Iran
Regime change in Iran: quando l’analisi parte da un obiettivo che nessuno ha dichiarato
Nel dibattito sulle operazioni militari contro l’Iran sta emergendo un curioso fenomeno analitico. Molti commentatori discutono una guerra che esiste soprattutto nelle loro ricostruzioni. L’intervento viene descritto come un tentativo di regime change, e su questa base si conclude rapidamente che l’operazione sarà destinata al fallimento.



Nel dibattito sulle operazioni militari contro l’Iran sta emergendo un curioso fenomeno analitico. Molti commentatori discutono una guerra che esiste soprattutto nelle loro ricostruzioni. L’intervento viene descritto come un tentativo di regime change, e su questa base si conclude rapidamente che l’operazione sarà destinata al fallimento. Il problema è che quell’obiettivo non è mai stato dichiarato né da Washington né da Gerusalemme.
Le dichiarazioni pubbliche americane e israeliane sono state, in realtà, molto più caute. L’idea evocata è semmai un’altra: che un indebolimento radicale dell’apparato militare iraniano possa creare condizioni interne favorevoli a un cambiamento politico. Ma la differenza non è semantica. Nel primo caso il rovesciamento del regime è l’obiettivo della guerra; nel secondo è una possibile conseguenza, e soprattutto una variabile che dipenderebbe dagli iraniani stessi.
Trasformare questa eventualità in obiettivo ufficiale serve però a costruire una previsione pessimistica quasi automatica. Poiché il regime change è un’impresa notoriamente difficile — e spesso fallimentare — basta attribuirlo all’intervento per concludere che l’intervento non potrà funzionare. Il ragionamento segue un copione semplice: si attribuisce all’operazione un obiettivo massimo, si dimostra che quell’obiettivo è quasi impossibile, e si conclude che la guerra è destinata a fallire.
È un modo di ragionare che dice molto sulle aspettative di chi analizza e poco sugli scopi reali di chi combatte. In altre parole, è una forma di wishful thinking applicata all’analisi strategica: si costruisce una versione della guerra che consente di arrivare alla conclusione desiderata.
Il problema è che gli obiettivi militari concreti non sono stati esplicitati in modo completo — cosa che, nelle operazioni in corso, è del tutto normale. Le guerre raramente vengono annunciate con un documento strategico dettagliato. Gli obiettivi vengono spesso chiariti solo a posteriori, quando gli effetti delle operazioni iniziano a delinearsi.
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Se però si osservano le capacità militari iraniane e la logica strategica israeliana, una scommessa più plausibile riguarda altro. Non il rovesciamento del regime, ma la distruzione quanto più profonda possibile dell’apparato militare iraniano, soprattutto nelle sue componenti offensive: infrastrutture missilistiche, capacità di proiezione regionale, reti che permettono a Teheran di colpire Israele direttamente o attraverso i suoi proxy.
Un obiettivo di questo tipo è molto diverso dal regime change. È più limitato sul piano politico, ma potenzialmente molto più radicale sul piano militare. Non richiede l’occupazione del paese né la costruzione di un nuovo ordine politico interno. Richiede, piuttosto, di ridurre drasticamente la capacità dell’Iran di minacciare Israele e di sostenere un sistema di pressione militare indiretta nella regione.
Naturalmente anche questo obiettivo può fallire. Le guerre sono sempre operazioni ad altissimo rischio, e la storia è piena di campagne militari nate con aspettative precise e finite in modo diverso. Ma discutere una guerra sulla base di obiettivi che nessuno ha dichiarato significa spostare il dibattito dal terreno dell’analisi a quello della proiezione.
È un vizio diffuso nelle discussioni strategiche contemporanee: invece di partire da ciò che gli attori dicono e fanno, si parte da ciò che si presume che vogliano fare. E una volta costruita questa premessa, tutto il resto diventa prevedibile.
Prima di stabilire se un’operazione militare sia destinata al successo o al fallimento, esiste però una domanda preliminare che ogni analisi dovrebbe affrontare con cautela: quali sono davvero i suoi obiettivi?
Se questa domanda viene sostituita da una versione immaginaria della guerra, il risultato non è un’analisi più severa. È semplicemente una previsione costruita per avere ragione. E la storia strategica insegna che il wishful thinking non è mai stato un buon metodo per capire le guerre — né per prevederne gli esiti.

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Però non ho capito se per lei il wishful thinking di chi parla di regime change come obiettivo della guerra sia il cambio di regime o il fallimento di USA-Israele che si sarebbero posti un obiettivo praticamente impossibile. Secondo me è il secondo.