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La nascita di un mito: la Jeep

Jeep Willys MB originale della Seconda Guerra Mondiale, icona del veicolo militare americano usato dagli Alleati per la liberazione dell’Europa.

Stile, moda e costume

La nascita di un mito: la Jeep

Come nasce un mito? Da un evento magico, come la Venere di Botticelli venuta dal mare su una conchiglia a portare al mondo bellezza e amore, o una circostanza drammatica, come il Prometeo nella tragedia di Eschilo, incatenato a una roccia mentre un’aquila gli mangia il

Jeep Willys MB originale della Seconda Guerra Mondiale, icona del veicolo militare americano usato dagli Alleati per la liberazione dell’Europa.
Stefano Piperno22/02/2025Aggiornato 26/05/20256 min lettura1.168 parole

Come nasce un mito? Da un evento magico, come la Venere di Botticelli venuta dal mare su una conchiglia a portare al mondo bellezza e amore, o una circostanza drammatica, come il Prometeo nella tragedia di Eschilo, incatenato a una roccia mentre un’aquila gli mangia il fegato, punito da Zeus per aver donato agli uomini il fuoco rubato agli dei.

Oggi parliamo di un mito moderno e come tale meccanico, nato in circostanze tragiche di guerra, ma divenuto un oggetto in qualche modo ludico: la Jeep.

Si la Jeep ha a che fare con lo stile, perché le sue caratteristiche tecniche e il suo design l’hanno resa la capostipite di tutte i fuoristrada a quattro ruote motrici, cui si sono ispirati altri tre miti: l’inglese Land Rover, la giapponese Land Cruise della Toyota e la tedesca Mercedes Benz Classe G, ma anche molte altre, tra cui le italiane Fiat Campagnola e Alfa Romeo Matta, oltre alla russa Uaz.

Senza di loro probabilmente non avremmo avuto la pletora di SUV che hanno invaso le strade delle città con il loro peso ed ingombro inutilmente eccessivi, solo una moda, nessuna savana o deserto da attraversare, né corsi d’acqua da guadare.

Duole dirlo, ma è una verità incontrovertibile che le guerre siano il fattore fondamentale del progresso tecnologico, la Jeep ne è un esempio lampante.

Ecco, dunque, la storia dell’automezzo militare legato all’immagine dei “liberator” che, con un generale a bordo, era in testa alla sfilata delle truppe alleate a Rima e Parigi nel ‘44, tra ali di folla plaudente, sostituendo la Volkswagen militare (progettata da Ferdinand Porsche), la 82K Kubelwagen, alla guida della quale gli occupanti tedeschi in fuga nelle stesse strade avevano seminato il terrore.

Altri tempi e un’America, che aveva mandato i suoi figli a morire in Europa, molto diversa da quella che il presidente Donald Trump vuole isolare col suo MAGA.

Già alla fine degli anni ’30 l’esercito americano aveva avvertito l’esigenza di un mezzo leggero da utilizzare come ricognitore e da appoggio, ma solo nel ‘40 fu deciso di rivolgersi ai costruttori di auto, camion e bus, proponendo uno stringente capitolato: capacità di carico 600 libbre (272 kg), passo non oltre i 2 metri, altezza ridotta, velocità massima 80 km l’ora, trazione integrale e cambio con ridotte, peso entro i 600 kg (poi aumentato a 980 per l’impossibilità di ottenere le caratteristiche richieste con il limite di peso iniziale).

Il bando fu inviato a 135 aziende, al quale risposero positivamente solo in tre: la Willys, la Ford e l’American Bantam, che fu la più lesta a rispondere a tutti i parametri, tranne il peso, ottenendo però la citata revisione.

A fine ‘40, inizi ‘41, US ARMY emise il primo ordine di 8.000 veicoli, quando la Willys aveva già realizzato il primo prototipo denominato Quad, che poi entrerà in produzione col nome di Model A o MA.

Fu proprio la Willys a risultare vincitrice con il suo modello MA, che prese il nome definitivo di MB, modificato rispetto alla prima serie, poiché l’esercito decise di utilizzare un solo tipo di veicolo, scartando i progetti presentati dagli altri due concorrenti.

Ma nessuno era in grado di sostenere i livelli produttivi richiesti, per cui fu deciso di coinvolgere tutti e tre i partecipanti alla gara; la Ford ottenne di costruire la MB su licenza (col nome GPW, dove la W indicava la provenienza Willys), mentre all’American Bantam, fu affidato l’assemblaggio dei piccoli rimorchi da agganciare alla Jeep, come mostrato da tante foto.

Dalla sigla GP che significa General Purpose, deriva l’acronimo Jeep, il modo in cui i militari americani pronunciavano detta sigla.

Le caratteristiche tecniche definitive della vettura erano le seguenti: lunghezza totale 3,3 metri, larghezza 1,60 circa, peso nella versione standard 1.100 kg, motore 4 cilindri 2,2 litri con testata ad Le valvole laterali della potenza di 54 CV, cambio a tre marce con riduttore.

In cinque anni ne furono costruite 600.000, in parte cedute agli eserciti inglese e russo.

Questo la dice lunga sul peso avuto dalle capacità produttive americane nell’esito della Seconda Guerra Mondiale, tanto per dire, il famoso carro armato M4 Sherman era inferiore per corazzatura e armamento ai Tigre tedeschi, ma in sette versioni dal ‘42 al ‘45 ne furono costruiti quasi 50.000, anch’essi parzialmente forniti a inglesi e russi.

A proposito della cessione ai russi di mezzi e armi, mediante il Lead Lease Act stipulato anche con gli inglesi, gli USA fornirono all’Armata Rossa 409.526 veicoli, di cui 43.728 Jeep, 3.500 mezzi anfibi, 12.171 blindati, 136.000 pezzi d’artiglieria leggera, 325.000 tonnellate di esplosivi, 205 torpedini, 140 cacciatorpedinieri, 28 fregate, e 14.000 aerei! Più vari milioni di km di cavi e attrezzature per telecomunicazioni. Con buona pace della retorica senza memoria di chi sostiene che l’URSS avrebbe sconfitto Hitler da sola e l’operazione Overlord fu inutile e propagandistica.

Terminata la guerra, la Willys Overland pensò di commercializzare la Jeep per scopi civili, sfruttando la fama raggiunta dalla torpedo caratterizzata dalle nove feritoie della griglia anteriore, che in seguito verranno ridotte a sette.

Poi per varie vicissitudini il marchio subì diversi passaggi di mano e cambi di società, fino ad arrivare a Stellantis che oggi lo controlla, producendo fuoristrada e SUV in vari stabilimenti nel mondo, compreso quello di Melfi in Italia.

I due modelli attuali, ultima evoluzione in chiave moderna della mitica MB, sono la Wrangler e la Rubicon, le sole vere fuoristrada “all-terreain vehicle” del marchio Jeep.

Recentemente è stato introdotto il primo modello ibrido: la Wrangler 4xe; cui seguirà la versione 100% elettrica, per cui viene spontaneo chiedersi come sarà possibile installare colonnine di ricarica nella savana e nel deserto.

Ma non preoccupiamoci, l’elettrica verrà usata solo da qualche farmer delle grandi pianure americane che si sarà dotato di colonnina di ricarica alimentata da pannelli solari, ma soprattutto la vedremo correre sulle autostrade e sostare davanti alle discoteche alla moda e alle scuole dei quartieri alti, visto l’upgrade escogitato dal marketing per la spartana Jeep in divisa con la stella sul cofano.

Ai nati nel ‘900 resterà la nostalgia delle immagini in bianco e nero delle Jeep in sosta davanti al Colosseo e mentre sfilano a Champs Élysées, a certificare che l’Europa era stata liberata dal nazifascismo.

PS

L’erede militare della Jeep è stata la orribile Hummer (agli onori della cronaca durante la guerra in Iraq) che he ha avuto un seguito civile modaiolo, fortunatamente abortito a causa delle dimensioni abnormi e del consumo siderale.



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