra con una presa di distanza dall’antisemitismo crescente che, sotto l’ombrello dell’antisionismo, è tornato a propagarsi nel senso comune da ben prima del 7 ottobre 2023, come dicono tutte le indagini ufficiali, tutti gli osservatori, tutte le sensazioni di cui disponiamo.
Essere ebreo, oggi, è un problema; essere israeliano è uno stigma. Di fronte a questo, si sarebbe dovuto costruire da subito un cordone sanitario robusto, nella consapevolezza che la lotta all’antisemitismo è uno dei pilastri fondamentali della democrazia. Niente di ciò è stato fatto.
Anzi, si è scelto di riservare onore istituzionale a figure a dir poco problematiche, portatrici di un linguaggio assai equivoco, capaci di giocare abilmente sul limite tra dicibile e indicibile, allo scopo di allargare il perimetro del dicibile su ebraismo e Israele, di normalizzare frasi, ammiccamenti e sottintesi che solo pochi anni fa ci avrebbero messo in imbarazzo con gli amici al bar.
Per quale motivo logico, in un Paese che accetta di sfilare in corteo con chi chiede una Palestina libera “dal fiume al mare”, cioè senza ebrei, e inneggia all’“intifada globale”, non si dovrebbe poi cacciare la Brigata Ebraica dal corteo del 25 Aprile?
Per quale motivo logico, in un Paese in cui i vertici politici di partiti democratici non hanno il coraggio politico di andare a Kyiv per paura che il gesto allontani il sostegno di una frangia che serve per vincere le prossime elezioni, non dovrebbero essere strappate le bandiere ucraine in un corteo del 25 Aprile?
Non capisco perché, se un ragazzo aggredisce un coetaneo a scuola, subito partono le analisi sociologiche per capire i “motivi ambientali” che hanno potuto nutrire quel gesto, mentre dinanzi a episodi come questi qualcuno vorrebbe rifugiarsi nella cara vecchia responsabilità individuale, nella discontinuità di un singolo che agisce in modo totalmente indeducibile dal contesto.
Tutto questo, tornando al punto di partenza, discende dalla rimozione di quella distinzione originaria, la scelta di campo tra democrazia e non democrazia: in nome dell’opportunismo elettorale, del quieto vivere o anche per reale convinzione.
Tutto viene da lì: dal non voler affrontare quel nodo cruciale, dal volerlo mantenere nel dormiveglia politico, nella penombra di discorsi inclusivi per vaghezza, non per complessità; nell’indecisione che diventa irresponsabilità, nell’irresponsabilità che diventa connivenza.
Bisogna tornare a quel nodo, esplicitarlo, litigare, affrontarsi, dire se si sta di qua o di là. Non scegliere è già scegliere.
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Arrivata alla “necessaria condanna delle efferate politiche di Netanyahu” ho smesso di leggere.