Politica internazionale
Meloni, l’errore di non discutere lo scudo nucleare europeo
Negli ultimi anni la questione nucleare è tornata silenziosamente al centro della politica internazionale. Per oltre tre decenni, dopo la fine della Guerra fredda, l’architettura della deterrenza nucleare era rimasta relativamente stabile: gli arsenali esistevano, ma erano incardinati in una rete di trattati, regole e meccanismi


Negli ultimi anni la questione nucleare è tornata silenziosamente al centro della politica internazionale. Per oltre tre decenni, dopo la fine della Guerra fredda, l’architettura della deterrenza nucleare era rimasta relativamente stabile: gli arsenali esistevano, ma erano incardinati in una rete di trattati, regole e meccanismi di controllo che rendevano il sistema leggibile e prevedibile. Oggi quella struttura si sta progressivamente sgretolando. La fine di diversi accordi di limitazione degli armamenti, lo sviluppo di nuove tecnologie strategiche e il ritorno della competizione tra grandi potenze stanno trasformando la deterrenza da equilibrio relativamente stabile a un sistema sempre più fragile e multipolare.
La guerra in Ucraina ha riportato il linguaggio nucleare dentro il discorso politico europeo. Mosca ha evocato più volte la possibilità di ricorrere ad armi nucleari tattiche, mentre la revisione della dottrina russa nel 2024 ha abbassato la soglia per il loro possibile impiego. Parallelamente, la crescita dell’arsenale cinese e la proliferazione di sistemi d’arma avanzati stanno ridefinendo l’equilibrio strategico globale. In questo contesto, l’Europa – per decenni protetta dall’ombrello strategico americano – si trova a confrontarsi con una domanda che fino a pochi anni fa appariva quasi teorica: quanto può continuare a dipendere dalla deterrenza nucleare degli Stati Uniti?
È dentro questo scenario che si inserisce la proposta francese di una “deterrenza nucleare avanzata europea”, rilanciata da Emmanuel Macron. L’idea non è creare un arsenale nucleare europeo condiviso, ma estendere la deterrenza francese ad alcuni partner del continente, riconoscendo una dimensione europea agli interessi vitali di Parigi. Diversi paesi – tra cui Germania, Polonia e alcune nazioni del Nord Europa – hanno mostrato interesse per un dialogo strategico su questo tema. L’Italia, invece, ha scelto di restarne fuori, ritenendo sufficiente l’ombrello nucleare garantito dalla NATO e dagli Stati Uniti.
La crisi dell’ordine nucleare globale
Per comprendere il significato strategico della proposta francese è necessario partire dal contesto internazionale in cui essa nasce. Negli ultimi anni l’architettura globale di controllo degli armamenti nucleari è entrata in una fase di progressiva dissoluzione. Il sistema costruito durante la Guerra fredda – basato su trattati come l’INF, il New START e l’ABM Treaty – aveva garantito per decenni una certa prevedibilità nella competizione nucleare tra le grandi potenze. Oggi quella struttura si è in gran parte sgretolata.
La fine del trattato INF nel 2019, la sospensione russa del New START nel 2023 e la progressiva obsolescenza delle categorie giuridiche su cui si fondavano i vecchi accordi hanno creato un vuoto regolatorio. Le nuove tecnologie strategiche – dai missili ipersonici ai vettori dual-use ad alta manovrabilità – sfuggono infatti alle definizioni giuridiche utilizzate dai trattati della Guerra fredda. Questo consente alle potenze nucleari di sviluppare sistemi d’arma qualitativamente nuovi senza violare formalmente alcun accordo internazionale.
Parallelamente, il sistema di deterrenza globale si sta trasformando da un equilibrio bipolare a un equilibrio triangolare. Durante la Guerra fredda il confronto nucleare era dominato dalla relazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi la crescita accelerata dell’arsenale cinese introduce un terzo attore nel sistema della deterrenza globale. Secondo diverse stime, Pechino potrebbe raggiungere entro il 2030 un arsenale di circa mille testate nucleari, trasformando l’equilibrio strategico mondiale in una competizione a tre poli.
Questa trasformazione produce una dinamica che molti analisti definiscono “era della deterrenza instabile”. In assenza di trattati efficaci e di un linguaggio comune tra le potenze nucleari, la gestione delle crisi diventa più complessa e il rischio di errori di calcolo aumenta. La deterrenza, come osservava lo storico della strategia Lawrence Freedman, funziona finché resta comprensibile. Quando le capacità e le soglie diventano opache, la stabilità strategica si indebolisce.
È all’interno di questo contesto che l’Europa ha iniziato a interrogarsi sul proprio ruolo nella deterrenza nucleare occidentale.
La proposta francese: dalla “force de frappe” alla deterrenza europea
La Francia è oggi l’unica potenza nucleare dell’Unione europea con un arsenale completamente indipendente. La force de frappe, creata da Charles de Gaulle negli anni Sessanta, nacque proprio con l’obiettivo di garantire alla Francia un’autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti e alla NATO. A differenza del Regno Unito, che utilizza missili Trident di produzione americana, Parigi ha sempre mantenuto un controllo pienamente nazionale sulla propria deterrenza nucleare.
Oggi l’arsenale francese comprende circa 290 testate nucleari, dispiegate su sottomarini nucleari strategici e su missili cruise ASMP-A trasportati da caccia Rafale. La dottrina francese si basa sul principio della “stretta sufficienza”, cioè il mantenimento del minimo numero di armi necessario per garantire una deterrenza credibile.
La proposta avanzata da Emmanuel Macron non mira a creare un arsenale nucleare europeo, ma a estendere la funzione della deterrenza francese ad alcuni partner europei. In questo schema, gli interessi vitali della Francia assumono una dimensione continentale: un attacco grave contro un partner europeo potrebbe rientrare nel perimetro della deterrenza francese.
Tuttavia Macron ha chiarito un punto essenziale: il controllo della deterrenza resta francese “dall’inizio alla fine”. Il presidente della Repubblica mantiene l’autorità esclusiva sulla decisione di impiego delle armi nucleari. Non esiste quindi un comando nucleare europeo né una condivisione della pianificazione strategica.
Questa configurazione rende la proposta francese una forma di extended deterrence europea a guida francese, più simile al modello di protezione nucleare americano nella NATO che a un vero sistema di difesa nucleare europeo condiviso.
La posizione italiana e il nodo atlantico
L’Italia ha scelto di non aderire all’iniziativa francese, ritenendo sufficiente l’ombrello nucleare della NATO. Roma partecipa infatti al sistema di nuclear sharing dell’Alleanza Atlantica e ospita bombe nucleari statunitensi B61 nelle basi di Aviano e Ghedi. In caso di aggressione contro un paese membro, queste armi rientrerebbero nel sistema di deterrenza dell’Alleanza previsto dall’articolo 5 del Trattato del 1949.
Dal punto di vista politico questa posizione è coerente con la tradizione atlantista italiana. La sicurezza del paese è stata storicamente costruita all’interno del rapporto strategico con gli Stati Uniti, e la presenza di armi nucleari americane sul territorio nazionale rappresenta una componente stabile di questa architettura.
Tuttavia proprio questa scelta solleva una questione più ampia. L’iniziativa francese non riguarda soltanto la creazione di un secondo ombrello nucleare europeo. Riguarda la possibilità che l’Europa sviluppi una capacità autonoma di deterrenza strategica in un contesto internazionale sempre più incerto.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto un interrogativo che per anni era rimasto implicito: quanto è solida, nel lungo periodo, la garanzia nucleare americana per l’Europa? Non esiste oggi alcuna indicazione concreta di un disimpegno statunitense dalla NATO. Ma è evidente che la priorità strategica americana si sta progressivamente spostando verso l’Indo-Pacifico e la competizione con la Cina.
In questo scenario, la proposta francese può essere letta come il tentativo di costruire un secondo pilastro della deterrenza occidentale, capace di integrare – non sostituire – la garanzia nucleare americana.
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Deterrenza europea e leadership strategica
La proposta francese ha inevitabilmente anche una dimensione politica. Estendere la deterrenza francese ad altri partner europei significa riconoscere a Parigi un ruolo centrale nella sicurezza del continente. Non si tratta di una supremazia unilaterale, ma di una forma di leadership strategica fondata su un fatto oggettivo: la Francia è l’unica potenza nucleare pienamente autonoma dell’Unione europea.
Questo aspetto spiega sia l’interesse di alcuni paesi europei – in particolare quelli dell’Europa orientale, più esposti alla minaccia russa – sia le perplessità di altri partner. Affidare una parte della sicurezza nucleare europea alla Francia significa accettare che la decisione ultima resti nelle mani del presidente francese.
La questione non è banale. La deterrenza nucleare non è soltanto una questione tecnica, ma anche un rapporto di fiducia politica. E in Europa questo rapporto è ancora tutto da costruire.
Roma resta alla finestra
La proposta francese di estendere la propria deterrenza nucleare all’Europa non rappresenta una soluzione definitiva ai problemi della sicurezza europea. L’arsenale francese resta limitato rispetto a quello americano, e il controllo nazionale delle armi nucleari rende difficile immaginare una vera integrazione strategica.
Tuttavia il significato della proposta francese va oltre il suo contenuto immediato. Essa riflette una trasformazione più profonda dell’ordine internazionale: la fine della stabilità nucleare costruita durante la Guerra fredda e l’ingresso in una fase di deterrenza più frammentata e incerta.
In questo contesto il problema non è se l’Italia debba accettare lo scudo nucleare francese. Il problema è che, mentre l’architettura della deterrenza occidentale entra in una fase di ridefinizione, Roma sembra aver scelto la posizione più comoda: restare alla finestra.
E nella politica internazionale, come nella strategia, restare fuori dalla discussione raramente significa restare fuori dalle conseguenze.

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Tutto cambia ma niente cambia. La proposta francese non sembra tanto diversa dalla situazione attuale. Senza sperare (inutilmente) in un ripensamento dell’Amministrazione Trump sul ruolo USA in Europa, è lecito attendersi un cambio di indirizzo nel post Trump.
Il vero dibattito politico, ritengo debba essere indirizzato a valutare la fattibilità di perseguire una reale capacità nucleare, comprando la tecnologia off-the-shelf oppure sviluppandola con altri partner (Sud Korea; Giappone). La disponibilità e l’autorità di impiego deve essere governata in ambito politico UE e quindi passare da una rivisitazione dell’Art.5 ma….. mancherebbe sempre una pedina: un vero esercito Europeo che superi lo stesso Patto Atlantico