Media italiani
Monreale, la strage, e la scomparsa del “Fatto” quotidiano
“Il ragazzo sostiene di aver prestato il motore all'indagato…”. Se vi incuriosisce la singolarità della frase, basterà rilevare che “motore”, sta per motocicletta, in italo-palermitano: il quale, è momento linguistico di quell’auto-ammiccamento, un pó esistenziale e un po’ folkloristico, in cui si risolve un antico provincialismo,


“Il ragazzo sostiene di aver prestato il motore all’indagato…”.
Se vi incuriosisce la singolarità della frase, basterà rilevare che “motore”, sta per motocicletta, in italo-palermitano: il quale, è momento linguistico di quell’auto-ammiccamento, un pó esistenziale e un po’ folkloristico, in cui si risolve un antico provincialismo, mai dismesso, e sempre pronto a travestirsi da inarrivabile Costituzione del Regno.
Ma non è questo il punto. L’abbrivio linguistico, e la sua piattezza, vale a segnalare la marginalità di un interesse.
Un’eccessiva marginalità.
La frase, scritta sul Fatto Quotidiano, è stata affidata alle cure, cioè alle incurie, di un anonimo redattore del giornale, e si riferisce alla recente strage di Monreale: tre morti, due feriti, circa venti colpi di pistola esplosi all’impazzata, in ora diurna, in una piazza affollata, per futili motivi. Tutti giovanissimi, vittime e carnefici.
Ci si può compiacere (superato il disagio per il malvezzo linguistico) di leggere il pezzo sotto una rubrica di “cronaca nera”: perché questa collocazione, certifica che è definitivamente tramontato l’infaustissimo tempo in cui Marco Travaglio gozzovigliava su qualsiasi questione, cruenta o giudiziaria, avesse la sventura (per noi e per lei, la questione) di essersi manifestata a Palermo e dintorni.
Ma è un tramonto, dicevo, eccessivo, esagerato: che tradisce decenni di mestierante mistificazione, all’opposto, imposta sul registro di una centralità ossessiva e strumentale, per cui tutto, in Italia e nell’universo mondo, era Palermo, Procura di Palermo, “spunta”, “è uscito”, “indicibile”, “storia vera”, “antropologia mafiosa”, “democrazia inesistente, sporca di sangue”, “trattative ai massimi livelli”, eccetera eccetera.
Un eccesso non ne giustifica un altro. Semmai, lo smaschera e lo aggrava.
Disgusta il disinteresse (di cui queste pigre timbrature redazionali sono una impudica testimonianza), in effetti rinvenibile pure negli altri media, anche digitali o televisivi, con cui si sbadiglia di fronte ad un fatto tanto grave. Accaduto a Monreale o altrove.
Disgusterebbe comunque, s’intende: ma disgusta di un disgusto accresciuto, constatare che una regione d’Italia, una parte del suo popolo, dopo essere stati presi al laccio di una immonda tournée trentennale, per una strumentalissima esibizione in cui tutto era finto: la dismisura della “narrazione”, il cumulo di menzogne, la riscrittura storica (così arrogante e fanatica da fare il paio con le riscritture staliniste), l’impunità dei “narratori” togati e dei loro propagandisti (al comando di quello lì, che ora si presenta esperto di cose geopolitiche, come prima si era presentato esperto di cose mafiopolitiche), tutto, dicevo, risulta sia stato imposto entro una finzione: un’unica, lunghissima e feroce messa in scena. Per la quale, la sola verità essenziale, era che il prezzo del biglietto, cioè il potere che vi si era costruito, andasse alla fine nella tasche giuste.
E Fiammetta Borsellino, Mario Mori, Calogero Mannino, Corrado Carnevale, gli innocenti accusati per Via D’Amelio, e tutti gli altri che a decine, a centinaia, sono stati messi nei campi di concentramento mediatico-giudiziario, annichilite le loro vite, il loro nome, il loro passato, presente e futuro? Forse, per alcuni, la coda dei titoli di coda. O forse nemmeno quelli.
Finito il tour, tale era la falsità di quegli sdegni, di quelle maschere di moralità, che una strage non vale nemmeno lo sforzo di una sceneggiatura di terz’ordine. Una cosa di inanimato, irrilevante, anonimo, meccanico automatismo.
Una cosa di “motore”.
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Tutto molto giusto, anche se “spunta” non denota trasandatezza, bensi` malafede, cosi` come “vicino a”. “si mormora in ambienti del…”
Anche in quest’altro tipo di abuso linguistico il Fatto si guadagna il podio, ma i campionissimi sono i giornali ex-Gedi, con il loro collaudato equipaggio di haters.
???
“motore” in luogo di moto è (era) molto usato anche nelle basse Marche-Abruzzo