Stile, moda e costume
David Bowie: l’arte di trasformare tutto in arte (parte prima)
Su Inoltre arriva (((RadioPianPiano))) per raccontare storie di musica con un approccio lontano dal giornalismo musicale, dalle recensioni, dalle cronache di concerti, ma concentrato nel canto dell’amore per il suono e per artisti conosciuti o sconosciuti. Un puzzle disordinato e impossibile da completare, soggettivo, un diario



Il mio scrivere rivela certe qualità riflessive orientali ed evidenzia una straordinaria paranoia tutta occidentale. Convivono entrambe. Una natura contraddittoria che appare su diversi livelli del mio lavoro, che spesso risulta confuso, ma il fatto è che sono io a essere confuso.
David Bowie
David Bowie aveva tutto. Era intelligente, fantasioso, coraggioso, carismatico, affascinante, sexy e davvero fonte d’ispirazione sia visivamente che musicalmente. Ha creato opere incredibilmente brillanti, sì, ma ne ha fatte così tante ed erano tutte così straordinarie. Ci sono persone straordinarie che creano opere straordinarie, ma chi altro ha lasciato un segno come il suo? Nessuno come lui.
Kate Bush

Accendiamo oggi la nostra radio qui su Inoltre e non casualmente il 10 gennaio, giorno della scomparsa di David Bowie, avvenuta nove anni fa. Vogliamo rendere omaggio a un nume tutelare nella musica dell’ultimo mezzo secolo, divenuto celebre negli anni 70 e capace di regalarci dischi importanti fino alla sua scomparsa. Una natura inquieta, contraddittoria e una mente tra le più fertili della sua generazione, Mr David Bowie ha guardato al rock ed al pop, alla musica elettronica, al cinema, al teatro, alla moda, alla pittura e infine alla morte, come ad occasioni creative per compiere un “gesto artistico” e nel gesto artistico sta l’essenza del suo agire per tutta la vita.
La creatività fugge un orizzonte consolatorio e così il Duca Bianco ha vissuto in un perenne cambiamento, con un’identità cangiante, irrequieta, incerta, sempre alla ricerca di sé, mai sazio. Le rockstar generalmente invecchiano male, Il loro viale del tramonto è costellato da un fasullo giovanilismo, un’eterna adolescenza da reparto geriatrico, gli stessi accordi triti e ritriti, gli stessi stadi stracolmi, le stesse ragazze con 50 anni di meno come fidanzate, le stesse droghe e gli stessi eccessi. Bowie al contrario è stato un perenne e mutante alieno caduto sulla Terra e fino all’ultimo giorno ha saputo meravigliarci. Come non amarlo incondizionatamente sia nei dischi destinati a restare per sempre come in quelli zoppi e facili da dimenticare? Avventurarsi in territori perennemente nuovi non porta infatti sempre ad approdi felici, provare per credere. Se altri riscaldano la stessa minestra per una vita con Bowie era sempre una sorpresa, come racconta lo storico compagno di merende Brian Eno con cui ha firmato ben tre capolavori in terra berlinese: “Low” “Heroes” e “Lodger” ad oggi tra i miei dischi preferiti.
L’irrequietezza è stata il combustibile di Bowie con il perenne bisogno di generare identità multiple, fare della propria vita un film con diversi personaggi, diverse rappresentazioni di sé in un gioco di specchi che però riflettono immagini diverse, un puzzle dove i pezzi non si incastrano tra loro. Geniale farne una poetica. Frequentare le sue musiche è appunto inciampare in continui rivolgimenti, improvvisi cambiamenti di rotta, canzoni come “Heroes” entrate nella storia riarrangiate e riproposte in modo stupefacente. Mai consolatorio mai, con il Duca BIanco il drammatico diventa leggero e il leggero drammatico.
La stessa vita di Bowie è a tutti gli effetti una rappresentazione, un film, quel cinema amato e frequentato da Bowie come attore ora Andy Warhol, ora Nikola Tesla, nei panni del Maggiore Jack Celliers in “Furyo” o nelle vesti dell’alieno precipitato sulla Terra, solo per citarne alcuni. Il nostro non era un attore memorabile, appunto perché non impersonava questo o quello, ma rimandava perennemente ad una delle tante immagini di sé. Poliedrico e polimorfo, giunto al cospetto di Caronte si inventa con “Black Star” un commiato da tutti i suoi personaggi, da quella miriade frantumata di identità per far anche della morte un’opera d’arte.
Il fascino di Bowie sta qui, il suo spettacolo è il nostro spettacolo, la sua sceneggiatura è la nostra, le spinte contraddittorie in cui siamo sono le sue, quel che sottotraccia nascondiamo sotto una coltre di apparente normalità e rassicurante libero arbitrio lascia spazio al demone dell’arte, alla futilità di un gesto estetico, ad un fitto mistero. Basta Schopenhauer per fare pulizia ed all’illusorio eroe artefice del proprio destino, resta ben poco se non crepe ed incertezze. L’utilizzo del cut up caro a Burroughs ed a Bowie cos’è se non il portare “il caso” quel che esula dalla volontà e da qualsiasi libero arbitrio nel processo creativo? I personaggi ed i personaggetti che interpretiamo ogni giorno l’artista li mostra oscenamente, li porta nell’atmosfera alla luce del giorno, sotto i riflettori, li espone e non a caso destano spesso scandalo. Un’archeologia dell’animo umano, dove quel che in noi resta sepolto in Bowie si mostra: dischi, film, dipinti, travestimenti, scritti, personaggi teatrali e cinematografici. Noi siamo ogni giorno cinema e la nostra disperazione di fronte alla morte od il rapimento di fronte all’amore o la meraviglia per la bellezza, diventano in Bowie musica, video, pittura, “gesto artistico”. L’arte si fa canto dell’imponderabile, di quel che sfugge al controllo. È il nostro animo ad essere costitutivamente una stranezza.
La Gesamtkunstwerk (in tedesco “opera d’arte totale”) è l’evidente eredità di Bowie. Pittura, musica, cinema e teatro come sunto sinergico di una vita che è quotidiana messa in scena. In ogni relazione siamo attori dentro ad una rappresentazione, siamo vacuità, convergenza di cause ed effetti in un dato momento. Bowie si accosta a questo inesorabile svolgersi degli eventi, trasformandolo in poesia attraverso un’accelerazione creativa multiforme. Il leopardiano “naufragar m’è dolce in questo mare” lo ritroviamo per assonanze anche nella figura del Maggiore Tom, malinconico e oscuro. Il travestimento, Nathan Adler, Ziggy e tutta la compagnia cantante, sono a ben vedere il nostro chiassoso e multiforme animo che cerchiamo di addomesticare tra stereotipi, paure e facili soluzioni indotte. Uno, nessuno e centomila direbbe Pirandello.
Cucinare il Duca Bianco, fotografarlo, diventa conseguentemente quasi impossibile: lo cerchi qui ed è già altrove. CLICCATE QUI: oggi vi ho preparato per inaugurare la nostra rubrica una scorpacciata di grandi successi di Bowie, ma sono alla fin fine insoddisfatto e voglio ampliare il discorso su questo grande artista con una prossima playlist di altri brani firmati dal Duca, ma più sperimentali, divagazioni oscure, una “dark side of the moon” di Bowie. Arriverà, arriverà nelle prossime settimane. La musica sfugge alla materia, la musica è invisibile, la musica inganna la morte.
Sito ufficiale di David Bowie
Discografia
Wiki
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