Cose di Chiesa
La morte di un ebreo sulla croce dipinta da Chagall è l’antitesi del bambinello con la kefiah
Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo di Gianluca Reddavide Cara redazione, qualche giorno fa ho visto la "Crocifissione bianca" di Chagall, in mostra a Roma fino al 27 gennaio, e ne sono rimasto profondamente turbato. Come sapete, Chagall la dipinse poco dopo la Notte dei Cristalli del



Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo
di Gianluca Reddavide
Cara redazione,
qualche giorno fa ho visto la “Crocifissione bianca” di Chagall, in mostra a Roma fino al 27 gennaio, e ne sono rimasto profondamente turbato. Come sapete, Chagall la dipinse poco dopo la Notte dei Cristalli del 1938. Come i grandi artisti riescono a fare, ha messo sulla tela il tempo di Gesù e il suo tempo, il tempo dell’antisemitismo nazista che stava per avviarsi verso la soluzione finale. Intorno al crocefisso tutto il mondo brucia e si sgretola.
Nonostante i curatori dell’esposizione abbiano evidenziato che in quella rappresentazione della catastrofe la luce bianca che scende dall’alto e avvolge la croce sia una prefigurazione della speranza e della resurrezione, quella luce bianca che avvolge tutto sembra piuttosto la luce che svela la fine del mondo, la prefigurazione dell’antisemitismo, della Shoah, e oltre, e se dovessi trovare un paragone, sembra la “gloria del disteso mezzogiorno” di cui scriveva Montale in Ossi di Seppia. La crocefissione bianca è una passione senza resurrezione.
Perché intorno a Gesù la sinagoga brucia, gli arredi sacri sono in terra, le case dei villaggi sono capovolti, le donne, i bambini, gli uomini scappano, l’ebreo d’Israele diventa un profugo con il sacco sulle spalle, una barca piena di disperati prende il mare… ma dove vanno? C’è un posto per loro?
È la rappresentazione della fine del mondo. Della fine di un mondo.
Su tutto domina lo sguardo mite del crocefisso morto. Il crocefisso è un ebreo. Sembra un fatto ovvio, eppure non lo è più. È questo l’elemento che più di ogni altro mi ha turbato, perché svela – grida! – una verità solo in apparenza ovvia. Gesù crocifisso ha il tradizionale scialle di preghiera, il tallit, a coprirgli i fianchi, ma i nodi sono sciolti, sul capo non ha la corona di spine ma un drappo. Una menorah ai suoi piedi non ha sette bracci ma sei, perché uno si è spento per sempre.

Non è la sofferenza di ogni essere umano, come la vulgata giubilare ha necessità di spiegare, ma la rappresentazione di un singolo popolo, che ha subito persecuzioni, pogrom e violenze – fino al tentativo terribile di annientarlo definitivamente – da quando quel povero ebreo sulla croce, suo malgrado, è morto. Da quando quella storia, da storia interna all’ebraismo, si è trasformata in altro. Questo ha dipinto Chagall: la violenza antisemita e paradossale generata dalla morte sulla croce di un ebreo.
E poiché le opere, se sono vive, continuano a parlare anche dopo, Chagall ha dipinto anche il nostro tempo.
Il mite ebreo crocifisso di Chagall è l’antitesi del bambinello che Papa Francesco nel presepe di santa Marta ha voluto adagiare sulla kefiah. Un Gesù palestinese, così la de-semitizzazione è compiuta. Bergoglio è un comunicatore, sa che le immagini rimangono, e nonostante la kefiah pochi giorni dopo sia stata rimossa, l’immagine del Papa in preghiera davanti al Gesù palestinese rimarrà per sempre. Non c’è pace per gli ebrei, ci racconta Chagall, neppure oggi. Quella barca di profughi sulla tela non arriverebbe mai oggi in terra di Israele, non per chi ha scelto la strada della negazione, di chi vuole che la Palestina sia “dal fiume al mare”.
Questo ho sentito, e sento. E ho voluto condividerlo con voi.
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