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Thomas Hutchinson, o il fallimento della ragione

Storia, costume e cultura

Thomas Hutchinson, o il fallimento della ragione

Seconda parte Qui la prima parte Nella primavera del 1774 il governo britannico lo sostituì con il generale Thomas Gage, comandante dell’esercito britannico in Nord America, e con i Coercive Acts, le “leggi intollerabili” che chiudevano il porto di Boston e rimuovevano l’assemblea coloniale, la crisi

Gianluca Damiani10/03/2026Aggiornato 09/03/20266 min lettura1.275 parole
terza

Seconda parte

Qui la prima parte

Nella primavera del 1774 il governo britannico lo sostituì con il generale Thomas Gage, comandante dell’esercito britannico in Nord America, e con i Coercive Acts, le “leggi intollerabili” che chiudevano il porto di Boston e rimuovevano l’assemblea coloniale, la crisi politica raggiunse lo stadio finale.

Nel giro di un paio di anni sarebbe scoppiata la guerra civile e proclamata la Dichiarazione di Indipendenza. Ma Hutchinson non ci sarebbe stato. Nel giugno 1774 si imbarcò per la Gran Bretagna. Aveva 62 anni, e nella sua vita aveva lasciato l’America solo una volta, quando era giovane. Non sarebbe più tornato.

Il governo britannico trattò Hutchinson con rispetto, e si servì della sua esperienza negli affari coloniali, ma sempre in modo marginale. La sua refutazione della Dichiarazione di Indipendenza fu apprezzata. Ma, nell’amarezza della consapevolezza del suo fallimento, della perdita della ricchezza e dell’essere ormai uno spettatore degli eventi, solo il lavoro sull’ultimo volume della History of Massachusetts e la compagnia dell’amatissima figlia Peggy, resero quegli anni meno amari per lui.

La morte di Peggy nel 1777, all’età di 23 anni, fu un durissimo colpo, da cui si riprese a malapena. Per un po’ ci fu la speranza che una vittoria militare avrebbe accelerato il ritorno a casa, ma dopo il 1778 questa divenne sempre più vana. Nel 1780, infine, un infarto lo portò alla morte. Aveva 68 anni.

Hutchinson fu sempre guidato dall’idea che la politica fosse un’arena dove, per mezzo di argomentazioni razionali, si potesse perseguire il bene comune, avendo come primo principio la verità. Se troppo intelligente per non capire che gli uomini erano animati anche da passioni ed egoismo, Hutchinson rimase sempre sinceramente sorpreso da come le argomentazioni venissero apertamente distorte, semplificate o decontestualizzate.

Sia che si trattasse di John Adams o James Bowdoin a Boston, di Lord Camden nella House of Lords a Londra, della stampa che ne aveva pubblicato le lettere private o della Dichiarazione di Indipendenza del 1776.

In questo senso però, non sembrò mai in grado di cogliere cosa ci fosse dietro al radicalismo delle posizioni dei suoi avversari. Hutchinson non è stato un anticipatore del marxismo, secondo cui l’ideologia maschera interessi più occulti, ma per lui la violenza e l’irragionevolezza con cui i suoi avversari lo attaccavano non potevano essere discusse solo su basi ideologiche.


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Troppo forte la violenza degli attacchi, troppo palese il loro errore o la loro cattiva condotta. E allora la motivazione non poteva che essere la malizia, la cattiveria e le altre forze misteriose che albergano negli animi degli uomini.

In un certo senso, Hutchinson può essere visto come la prima vittima di quello che Richard Hofstadter avrebbe definito The Paranoid Style in American Politics nel 1964 e si può credere che abbia condotto una lotta impari contro una cabala di persone disposte a ogni falsificazione e attacco personale pur di ottenere i loro obiettivi.

Questo è quello che Hutchinson continuò a scrivere e a pensare, fino alla sua morte. Ed è anche la posizione dei suoi amici e sostenitori, come suo genero e compagno di esilio, Peter Oliver, autore, nel 1781, di una storia della rivoluzione americana vista dalla prospettiva lealista, pubblicata solo postuma nel 1961, fortemente simpatetica verso Hutchinson e ostile verso i patrioti.

Ma questo è ovviamente il punto di vista dell’ex governatore. Come scrive Bailyn, nonostante tutta la sua intelligenza, Hutchinson non comprese mai le forze reali contro cui stava lottando, le passioni morali e gli impulsi idealistici che animarono l’azione di alcuni dei suoi nemici.

E non comprese mai che, al cuore della protesta americana, non c’era solo il frazionismo e l’invidia degli esclusi dal potere, ma una radicale rilettura dell’idea di libertà.

Paradossalmente, come fa notare Bailyn, non c’è nulla nei suoi scritti, nelle sue lettere private o nei suoi discorsi che non faccia pensare che Hutchinson non fosse, non solo un sincero e vero amante della sua comunità, di Boston e del Massachusetts, e delle relazioni anglo-atlantiche, ma anche, e soprattutto, una persona più tollerante e ragionevole dei suoi avversari, di coloro che lo hanno accusato di essere un agente della volontà liberticida del governo britannico o, peggio, di voler instaurare una tirannia personale.

Era un conservatore, ma non un estremista. La sua paura per il disordine e il caos, sperimentato in prima persona sulla sua pelle, come abbiamo visto, non era in fondo così dissimile da quella del suo grande nemico, John Adams, e che si sarebbe declinata prima nella costituzione del Massachusetts e poi in quella americana, a cui Adams, però, non contribuì direttamente in quanto ambasciatore a Londra, in quel momento, e nella dottrina della separazione dei poteri.

La drammatica differenza stava allora nel fatto che se per il governatore Hutchinson la fonte di questa separazione si trovava in Gran Bretagna, e nella dottrina del King-in-Parliament, per Adams si trovava nella sovranità individuale, nelle assemblee coloniali e nei diritti inalienabili di ogni persona.

Ma era l’interpretazione della costituzione britannica fatta da Hutchinson a essere la lettura corretta del suo tempo, non quella di Adams. Fu la rivoluzione americana a rompere con questa interpretazione. E in tal senso, a essere sbagliata, sebbene le conseguenze di quell’errore portarono a un perfezionamento dei principi politici del liberalismo anglosassone. Ma questo Hutchinson non poté vederlo.

E neppure poté vedere quanto Adams scrisse in una lettera a Joseph Ward, nel 1809, durante uno dei ricorrenti momenti di caos monetario che hanno caratterizzato i primi anni della Repubblica: “Se io fossi la strega di Endor, risveglierei il fantasma di Hutchinson e gli darei potere assoluto sulla valuta degli Stati Uniti e su ogni sua parte; a condizione, naturalmente, che non si occupasse d’altro che di moneta. Per quanto poco io veneri la sua memoria, devo riconoscere che egli comprendeva la questione della moneta e del commercio meglio di qualsiasi uomo io abbia mai conosciuto in questo paese.”

“ If was the witch of Endor, I would wake the ghost of Hutchinson, and give him absolute power over the currency of the United States and every part of it; provided always, that he should meddle with nothing but currency. As little as I revere his memory, I will acknowledge that he understood the subject of coin and commerce better than any man I ever knew in this country”.

Se l’odio dei suoi nemici era scaturito inizialmente dalla sua riforma monetaria, forse queste parole rappresentano, almeno a livello storico, ma non umano o personale, un parziale riscatto per il calvario di Thomas Hutchinson.


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