Iran
L’azzardo regionale dell’Iran nell’analisi dello storico Benny Morris
Ieri abbiamo rilevato come nel dibattito occidentale sulla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran si è affermata rapidamente una lettura secondo cui l’operazione militare contro Teheran sarebbe destinata a fallire perché avrebbe come obiettivo implicito il regime change, un risultato considerato irrealistico o impossibile. Da



Ieri abbiamo rilevato come nel dibattito occidentale sulla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran si è affermata rapidamente una lettura secondo cui l’operazione militare contro Teheran sarebbe destinata a fallire perché avrebbe come obiettivo implicito il regime change, un risultato considerato irrealistico o impossibile. Da questa premessa deriva una conclusione altrettanto prevedibile: la guerra finirà inevitabilmente in un disastro strategico.
L’analisi dello storico israeliano Benny Morris, pubblicata su Quillette, suggerisce un approccio molto diverso che è utile riportare e analizzare.
Piuttosto che discutere di ipotetici esiti finali del conflitto, Morris parte da una domanda più semplice: che cosa sta già succedendo sul terreno?
Guardando agli effetti concreti della guerra nelle diverse aree della regione, la conclusione a cui arriva è quasi l’opposto della narrativa dominante. La strategia iraniana potrebbe trasformarsi in un azzardo geopolitico capace di indebolire proprio il sistema di potere costruito da Teheran negli ultimi decenni.
Come scrive Morris, il conflitto iniziato il 28 febbraio potrebbe avere “implicazioni rivoluzionarie per la geopolitica del Medio Oriente nei prossimi decenni”.
Hezbollah sotto pressione
Il primo effetto riguarda il Libano e il destino di Hezbollah, il principale strumento attraverso cui l’Iran esercita la propria influenza nel Levante.
Per anni Hezbollah ha rappresentato il cuore della deterrenza regionale iraniana contro Israele. Teheran ha investito risorse enormi nella costruzione dell’apparato militare del movimento sciita libanese, che negli ultimi anni è diventato una delle organizzazioni armate non statali più potenti del Medio Oriente.
Dopo l’inizio della guerra, Hezbollah è entrato nel conflitto con una salva di razzi contro il nord di Israele. Ma l’intervento è apparso più simbolico che decisivo. La risposta israeliana è stata invece rapida e crescente: bombardamenti su obiettivi nel Libano meridionale e orientale, attacchi nel quartiere sciita di Dahiya a Beirut e preparativi per una possibile avanzata terrestre verso la linea del Litani.
L’elemento davvero nuovo, tuttavia, non riguarda il piano militare ma quello politico interno al Libano.
Per la prima volta nella storia recente il governo libanese ha dichiarato illegali le attività militari di Hezbollah, ha arrestato militanti armati ai posti di blocco dell’esercito e ha imposto l’espulsione degli ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie iraniane che da decenni operavano nel paese.
Morris sottolinea la portata di questo passaggio: “è la prima volta che il governo libanese sfida direttamente Hezbollah o l’Iran”.
Il risultato è che Hezbollah si trova ora sotto pressione su due fronti contemporaneamente. Da un lato l’offensiva militare israeliana. Dall’altro una crescente ostilità politica all’interno dello stesso Libano.
Lo storico descrive questa situazione come “un movimento a tenaglia”, in cui l’organizzazione sciita è stretta tra l’attacco israeliano da sud e la pressione politica del governo e della società libanese.
La scommessa iraniana nel Golfo
Il secondo sviluppo riguarda il tentativo iraniano di allargare il conflitto al Golfo Persico.
Alla vigilia della guerra Teheran aveva minacciato che un attacco americano avrebbe provocato una “guerra regionale”. Nei giorni successivi all’inizio delle ostilità l’Iran ha effettivamente cercato di trasformare quella minaccia in realtà, lanciando centinaia di missili balistici e oltre mille droni contro obiettivi nella regione.
Formalmente gli iraniani hanno dichiarato di colpire solo installazioni militari americane. In realtà molti attacchi hanno preso di mira infrastrutture civili: aeroporti, hotel, impianti energetici e altre strutture economiche nei paesi del Golfo.
Questo potrebbe rivelarsi un errore strategico di grande portata.
Le monarchie del Golfo hanno storicamente evitato il confronto diretto con l’Iran, anche dopo episodi molto gravi come l’attacco del 2019 contro gli impianti petroliferi sauditi. Ma gli attacchi diretti alle città e alle infrastrutture civili stanno producendo una reazione politica molto più dura.
Secondo Morris, proprio questo potrebbe essere uno degli effetti geopolitici più importanti della guerra: l’Iran rischia di consolidare un fronte regionale tra Israele e gli stati sunniti del Golfo.
In altre parole, nel tentativo di intimidire i suoi vicini e costringerli a fare pressione sugli Stati Uniti, Teheran potrebbe finire per rafforzare la coalizione regionale che per decenni ha cercato di evitare.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy
Hormuz e l’arma economica
La strategia iraniana non si limita al piano militare. Teheran ha anche chiuso lo stretto di Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici del pianeta, attraverso cui passa circa il 20 per cento del petrolio e del gas mondiale.
Il calcolo iraniano è chiaro: colpire l’economia globale per costringere gli Stati Uniti a fermare la guerra. Come osserva Morris, l’obiettivo è provocare un aumento dei prezzi energetici e uno shock economico internazionale che generi pressioni politiche su Washington.
Per ora, tuttavia, la reazione americana è stata opposta. Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti accetteranno solo “la resa incondizionata dell’Iran.” Tuttavia, anche su questo punto conviene mantenere un certo grado di cautela: la politica estera di Trump è spesso caratterizzata da cambiamenti improvvisi di posizione, e non è escluso che nel corso della crisi possano emergere aperture negoziali già oggi non impossibili da prevedere.
Il terzo fronte possibile: la carta curda
L’ultimo possibile sviluppo riguarda la questione curda. Secondo Morris, Washington starebbe valutando di incoraggiare le forze curde irachene ad aprire un fronte contro l’Iran nelle province curde del paese.
Il piano sarebbe quello di combinare la pressione militare esterna con una possibile insurrezione interna contro il regime di Teheran. Tuttavia lo storico è scettico sulla sua fattibilità. Le regioni di confine sono montuose e difficili da attraversare e i leader curdi temono le conseguenze di un eventuale fallimento.
Inoltre, qualsiasi movimento in questa direzione incontrerebbe probabilmente l’opposizione della Turchia, che teme da sempre la nascita di uno stato curdo.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento di cautela. Le rivendicazioni nazionali curde metterebbero inevitabilmente in discussione l’integrità territoriale dello Stato iraniano. Questo potrebbe produrre una reazione di rigetto anche all’interno della società iraniana, compresi settori oggi critici verso il regime, rafforzando paradossalmente il nazionalismo persiano contro interferenze percepite come esterne.
Una regione che cambia equilibrio
Nel complesso, l’analisi di Morris suggerisce che la guerra potrebbe produrre trasformazioni profonde nel sistema regionale.
Il Medio Oriente costruito negli ultimi vent’anni — basato su proxy iraniani, rivalità tra stati arabi e prudenza strategica delle monarchie del Golfo — potrebbe essere sul punto di cambiare forma.
La conclusione dello storico è prudente ma significativa: tra le diverse possibili conseguenze della guerra, quella curda è la meno probabile. Ma in una regione che sta entrando in una fase di instabilità accelerata, “tutto sembra possibile”.
Se la scommessa iraniana dovesse fallire, il risultato potrebbe essere una ridefinizione degli equilibri di potere nel Medio Oriente.
Del resto, la trasformazione dell’assetto regionale è anche uno degli obiettivi dichiarati dal governo israeliano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte sostenuto, sin dai giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, che la guerra potrebbe aprire una fase di cambiamento profondo negli equilibri della regione.
Se questo fosse davvero il quadro strategico entro cui leggere il conflitto, allora il parametro con cui giudicarne il successo o il fallimento cambierebbe radicalmente. Non si tratterebbe necessariamente di rovesciare il regime di Teheran, ma di ridurre in modo strutturale la capacità dell’Iran di proiettare potenza nel Medio Oriente.
In altre parole, la questione decisiva potrebbe non essere chi governa a Teheran, ma quale spazio strategico l’Iran sarà in grado di occupare nel sistema regionale che emergerà dalla guerra.
E se questo fosse davvero il punto della guerra, allora molte delle analisi che oggi ne prevedono il fallimento starebbero semplicemente combattendo contro un obiettivo che nessuno ha mai dichiarato.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Condividi








Per quanto riguarda il Libano però:
https://www.facebook.com/emanuel.segreamar/posts/pfbid0QvGB7akFJHgKHXgeQyiok7rcJiHPz4ZwigMjN7Ku55VVEMqjgZy5CBCTcrQuz3RMl
Lettura a mio modestissimo avviso un po’ ottimistica, soprattutto quando si guardi bene alla consistenza reale delle società sunnite,ai loro apparati militari e industriali e al collante ideologico. Non voglio qui tornare indietro al 680 d. C., ma se uno fosse a cena in una famiglia sciita non come ospite ma come membro aggiunto, sentirebbe ragionamenti che vanno molto al di là degli esiti immediati o prossimi della guerra.