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La malinconica abiura di Jovanotti, reo di non aver detto “genocidio”

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La malinconica abiura di Jovanotti, reo di non aver detto “genocidio”

Nel nuovo tribunale della modernità, non si bruciano eretici sul rogo, ma reputazioni sul palco digitale. L'ultima vittima, o per meglio dire, l'ultimo eretico, è Lorenzo Jovanotti. La sua colpa? Non aver pronunciato il nuovo giuramento di fedeltà della nostra epoca: "Genocidio". Tutto era iniziato con

Alessandro Tedesco03/08/2025Aggiornato 02/08/20254 min lettura800 parole
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Nel nuovo tribunale della modernità, non si bruciano eretici sul rogo, ma reputazioni sul palco digitale. L’ultima vittima, o per meglio dire, l’ultimo eretico, è Lorenzo Jovanotti. La sua colpa? Non aver pronunciato il nuovo giuramento di fedeltà della nostra epoca: “Genocidio”.

Tutto era iniziato con una frase pronunciata durante un concerto: “Non ho niente di intelligente da dire su quello che sta succedendo. E siccome non ho niente di intelligente da dire, non dico niente. Prego, spero e mi auguro che questa follia ci insegni qualcosa”. Una dichiarazione che, in qualsiasi altra epoca, sarebbe potuta passare per un’ammissione di onesta umiltà.

Ma non oggi. Non in un’epoca in cui ogni artista, ogni intellettuale, ogni personaggio pubblico è chiamato a schierarsi, a giudicare, a urlare la giusta formula, pena l’accusa di codardia, ipocrisia e, nel caso di Jovanotti, di “vigliaccheria”. La reazione del pubblico è stata violenta, con diversi utenti, tra cui il giornalista Pablo Trincia e Selvaggia Lucarelli, che hanno accusato l’artista di essersi girato dall’altra parte.

Così, l’artista che aveva fatto una scelta intelligente, ovvero quella di non conformarsi al pensiero dominante, ha compiuto una vera e propria abiura per la propria sopravvivenza, piegandosi al volere dei suoi moderni inquisitori. A distanza di giorni, Lorenzo Cherubini ha ceduto alle richieste del mainstream, ritrattando la sua posizione. In un lungo post su Instagram, Jovanotti ha ceduto e si è adeguato, rinunciando alla sua “non presa di posizione” che tanto scalpore aveva fatto, un gesto necessario per la sua sopravvivenza professionale e d’immagine.

Ha infatti condiviso un post in cui, dopo aver raccontato la sua visita a “Rondine, Cittadella della Pace”, ha affrontato le critiche ricevute. Ammettendo di aver ricevuto “critiche, ironie, insulti”, ha cercato di difendersi dicendo di non aver “mai evitato di prendere posizione, nessuna neutralità”. Il nuovo giuramento è stato poi pronunciato: “L’esercito israeliano ai comandi di questo governo criminale è ormai fuori controllo”. Il cantante ha condannato come “atroce” quello che sta accadendo a Gaza, aggiungendo che “le bombe israeliane sui civili si devono fermare. Non è autodifesa. Non è giustizia”.

La vicenda Jovanotti ci riporta alla mente altri periodi storici in cui l’adesione a un dogma era l’unica via per la salvezza, o almeno per non finire sul rogo, fisico o virtuale che fosse. La storia, infatti, è costellata di esempi in cui la non adesione al pensiero dominante è stata equiparata a un’eresia da combattere.

Durante l’Inquisizione cattolica, ad esempio, gli eretici erano costretti a un’abiura pubblica, una dichiarazione di fedeltà alla dottrina. Rifiutare di farlo, poteva significare la condanna alla “combustione”, così come accadeva ai giudei che non si dichiaravano “conversos”.

Lo stesso accadeva, in un certo senso, nel regime nazista, dove i cittadini dovevano prestare un giuramento di fedeltà incondizionata a Hitler, pena l’internamento o la morte. Anche nei regimi comunisti, l’ortodossia del pensiero era un prerequisito. Non era accettato il dissenso, così come era un’eresia non urlare “Lunga vita al Presidente Mao!” o non denunciare il “capitalismo”, pena la prigione o i lavori forzati. E in tempi più recenti, l’ISIS ha imposto alle minoranze religiose di pronunciare la Shahada per evitare la morte o la schiavitù.

Oggi, il nuovo giuramento di fedeltà al “partito” del politically correct è la parola Genocidio. E ciò che rende l’intera vicenda una perfetta sintesi della nostra epoca, è la selettività di tale obbligo. La parola viene imposta quasi esclusivamente quando si tratta di Israele e dell’Occidente.

Ma un totale silenzio cala quando si parla di altre potenze o realtà come la Russia, la Corea, la Cina, il Sudan o la Nigeria. In quei casi, l’indignazione selettiva del “tribunale” è comodamente spenta, il dogma non si applica, e l’eresia è lasciata impunita. Jovanotti, in un primo momento, era stato processato e condannato per non aver voluto piegarsi a questa doppia morale.

Ma alla fine, ha compiuto la sua abiura, allineandosi.

Il dibattito è morto, e con esso la libertà di pensiero. Quello che rimane è un monologo urlato, fatto di indignazione e di insulti, dove chi non è con noi è contro di noi. E così, Jovanotti, dopo aver assaporato la condanna, ha rinunciato alla sua singolarità per non bruciare sul rogo della sua reputazione.

Benvenuti nella nostra nuova, meravigliosa, e incredibilmente “libera” società.


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4 pensieri su “La malinconica abiura di Jovanotti, reo di non aver detto “genocidio”

  1. Enrico Marani dice:

    Letto l’articolo (grazie per averlo scritto) la domanda per me diventa: come si rompe il dogma? Lo si rompe sostenendo il dogma opposto o mettendo in campo opportuni distinguo?

    Qui credo stia un punto importante.

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