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Le tre isole, i fondi emiratini e il nodo opaco dell’opposizione iraniana

Iran

Le tre isole, i fondi emiratini e il nodo opaco dell’opposizione iraniana

Dietro la guerra dei dodici giorni si intravede una partita meno visibile: fondi, opposizione iraniana in esilio, interessi emiratini e strategie israeliane. Il nodo delle tre isole del Golfo diventa così il punto sensibile di una transizione immaginata fuori dall’Iran. In Medio Oriente nessun missile viene

Bahram Farrokhi26/05/2026Aggiornato 25/05/20269 min lettura1.821 parole

Dietro la guerra dei dodici giorni si intravede una partita meno visibile: fondi, opposizione iraniana in esilio, interessi emiratini e strategie israeliane. Il nodo delle tre isole del Golfo diventa così il punto sensibile di una transizione immaginata fuori dall’Iran.


In Medio Oriente nessun missile viene lanciato davvero “all’improvviso” e nessuna guerra comincia soltanto nel momento della prima esplosione. Ogni conflitto nasce molto prima di apparire nei cieli: prende forma nelle stanze della sicurezza nazionale, nei contratti economici, negli incontri riservati e nelle reti mediatiche.

Quando, all’alba del 13 giugno 2025, Israele lanciò una vasta offensiva contro la Repubblica Islamica, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si concentrò immediatamente sui cieli di Teheran, sulle basi missilistiche iraniane e sulla possibile risposta di Teheran.

I media parlarono dell’inizio di una guerra regionale, un conflitto che avrebbe potuto trascinare il Medio Oriente in una crisi più lunga e più pericolosa di tutte quelle degli ultimi anni. Eppure quella che in seguito sarebbe stata definita la “guerra dei dodici giorni” si concluse rapidamente con il cessate il fuoco del 24 giugno.

In apparenza, tutto sembrava finito. Ma dietro le quinte era appena iniziato il capitolo principale.

Mentre Teheran e Tel Aviv si scambiavano attacchi missilistici e operazioni aeree, Abu Dhabi avviava negoziati sensibili con Israele per l’acquisto di sistemi di difesa multilivello: Iron Dome, tecnologie laser anti-drone e nuove piattaforme integrate di sicurezza.

La preoccupazione degli Emirati era evidente: i droni iraniani non rappresentavano più soltanto una minaccia per Israele, ma anche per gli Stati della sponda meridionale del Golfo Persico.

Fino a quel punto, tutto poteva essere interpretato come una normale cooperazione strategico-militare. Ma nelle settimane successive, indiscrezioni provenienti da ambienti diplomatici e reti politiche regionali iniziarono a suggerire uno scenario più complesso.

Secondo alcune ricostruzioni emerse progressivamente nei circuiti geopolitici del Medio Oriente, una parte delle risorse economiche legate a questi accordi non sarebbe stata destinata esclusivamente alla difesa.

Israele avrebbe chiesto ad Abu Dhabi di convogliare una quota di quei fondi verso il sostegno di un progetto politico collegato al gruppo di consiglieri vicini al principe Reza Pahlavi, noto con il nome di “NUFDI”.

Non è mai emersa alcuna prova ufficiale o documentazione pubblica in grado di confermare tali accuse. Tuttavia, la coincidenza temporale degli eventi sollevò interrogativi significativi.

L’utilizzo di canali finanziari paralleli per sostenere movimenti politici o strutture paramilitari al di fuori dei normali meccanismi parlamentari e istituzionali non rappresenta certo una novità nella storia delle relazioni internazionali.

Uno dei precedenti più emblematici resta il caso Iran-Contra durante la presidenza di Ronald Reagan.

Nel quadro di quell’operazione, gli Stati Uniti, anche attraverso la cooperazione israeliana e canali non ufficiali, facilitarono il trasferimento di armamenti alla Repubblica Islamica nel pieno della guerra Iran-Iraq.

L’obiettivo era duplice: ottenere la liberazione di ostaggi americani e perseguire obiettivi geopolitici più ampi nella regione.

Una parte dei proventi derivanti da quelle operazioni venne poi indirizzata, tramite membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense e reti legate alla CIA, ai Contras nicaraguensi, milizie anticomuniste impegnate contro il governo sandinista.

Lo scandalo Iran-Contra sarebbe poi diventato uno dei casi più studiati di operazioni clandestine, aggiramento dei meccanismi democratici e utilizzo di reti finanziarie opache nella politica estera americana: un modello paradigmatico dell’intreccio tra intelligence, guerre per procura e interessi strategici.

Nel giro di poche settimane, una vasta campagna mediatica e politica prese forma all’interno di una parte dell’opposizione iraniana in esilio.

Il tema dominante era la “transizione”: la necessità di preparare strutture amministrative, mediatiche e di sicurezza per l’Iran post-Repubblica Islamica.

L’apice di questa dinamica si manifestò durante la conferenza “Monaco 2”, il 29 agosto 2025, presentata come il tentativo di costruire una nuova unità dell’opposizione iraniana.

Fu però un altro elemento ad attirare l’attenzione di molti osservatori: la pubblicazione quasi simultanea del cosiddetto “Quaderno d’emergenza” del gruppo NUFDI.

Il documento si presentava come un piano tecnico-amministrativo per gestire il periodo successivo all’eventuale caduta della Repubblica Islamica. Linguaggio burocratico, terminologia securitaria, approccio manageriale.

Ma tra le sue clausole compariva una frase destinata a suscitare forte controversia:

“Avvio di negoziati con i Paesi confinanti per la ridefinizione delle frontiere marittime.”

In una regione in cui il concetto di frontiera continua a intrecciarsi con memoria storica, guerre, petrolio, rotte energetiche e sovranità nazionale, una formulazione del genere non poteva passare inosservata.

I confini terrestri e marittimi dell’Iran risultano sostanzialmente stabilizzati da oltre mezzo secolo. L’unica disputa ricorrente resta quella relativa alle tre isole del Golfo Persico, Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb, rivendicate periodicamente dagli Emirati Arabi Uniti ma considerate da Teheran parte integrante e non negoziabile della sovranità iraniana.

Per molti critici, quella frase non rappresentava un semplice errore politico o diplomatico. Era invece il segnale di una visione geopolitica precisa: una linea che, secondo i detrattori, sembrava più orientata ad adattarsi al nuovo ordine di sicurezza regionale emerso dopo la guerra dei dodici giorni che alla difesa della tradizionale concezione iraniana della sovranità nazionale.

Parallelamente, enormi flussi finanziari iniziarono a entrare nello spazio mediatico dell’opposizione persiana.

Canali televisivi, think tank, attivisti, giornalisti e influencer cominciarono improvvisamente a utilizzare un lessico sorprendentemente uniforme: “governo di transizione”, “squadra tecnica”, “preparazione del giorno dopo”, “necessità di sostenere gli esperti del cambiamento”.

L’impressione generale era quella di una campagna coordinata più che di una dinamica politica spontanea.

In quel periodo quasi nessuno era disposto a discutere apertamente dell’origine di quei finanziamenti. Ma nei circoli privati ricorrevano costantemente due nomi: Abu Dhabi e Tel Aviv.

Poi avvenne qualcosa che modificò gli equilibri.

Dopo la diffusione di informazioni sul coinvolgimento logistico degli Emirati in operazioni coordinate con Israele durante la cosiddetta “guerra di Ramadan”, la Repubblica Islamica reagì.

Nel periodo del cessate il fuoco, alcuni missili furono lanciati contro obiettivi emiratini. Gli attacchi furono limitati dal punto di vista militare, ma estremamente significativi sul piano politico.

Il messaggio di Teheran era chiaro: qualsiasi attore coinvolto in una guerra indiretta contro l’Iran sarebbe diventato un obiettivo potenziale.

Questi eventi misero in luce divisioni profonde all’interno del Golfo. Non tutti gli Emirati condividevano la strategia di pieno allineamento con Israele perseguita da Abu Dhabi.

Alcuni settori tradizionali del potere regionale ritenevano che gli Emirati si stessero spingendo troppo rapidamente dentro una partita estremamente rischiosa, capace di compromettere la stabilità economica dell’intera area del Golfo Persico.

Parallelamente, aumentavano le pressioni delle monarchie arabe del Golfo sugli Stati Uniti affinché venissero riaperti canali negoziali con Teheran.

Nelle ultime settimane, diverse indiscrezioni hanno inoltre parlato di una visita segreta di Benjamin Netanyahu negli Emirati Arabi Uniti durante il conflitto.

Inizialmente, il principe ereditario di Abu Dhabi smentì tali notizie, ma successivamente l’ufficio del primo ministro israeliano ne confermò indirettamente alcuni aspetti, provocando irritazione visibile tra le autorità emiratine.

L’alternanza di conferme e smentite ha evidenziato soprattutto una realtà geopolitica: la crescente sfiducia di Abu Dhabi verso l’affidabilità strategica di Israele nel quadro postbellico, soprattutto di fronte all’ipotesi di un nuovo accordo tra Washington e Teheran.

I Paesi arabi del Golfo sanno perfettamente che un eventuale riavvicinamento tra Iran e Stati Uniti potrebbe alterare radicalmente gli equilibri regionali, costringendoli a ridefinire alleanze e strategie.

Persino il Regno Unito, storicamente legato alle monarchie del Golfo da rapporti profondi e strutturali, negli ultimi mesi ha insistito soprattutto sulla necessità di “moderazione” e “pazienza strategica” nei confronti della Repubblica Islamica.

Un segnale che dimostra come anche le potenze occidentali, al di là della retorica bellica e mediatica del periodo di guerra, temano un’escalation regionale incontrollabile.

Per tutti loro, la sicurezza resta fondamentale. Ma la stabilità economica lo è ancora di più.

Col passare dei mesi, anche all’interno del progetto NUFDI iniziarono a emergere segnali di difficoltà.

Da circa due mesi, diverse fonti parlano della progressiva interruzione dei finanziamenti indiretti provenienti dagli Emirati e da reti vicine a Israele verso ambienti mediatici e politici legati al “Quaderno d’emergenza”.

Anche i recenti viaggi europei del principe Reza Pahlavi sono stati accompagnati da crescenti tensioni interne all’opposizione.

L’episodio dell’aggressione simbolica a Berlino, con il lancio di salsa di pomodoro contro il principe, ha ricevuto un’eco mediatica significativa.

Quasi contemporaneamente, sono apparse campagne di raccolta fondi popolari per la “protezione della vita del principe”, seguite da nuove iniziative economiche presentate come sostegno ai “media indipendenti” e alla “voce dell’opposizione”, spesso associate a concerti, eventi pubblici e raccolte di donazioni.

Per gli osservatori più esperti della politica iraniana, il significato di questo cambiamento appariva piuttosto evidente: le principali fonti di finanziamento stavano venendo meno.

Il 24 maggio arrivò il primo segnale concreto della crisi: la chiusura di Manoto TV.

La fine di Manoto non rappresentò soltanto la scomparsa di un canale televisivo. Per molti fu il simbolo della conclusione di una fase storica in cui una parte dell’opposizione persiana aveva coltivato il progetto di “ingegnerizzare” la transizione iraniana facendo affidamento su capitali e sostegni esterni.

Oggi, a mesi dalla fine della guerra dei dodici giorni, la questione centrale non riguarda più il numero di missili lanciati o di droni abbattuti.

La vera domanda riguarda la natura dei progetti politici nati nell’ombra di quella guerra.

Una parte dell’opposizione iraniana è entrata in un gioco geopolitico più grande di lei, le cui regole venivano scritte non a Teheran, ma tra Tel Aviv, Abu Dhabi e Washington?

Una risposta definitiva ancora non esiste.

Ma un dato appare ormai difficile da ignorare: la guerra del 2025 non ha soltanto ridefinito il confronto tra Iran e Israele. Ha trasformato anche il confine tra opposizione indipendente e opposizione dipendente in una questione pubblica e centrale del dibattito politico iraniano.

Ed è forse proprio per questo che, anche dopo il silenzio delle sirene, il Medio Oriente continua a vivere con la sensazione che quella guerra non sia mai davvero finita.


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