Antisemitismo
La stampa italiana e la persecuzione fascista dei giornalisti ebrei
“Nel quadro di una rinnovata attenzione della storiografia per l’impatto delle leggi razziali nelle professioni liberali, mancava ancora un lavoro specificatamente dedicato alla stampa e, in particolare, ai giornalisti vittime di persecuzione razziale in Italia (Sarfatti, 2000, p. 148). La questione fu a lungo derubricata a



“Nel quadro di una rinnovata attenzione della storiografia per l’impatto delle leggi razziali nelle professioni liberali, mancava ancora un lavoro specificatamente dedicato alla stampa e, in particolare, ai giornalisti vittime di persecuzione razziale in Italia (Sarfatti, 2000, p. 148). La questione fu a lungo derubricata a terribile incidente di percorso, intimamente connesso con la degenerazione del sistema repressivo fascista, un vulnus da rimuovere – e, sostanzialmente, da ignorare – specie laddove richiamava in causa responsabilità – o silenzi – del mondo professionale.”
Il volume intitolato Antisemitismo di carta. La stampa italiana e la persecuzione fascista dei giornalisti ebrei (Carocci Editore), a cura del Prof. Enrico Serventi Longhi, docente di Storia Contemporanea nel Dipartimento di Studi umanistici dell’Università Roma Tre, ripercorre, attraverso solide ricostruzioni e analisi realizzate da studiosi ed esperti (M. Forno, M. Cuxac, E. Serventi Longhi, C. Dovizio, M. Perissinotto, D. Trematore, A. Masseroni, I. Pavan, E. Edallo, A. Capristo, S. Lanfranchi, M. Piperno, G. Fabre), la storia umana e professionale di professionisti della stampa e dell’informazione che, per via delle leggi razziali del 1938, subirono, a vario titolo, secondo modalità e tempistiche differenti, pesanti impedimenti all’esercizio della propria attività: “Il 17 novembre 1938 fu approvato il decreto relativo ai Provvedimenti per la difesa della razza italiana, principale testo di riferimento per l’azione antisemita sul campo. In un clima di martellante pressione sull’opinione pubblica, ampiamente alimentato – particolare, questo, da tenere nel dovuto conto – proprio dal mondo dell’informazione, di cui i giornalisti erano evidentemente parte integrante, si giunse, attraverso successivi passaggi, alla configurazione di una legislazione razziale compiuta e articolata”.
Il mondo dell’informazione del tempo, per convinzione, per opportunismo o per mancanza di reali alternative, recepì le disposizioni in materia razziale, facendole proprie, le quali “produssero inevitabilmente […] un pesante clima da caccia all’uomo, circostanza comprensibilmente vissuta con sorpresa e sgomento da tanti giornalisti di origini ebraiche, che vedevano da un giorno all’altro messo in dubbio il proprio ruolo di fedeli collaboratori del regime”.
Ai direttori fu chiesto di procedere con meticolosi censimenti, adoperandosi per l’allontanamento di giornalisti, pubblicisti, critici letterari, collaboratori e personale amministrativo vario, spesso favorendo l’ascesa professionale di figure fedeli al regime del tempo: “Si trattò di una condizione in parte alimentata anche da alcuni colleghi dei neoperseguitati, i quali, come era avvenuto nel 1927-28 al momento dell’epurazione contro i giornalisti sospettati di antifascismo, speravano evidentemente di trarre da questa seconda azione di ripulitura nuovi vantaggi professionali e di carriera”.
Giornalisti perfettamente integrati nella società e nella politica fasciste, persino funzionali alla propaganda, si trovarono costretti a richiedere una particolare discriminazione, onde potere essere inseriti in elenchi aggiuntivi, potendo così proseguire l’esercizio della professione sotto pseudonimo. Lo status di “discriminato”, riservato a quei pochi “ebrei portatori di particolari benemerenze fasciste”, “non era peraltro garanzia di mantenimento del posto di lavoro, come provano alcuni esempi su scala nazionale di giornalisti che vennero licenziati dalla direzione dei quotidiani”.
Alla Demorazza, organo predisposto alla valutazione delle richieste di discriminazione avanzate dai giornalisti, giunsero lettere animate da fervente patriottismo, da amore e fedeltà nei confronti del fascismo, ricusando qualsiasi legame, passato e presente, con il mondo ebraico e “sionista”. Documenti preziosi, utilissimi per ricostruire il dramma di un’intera categoria che venne sedotta, sfruttata e infine perseguitata dalle istituzioni del tempo, nel silenzio assordante di un sistema complice e omertoso.
Episodi di delazione che attraversarono l’intero Stivale, svuotando le redazioni del prezioso contributo di uomini e donne, vittime del proprio cognome e delle proprie origini: “Per concludere, scrittori e critici letterari “ebrei” durante le leggi razziali non soltanto condividono il trauma della razzializzazione e dell’esclusione, ma sono anche soggetti ad una campagna di stampa piuttosto omogenea dal punto di vista del linguaggio: come abbiamo visto, tanto i critici quanto gli scrittori sono accusati di manomettere e corrompere la cultura italiana grazie ai privilegi acquisiti con la liberazione durante il Risorgimento. Cattedre, libri, saggi, attività pubblicistica, opinioni dei singoli vengono lette superficialmente, ma anche sistematicamente, come parte di un subdolo complotto internazionalista volto a vanificare gli sforzi del fascismo per creare una mistica unitaria della nazione”.

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