Storia, costume e cultura
La libertà e la giustizia nell’era della tecnica secondo Thomas Mann
Tre anni prima del suo rientro definitivo in Germania dagli Stati Uniti, nel 1950, Thomas Mann tenne a Chicago una conferenza con un titolo semplice ed emblematico: Il mio tempo. La traduzione italiana della conferenza, di Ervino Pocar, è contenuta in un volume della vecchia Medusa


Tre anni prima del suo rientro definitivo in Germania dagli Stati Uniti, nel 1950, Thomas Mann tenne a Chicago una conferenza con un titolo semplice ed emblematico: Il mio tempo. La traduzione italiana della conferenza, di Ervino Pocar, è contenuta in un volume della vecchia Medusa mondadoriana nel contesto di una silloge per la cui composizione lo stesso Mann ebbe occasione di compiacersi con l’editore italiano (T. Mann, Il mio tempo, in Romanzo di un romanzo, trad. it. Mondadori, 1952, pp. 241-265).
Il tempo in cui il grande scrittore tedesco si trovò a vivere, e di cui parlò in quella conferenza, è ancora quello dell’epoca che Goethe aveva già contrassegnato come l’era delle “facilità”, e che Mann assimila all’ “epoca della tecnica, del progresso e delle masse, quell’epoca che dopo una corsa di 120 anni è giunta in questi giorni angosciati a toccare la vetta vertiginosa e veramente fantastica” (ivi, p. 243).
La vetta cui Thomas Mann si riferisce è quella caratterizzata dal secondo conflitto mondiale, dall’olocausto e dall’incipiente guerra fredda, ma anche dal rapido diffondersi di quelle “mode” e correnti culturali che lui non seguì mai: “quando il mio pensiero ritorna al passato… – scrive infatti – ecco, io non ho mai seguito la moda, non ho mai portato il macabro martello dell’Arlecchino fin de siécle, mai avuto l’ambizione di essere all’avanguardia letteraria, mai appartenuto a una scuola o alla consorteria che era di volta in volta al comando, né al naturalismo, né al neo-romanticismo, al neo-classicismo, al simbolismo, all’espressionismo, e chi più ne ha più ne metta. Perciò non fui mai sostenuto da nessuna scuola e raramente lodato dai letterati (ivi, p. 251)”.
Come lo stesso Mann scrive riferendosi a Tolstoj, anche lui, come il grande scrittore russo, “si tenne lontano da tutte le correnti progressive contemporanee”, ovvero da quelle stesse correnti il cui successo era in certo modo una diretta conseguenza di due tipi distinti di “fede”: quella che vedeva nel progresso indefinito della scienza e della tecnica la possibilità di trovare una soluzione a qualsiasi problema, e quella, non meno fondamentale a cavallo degli ultimi due secoli, nel potere redentore delle masse e delle elíte che dovevano guidarle.
Solo pochi intellettuali si rivelarono refrattari al potere seduttivo di entrambe, e Thomas Mann fu tra questi: “il mio tempo… – scrive ancora – mai, posso ben dirlo, ne sono stato il servile adulatore né in territorio artistico né in campo politico morale; mentre lo esprimevo, io ero per lo più avverso, e quando presi posizione lo feci regolarmente nel momento più svantaggioso (ivi, p. 254)”.
I miti e le leggende che avvolgono ogni epoca – incluso quello di un progresso diffuso e ineludibile anche nelle arti, su cui anche Max Weber, ancor prima di Mann, aveva messo in guardia – sono destinati a diventare la verità, così come poterono diventarlo, nel secolo appena trascorso, ma questa volta attraverso la menzogna e varie forme di violenza, i dogmi del totalitarismo.
Anche per il totalitarismo, infatti, non è la verità che può rendere beati, ma la fede, anche quando estorta: “lo statista totalitario è il fondatore di una religione o meglio il fondatore di un sistema di dogmi infallibile, inquisitorio, pronto a reprimere violentemente ogni eresia e fondato su leggende, al quale la verità deve sottomettersi con ascetico rigore. Non c’è da stupirsi che, in questo nostro mondo di un liberalismo che dispera o almeno dubita di sé, una siffatta fondazione sia stata coronata da successo, per quanto appaia raccapricciante a chi è stato abituato alla libertà dell’arte, l’unico campo forse in cui la libertà sia possibile e naturale (ivi, pp. 258-259)”.
All’inizio della guerra fredda, in quella stessa conferenza tenuta a Chicago, Mann osservò come libertà e uguaglianza costituissero i due riferimenti fondamentali in ogni democrazia: “questi si contraddicono e non potranno mai giungere a una fusione ideale perché l’uguaglianza contiene la tirannide e la libertà il dissolvimento anarchico.
L’umanità ha oggi il compito di trovare un nuovo equilibrio fra di esse, di portarle a una nuova unione nella quale non si potrà certo negare il fatto che l’idea dominante nella nostra epoca è la giustizia e la sua attuazione, per quanto sta nelle forze umane, riguarda la coscienza mondiale. La rivoluzione borghese deve evolversi in territorio economico, la democrazia liberale deve diventare sociale. In fondo lo sanno tutti, e se nei suoi ultimi anni Goethe affermava che ogni uomo ragionevole è un liberale moderato, diremo oggi che ogni uomo ragionevole è un socialista moderato” (ivi, pp. 263-264).
L’aggettivo “moderato”, almeno in politica, ha recentemente riscosso apprezzamenti alquanto riduttivi sui nostri media: per esempio, Massimo Cacciari, qualche mese fa a 8 e ½, ha detto che i moderati “non servono a nulla”. In effetti, se con tale termine dovessimo intendere solo posizioni più o meno annacquate, incerte, irresolute, non si potrebbe non essere d’accordo.
Ma il termine “moderato”, in politica, può designare anche un altro tipo di cittadino: non colui che crede blandamente in qualche valore dal gusto stantio, non chi annacqua i propri convincimenti evitando di trarne le dovute conseguenze, non chi, con scarso entusiasmo e quasi per inerzia, fa professione di un vago democraticismo privo d’implicazioni concrete, ma chi sia invece sempre disposto a prendere in considerazione seriamente le ragioni di coloro che la pensano altrimenti senza presupporre che siano o irrazionali o in mala fede.
In questo senso i liberali sono moderati e molti appartengono a quella tipologia di moderati che si sentono chiamati a difendere, con rigore e intransigenza, non solo i valori fondamentali della società liberaldemocratica, ma anche l’esigenza di rispettare la dignità umana di ogni cittadino che ne consegue. Per questo i liberali si sentono impegnati a garantire ad ogni membro della propria comunità un’esistenza dignitosa, ovvero un’esistenza che sia in grado di fornire a ognuno gli strumenti indispensabili per cercare di realizzare ciò che potrebbe renderlo felice; e per questo è tra i liberali che bisogna cercare i veri democratici e i veri socialisti.
Thomas Mann è stato, come scriveva Eugenio Scalfari nel 1986, uno dei maestri di conoscenza per tanti intellettuali e scrittori italiani: ha indicato a molti “la vacuità dei confini politici e la bruttura dei confini razziali. La forza imbattibile delle convinzioni morali. L’ineffabilità della musica come espressione suprema dello spirito. La civiltà dei modi come tratto distintivo di democrazia e di rispetto degli altri. Tutto questo senza predicazioni né manifesti, ma attraverso racconti, personaggi, fantasia” (E. Scalfari, La sera andavamo in via Veneto, Mondadori, 1990, p. 68).
Per gli intellettuali o i letterati della generazione di Scalfari, ma anche per alcune precedenti e successive, Thomas Mann ha rappresentato un esempio di rigore intellettuale e morale, di chiarezza e di eleganza stilistica. Egli ha rappresentato, come sostiene György Lukács, l’incarnazione più alta delle forze democratiche e progressive della borghesia tedesca, proprio mentre questa “cadeva nell’estrema bassezza e guazzava nella sanguinosa palude della barbarie”. Nonostante la presente crisi di fiducia nei valori liberali e nei fondamenti stessi della civiltà europea, l’attualità del suo magistero non è mai venuta meno, anzi: esso potrebbe contribuire in qualsiasi momento a determinare proprio la rinascita di quei valori e di quei fondamenti.
Dentro la sua opera si cela infatti ancora il germe di un nuovo umanesimo. Ma questo potrà svilupparsi solo tornando ad attribuire la giusta importanza alla formazione culturale di ogni cittadino e sottraendo la società alla venerazione di ciò che Jürgen Habermas definisce agire strumentale, cercando invece di sviluppare ciò che chiama agire comunicativo, ovvero la disposizione a sottoporre qualsiasi convinzione, propria o altrui, all’esame di un confronto civile e razionale: solo a queste condizioni i liberali e i “moderati” potranno tornare a rendere ancora possibile il dialogo costruttivo tra quei valori di libertà e giustizia che Thomas Mann indicava come i due riferimenti ideali del suo tempo, ma che sono ancora, e in misura non meno evidente, i due riferimenti ideali del nostro tempo.
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Un articolo molto interessante, grazie della condivisione.?
https://www.newyorker.com/culture/cultural-comment/at-thomas-manns-house-the-german-president-defends-democracy?_sp=0e6ab57d-d0e3-4d7d-9218-ee1c4389e9c9.1750195407129
AT THOMAS MANN’S HOUSE, THE GERMAN PRESIDENT DEFENDS DEMOCRACY
By Alex Ross
…
Steinmeier went on: “It seems to have been only in the United States that Thomas Mann changed from a democrat-by-reason into a democrat-in-heart. And all his enthusiasm was focussed on a single person: Franklin Roosevelt. Frido Mann, you gave us such a wonderfully vivid description of some of your childhood memories—how, at the breakfast table in San Remo Drive, your grandfather spoke with flashing eyes and great, dramatic gestures of the charismatic yet physically depleted President.” After Roosevelt’s death, though, the atmosphere began to change:
Only a few years lay between Roosevelt’s shining example and the descent into a toxic political climate of intolerance and polarization, prejudices and conspiracy theories, and the state-led erosion of fundamental rights and an independent judiciary. While the Marshall Plan was enabling the ruined Germany to start afresh, economically and morally, in California Thomas Mann found his friends, exiles, artists, intellectuals, his own children Erika, Klaus, and Golo, and eventually himself the target of McCarthy’s zealous Communist hunters. Under the heading “Dupes and Fellow Travelers,” Life magazine counted him among the illustrious ranks of suspects ranging from Charlie Chaplin and Leonard Bernstein to Arthur Miller and Albert Einstein.
And so Mann went into exile once again, in Switzerland. Yet, as Steinmeier pointed out—and as Vaget emphasizes in his book “Thomas Mann, der Amerikaner”—Mann died an American citizen. He never renounced the Roosevelt dream.
Everyone was waiting for Steinmeier to mention Trump, who was spreading lies about German crime statistics on Twitter that very morning. But the Bundespräsident declined to score easy points. “I would like to remind all those in Germany who are currently shaking their heads in disgust every day over the end of U.S. democracy, and even doing so with a certain cultural arrogance, of Thomas Mann’s crystal-clear words: ‘No, America needs no instruction in the things that concern democracy.’ No other democracy in the world has proved to be as resilient and renewable as that of the United States.” Steinmeier named some current “forces of renewal”: “The students no longer prepared to accept rampant gun violence, the dedicated people breathing new life into Martin Luther King’s Poor People’s Campaign, the countless women standing for political office around the country in greater numbers than ever before.”
Steinmeier’s culminating point was that democracy has no safe home, that the fight for it is unending. As Mann said in 1938, it should “put aside the habit of taking itself for granted, of self-forgetfulness”; instead, it should use its newfound fragility as a spur to action. Steinmeier sees the Thomas Mann House as a site on which debates over the democratic future can unfold. A conference at the Getty Center gave a foretaste of what he had in mind: Marcelo Suárez-Orozco, an immigration expert at U.C.L.A., and the German social scientist Jutta Allmendinger, one of the first wave of Thomas Mann fellows, traded statistics on immigration in Germany and the U.S., suggesting that the underlying aspirations and fears are closer than they might appear.
One of Mann’s great insights was that a civilization decays from within. Its enemies are always shadows cast on walls. He understood as well as anyone the deep, twisted cultural roots of the Nazi catastrophe: that is what “Doctor Faustus” is about, in part. He died without a homeland—a German exile turned American exile. So it is a powerful thing to see light streaming from the study he loved, figures silhouetted in the windows. Thomas Mann is buried in Zurich, but his spirit is abroad.