Politica italiana
L’astensione sul DDL contro l’antisemitismo dice molto sul futuro del PD
Sarebbe un errore grave considerare solo un incidente il voto spaccato dei senatori del Partito Democratico sulla legge, peraltro nata da una proposta di uno di loro, Graziano Delrio, contro l’antisemitismo. L’astensione decisa dalla segretaria e accolta dalla maggioranza pesa come un macigno sul percorso del



Sarebbe un errore grave considerare solo un incidente il voto spaccato dei senatori del Partito Democratico sulla legge, peraltro nata da una proposta di uno di loro, Graziano Delrio, contro l’antisemitismo. L’astensione decisa dalla segretaria e accolta dalla maggioranza pesa come un macigno sul percorso del maggior partito di opposizione.
Infatti quello che si è consumato è l’ennesima rappresentazione — e forse la più grave in questa legislatura — di un problema che affligge il PD, pubblicamente più volte sottolineato da Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, e da qualche parlamentare dell’area cattolica e riformista: un problema di identità profondo che ha sempre accompagnato la sinistra italiana, causa di scissioni e tentativi di sintesi nei decenni, ma che adesso è diventato talmente evidente da non essere facilmente gestibile davanti all’opinione pubblica, che si chiede che cosa sia questo soggetto politico che, insieme al campo largo, si candida a governare il Paese.
Schlein, condizionata fin dall’inizio del suo mandato di segretaria dalla necessità di inseguire i compagni di viaggio alla sua sinistra e di non permettere a Conte di erodere il suo consenso, abbraccia con convinzione le tesi del premier spagnolo Sanchez, affannato a recuperare consensi che ha perso nel suo Paese, e diventa in poche ore la paladina del pacifismo più netto: quello che non può perdere nemmeno un minuto per analizzare la complessità della situazione internazionale e del nostro Paese, che ospita oltre quindici tra basi e siti strategici americani legati a precisi accordi.
Così come ha accolto senza distinguo quella coloritura di antisemitismo che ha caratterizzato la posizione del campo largo non solo nei confronti delle questioni mediorientali, ma persino nel rendere estremamente tiepide le condanne alla crescente e preoccupante ondata di ostilità — e talvolta di odio — che ha travolto anche gli ebrei della diaspora.
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L’astensione dei parlamentari dem, che non hanno ascoltato l’invito della senatrice Segre, non ha convinto alcuni esponenti del PD e di Italia Viva e ha posto nettamente in evidenza la domanda che si ripete da decenni, a fasi alterne. Il PD è oggi un partito socialdemocratico? Oppure cerca solo di raccogliere consensi tra le frange populiste della sinistra europea?
Certo, non è un partito liberal-democratico e nemmeno un partito europeista, visto che si limita ad attacchi contro l’attuale governo Meloni senza mai affrontare nel merito le sfide profonde che l’Europa ha davanti, ma con atteggiamenti contraddittori che si traducono in voti parlamentari spesso non unitari.
Chi detta la linea del campo largo, che solo fino a pochi anni fa sarebbe stata un’improbabile accozzaglia di numeri ma non certo la cornice seria di strategie politiche? La segretaria Schlein, impregnata di cultura woke, sempre pronta ad accogliere le tesi del M5S e a rispolverare i vecchi rigurgiti antiamericani che hanno da sempre caratterizzato la sinistra italiana, tiepida quando si tratta di marciare per l’Ucraina e per le vittime del regime iraniano ma appassionatissima quando sfila accanto al popolo dei propal mentre bruciano le bandiere di Israele, che partito vuole rappresentare?
Quello che è successo l’altro giorno al Senato in qualche modo risponde a questa domanda: vuole rappresentare — e forse, nell’epoca dei populismi, ci riesce — un confuso e disordinato insieme di slogan, privi di una qualsiasi strategia a medio-lungo termine. Lontana è l’epoca di Renzi segretario, ma è anche lontana quella di Bersani segretario, che pur certamente più affine ai temi dell’attuale Partito Democratico del primo, infondeva fiducia ed esprimeva una serietà oggi scomparse.

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Mah, a me sembra piuttosto che dica molto sul presente e sul passato di questo partito. L’unica differenza, in questo campo, fra Berlusconi e D’Alema è che Berlusconi le battute e barzellette antisemite le diceva davanti alle telecamere mentre D’Alema lo faceva solo in privato.
Il centrosinistra prima e dopo il PD ha sempre avuto al proprio interno frange moderate ed estremiste che con fatica riuscivano a coesistere. Basta ricordare il primo e il secondo governo Prodi, dove nel secondo caso non si riuscì a trovare una fiducia nella maggioranza di allora per un nuovo governo.
Dopo l’esperienza Renzi che ha sfruttato alleanze con membri di centrodestra per governare (facendo irritare parecchio parte dell’elettorato di sinistra e alcuni membri storici del partito) e la propaganda martellante populista dei 5 stelle basata su una presunta superiorità morale fatta di onestà e integrità nei valori a contrastare quella di Renzi, credo che la parte moderata del centrosinistra sia ormai stata messa ai margini e quella populista-estremista sia venuta fuori definitivamente con tutte le sue contraddizioni.
Se Bersani oggi fosse il segretario del PD, il partito sarebbe semplicemente “seriamente” antisionista.