Iran
La Tempesta Israeliana su Teheran
Alle 21:00 ora locale del 13 giugno 2025, il cielo sopra l’Iran è diventato un campo di battaglia. Nel giro di pochi secondi, la notte è stata illuminata da esplosioni. Le difese aeree iraniane, colte di sorpresa, sono state abbattute una dopo l’altra. L’operazione, una delle



Alle 21:00 ora locale del 13 giugno 2025, il cielo sopra l’Iran è diventato un campo di battaglia. Nel giro di pochi secondi, la notte è stata illuminata da esplosioni. Le difese aeree iraniane, colte di sorpresa, sono state abbattute una dopo l’altra.
L’operazione, una delle più audaci e coordinate della storia militare e d’intelligence contemporanea, ha visto l’esercito israeliano colpire decine di obiettivi sensibili nel cuore del territorio iraniano. Teheran, fulcro del potere del regime, da Qeytarieh e Niavaran fino ai complessi militari di Shahid Chamran e Shahid Daqiqi, fu investita da un fuoco incrociato senza precedenti. Non si è trattato solo di un attacco militare: è stata una dimostrazione chirurgica di superiorità informativa e capacità operativa, in risposta a quelle che Israele ha definito “le infinite linee rosse superate dal regime iraniano”.
L’operazione si è svolta simultaneamente in dodici province iraniane. Tra i bersagli figurano il reattore nucleare di Natanz, le strutture di acqua pesante di Arak, i depositi missilistici di Parchin, e basi militari a Hamedan, Borujerd, Tabriz, Kermanshah, Piranshahr e Qasr-e Shirin. Le prime valutazioni suggeriscono la distruzione completa di numerose installazioni strategiche e incendi diffusi nei pressi delle stesse.
L’Ombra del Mossad
Secondo il Washington Post, agenti del Mossad erano operativi in Iran da mesi. Travestiti da operai o tecnici delle telecomunicazioni, avevano piazzato sistemi di puntamento laser e armi di precisione a ridosso di obiettivi militari strategici. Quando è scattato l’attacco, droni già nascosti all’interno del territorio iraniano si sono alzati in volo contemporaneamente, colpendo le difese aeree e mettendole fuori uso in pochi minuti.
Contemporaneamente, caccia stealth F-35 israeliani sono decollati da basi in Azerbaigian e nel Golfo Persico, hanno violato lo spazio aereo iraniano e hanno colpito direttamente il cuore di Teheran.
Quartieri come Niavaran, Qeytarieh, Mehrabad, Chitgar, Nobonyad, Ozgol e Shahrara si sono trasformati in zone di combattimento. Un missile di precisione ha colpito una torre a Kamraniyeh, dove – secondo fonti riservate – si stava tenendo una riunione d’emergenza tra le autorità di sicurezza. A Sattarkhan, il complesso Orchide ha tremato violentemente. A Sa’adat Abad, un’esplosione nel centro accademico di Meydan Ketab ha fatto saltare in aria migliaia di finestre.
Tra i bersagli dell’attacco figurano anche figure chiave del programma nucleare e della leadership militare iraniana. Secondo fonti affidabili, tra i morti fsarebbero: Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione (IRGC), Mohammad Bagheri, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Gholam Ali Rashid, comandante del quartier generale Khatam al Anbiya, Amir Ali Hajizadeh, comandante dell’aerospazio del IRGC, oltre a un alto consigliere strategico della Guida Suprema.
Inoltre, è stata confermata l’eliminazione di Fereydoun Abbasi, uno degli scienziati chiave del programma nucleare, nonché di alti ufficiali dell’intelligence e della sicurezza militare.
Diplomazia Silenziosa, Guerra Esplicita
L’attacco è avvenuto a pochi giorni dai negoziati cruciali previsti a Mascate, capitale dell’Oman. Molti analisti ritengono che Israele, consapevole delle divisioni all’interno dell’Occidente e della natura ambigua del recente rapporto dell’AIEA, abbia deciso di intervenire prima che la diplomazia offrisse al regime iraniano una nuova finestra di manovra.
L’amministrazione Trump, alla guida degli Stati Uniti, ha dichiarato ufficialmente di non essere coinvolta nell’operazione, ma ha lanciato un severo monito all’Iran contro qualsiasi ritorsione verso obiettivi americani. Lo stesso Donald Trump ha scritto su X: “L’America costruisce le armi migliori. Israele ne ha molte. L’Iran deve scegliere il dialogo. In caso contrario, i prossimi attacchi saranno ancora più brutali.”
Teheran, finora, ha risposto con un silenzio opaco. Le uniche dichiarazioni provengono dai comunicati del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, che promettono “vendetta al momento opportuno”. Un silenzio che potrebbe essere dettato tanto dallo shock, quanto dal tentativo di evitare un collasso dei colloqui di Mascate, che il ministro degli Esteri omanita ha confermato essere ancora in agenda.
Cifre, Lacrime e Politica
Secondo stime non ufficiali, almeno decine persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite nella sola provincia di Teheran; molte erano civili. Edifici residenziali situati a meno di 200 metri da installazioni militari sono stati colpiti senza preavviso.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà oggi alle 15 (ora di New York) su richiesta dell’Iran. Tuttavia, difficilmente la riunione produrrà effetti concreti, data l’ambiguità della reazione occidentale: nessuna condanna ufficiale, ma un silenzio che suona come un tacito assenso.
Nel frattempo, la politica interna israeliana subisce una svolta. Il governo Netanyahu, sotto pressione da parte dei partiti ultraortodossi per la riforma del servizio militare, ha sfruttato la tensione esterna per rinviare il voto parlamentare. Per i detrattori di Netanyahu, l’attacco rappresenta una fuga in avanti. Per lui, è stata l’occasione per riaffermare la propria leadership.
È Solo l’Inizio?
Le domande cruciali restano aperte. Il regime Islamico rallenterà il proprio programma nucleare? O, come già avvenuto in passato, reagirà con maggiore determinazione? Siamo all’alba di una guerra aperta tra Iran e Israele?
Il tempo darà le risposte. Ma una cosa è certa: per la prima volta in quarant’anni, la Repubblica Islamica ha affrontato un attacco su vasta scala in pieno giorno, senza poterlo negare né nascondere.
Nel mezzo, il popolo iraniano , intrappolato tra le sanzioni internazionali e la repressione interna, ha pagato ancora una volta il prezzo di decisioni prese altrove. Case, le strutture, sogni: tutto in fiamme. E forse proprio da questo dolore può nascere una nuova domanda: non è tempo di scrivere il destino in modo diverso?
Forse sì.
Forse la notte del 13 giugno non è stata solo una notte di fiamme. Forse è stata la notte in cui l’Iran ha guardato il proprio cielo, vulnerabile, e ha iniziato a chiedersi: perché rispondere al mondo solo con armi? Perché costruire tunnel sotterranei mentre le case restano indifese? Perché il silenzio della diplomazia è stato sostituito dal fragore dei missili.
Alcune notti non svaniscono dalla memoria storica. Il 13 giugno 2025 è una di queste. Una notte in cui il cielo dell’Iran si è acceso, non per una festa, ma per una guerra. Una notte in cui la diplomazia si è spenta, e le armi hanno parlato. Una notte che potrebbe segnare l’inizio di un nuovo capitolo nella lunga e tormentata storia del Medio Oriente. Un capitolo in cui nulla sarà più come prima.
Per un iraniano che ama la propria patria e sogna il ritorno della democrazia, questa è una notte di dolore e di speranza. Dolore profondo per un attacco che colpisce la nostra terra, il cuore della nostra identità. Speranza fragile, ma viva, che dopo quarantasei anni possa finalmente finire il lungo incubo della dittatura islamica.
Eppure… quanto sarebbe stato più nobile, più degno, se questa tirannia fosse caduta sotto il peso del nostro stesso popolo, per mano di veri patrioti, figli di questa nazione, e non sotto i missili di una potenza straniera.
Oggi è Israele a salvarci e domani? Chi sarà a “salvarci”da una nuova dittatura?
La libertà non si regala: si conquista. E il destino dell’Iran dovrebbe essere scritto dal suo popolo, non dagli eserciti altrui.
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Pingback: SOTTO LE BOMBE ISRAELIANE | ilblogdibarbara
Sì, la cosa più bella e più giusta sarebbe che fosse il popolo oppresso a liberarsi dall’oppressore, ma quando quest’ultimo ha in mano esercito e polizia, che cosa può fare un popolo disarmato? Di tentativi di rivolta ne abbiamo visti tanti, e tutti si sono risolti in una carneficina di innocenti. Sono passati più di vent’anni dalla prima volta che ho sentito un iraniano dire “Israele deve bombardarci. Da soli non ce la faremo mai a liberarci, bisogna proprio che Israele ci bombardi” e da allora l’ho sentito ripetere infinite volte. Ebbene adesso è finalmente successo: vi auguro con tutto il cuore di riuscire ad approfittarne, e che quelle bombe, oltre alla morte anche di innocenti, portino anche la tanto sospirata libertà.
Vero, dovrebbero essere gli Iraniani a scegliere il proprio futuro di libertà, ma mi pare difficile vedendo le schiere di donne islamiche vestite da suore e più fondamentaliste dei pasdaran.
Se c’è un sincero e diffuso desiderio popolare di emanciparsi dalla dittatura islamica, questa è l’occasione.
Auguri al popolo Iraniano.
un forte commosso abbraccio