Israele
Le 591 tacche di Evyatar David, l’ostaggio sepolto vivo da Hamas
Una tacca al giorno. È così che Evyatar David, 23 anni, tiene il conto da quando è stato rapito da Hamas il 7 ottobre 2023 durante il Nova Music Festival. Una tacca per ogni giorno di buio, fame, isolamento. Una tacca per ogni giorno in cui


Una tacca al giorno. È così che Evyatar David, 23 anni, tiene il conto da quando è stato rapito da Hamas il 7 ottobre 2023 durante il Nova Music Festival. Una tacca per ogni giorno di buio, fame, isolamento. Una tacca per ogni giorno in cui il mondo ha deciso che il suo dolore non meritava attenzione.
In un video rilasciato da Hamas a fine luglio 2025, Evyatar è apparso scheletrico, seduto su una pietra, intento a segnare con la mano ciò che resta del suo tempo. Alle sue spalle, su una parete rocciosa, 591 tacche. Nessuna parola. Nessun suono. Solo l’eco assordante dell’indifferenza.
Il prigioniero invisibile
Non ci sono informazioni ufficiali sul luogo esatto in cui è detenuto. Nessuna missione umanitaria internazionale, nessuna visita della Croce Rossa. Nessuna dichiarazione delle grandi ONG che operano nella Striscia di Gaza.
Eppure Evyatar è vivo. O, come scrivono i familiari, “è in vita”. Una distinzione che pesa come piombo.
Il suo volto scavato e le mani tremanti sono diventati un’icona tragica. Non per i grandi media, né per la diplomazia internazionale. Ma per chi ha ancora il coraggio di guardare l’umanità da entrambi i lati del conflitto.
Il silenzio selettivo
La storia di Evyatar David non buca la narrazione dominante. Non viene rilanciata dai movimenti per la pace, dalle testate che ogni giorno documentano Gaza. Non viene celebrata dai testimonial delle cause umanitarie. Eppure, si tratta di un ragazzo di 23 anni detenuto senza contatto col mondo, denutrito, usato come merce di scambio. Un ostaggio. Un prigioniero. Un ebreo.
E questo, per molti, basta per renderlo invisibile.
La testimonianza del fratello
Il fratello maggiore, Ilay David, ha raccontato la sua storia di fronte al Senato americano. Ha implorato la liberazione di Evyatar. Lo ha fatto da solo, senza l’appoggio di grandi ONG, senza l’interesse dei media europei. Lo ha fatto per ricordare che la vita di un ostaggio vale quanto quella di qualsiasi altra vittima. Anche se è israeliano. Anche se è ebreo.
Domande scomode
Perché l’ONU, presente a Gaza con migliaia di dipendenti, non è in grado di monitorare le condizioni degli ostaggi? Perché il sistema dell’informazione internazionale seleziona il dolore da mostrare e quello da ignorare? Perché davanti a un video come quello di Evyatar non si mobilita l’opinione pubblica come è accaduto in tanti altri casi?
La risposta è implicita. Ed è disturbante. Evyatar non rientra nella narrazione utile.
Una tacca al giorno
Ogni giorno che passa, il corpo di Evyatar si consuma. Ogni giorno che passa, il silenzio attorno a lui diventa più assordante. Ogni giorno, una tacca. Incisa su una parete. Ma anche sulla coscienza di chi, pur sapendo, ha deciso di ignorare.
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E la donna che ha voluto la scritta INDIFFERENZA sul muro del Memoriale della Shoah a Milano, come emblema di ciò che ha reso possibile la Shoah, non esita a parlare di crimini di guerra e crimini contro l’umanità da parte di Israele.
Perché è così diffuso il sentimento propal?
Perché i media, quasi tutti, sostengono la narrazione di Israele aggressore e Palestinesi vittime?
A chi giova? Chi muove i fili?
Vorrei capirlo davvero.
Nadia Mai