Unione Europea
L’Europa si svegli perché di patriottismo si può morire
Un recente editoriale di Carlo Verdelli sul Corriere della Sera, in cui si parlava dello sbriciolamento dell'Unione europea sotto le martellate di Trump, induce a qualche riflessione. Scriveva Verdelli: "Di fronte a una tale forza d’urto (il riferimento è a Trump n.d.r.), invece di compattarsi come



Un recente editoriale di Carlo Verdelli sul Corriere della Sera, in cui si parlava dello sbriciolamento dell’Unione europea sotto le martellate di Trump, induce a qualche riflessione.
Scriveva Verdelli: “Di fronte a una tale forza d’urto (il riferimento è a Trump n.d.r.), invece di compattarsi come una superpotenza che chiede ascolto e rispetto, l’Europa si sta moltiplicando in tante Europe, sottese da un’altra forza sempre più dominante: quella centrifuga dei nazionalismi”.
Il nazionalismo, ovvero l’esaltazione della propria appartenenza ad una patria, sicuramente gioca un ruolo importante nell’incapacità degli europei di fare fronte comune, mettendo in secondo piano gli interessi particolari dei singoli paesi.
Ma l’Europa, nonostante la retorica europeista di Roberto Benigni, continua a rappresentare per la maggior parte degli europei un concetto astratto, artefatto, reso ancora più distante ed opaco dalla realtà di lingue, tradizioni, temperamenti, abitudini alimentari e molto altro ancora, diversissimi tra loro e sedimentati nei secoli.
Gli 80 anni che ci separano dalla fine della Seconda guerra mondiale (che deflagrò come una guerra tra nazioni europee) saranno molti per una persona ma sono pochissimi se proiettati sui tempi della Storia.
E dunque non è realistico pretendere che, in un lasso di tempo così breve, questa moltitudine di popoli si riconosca d’improvviso in un’entità sovranazionale concepita e realizzata per la buona volontà di pochi illuminati.
Già il presidente francese Charles De Gaulle zavorrò pesantemente questo processo teorizzando che, nonostante le indubbie peculiarità del fenomeno comunitario, alla base di tale costruzione fosse necessario porre sempre i singoli Stati, gli unici ad essere espressione “di un comune sentire nazionale”.
L’impressione è che, ancora oggi, nella coscienza collettiva dei francesi, dei portoghesi, dei polacchi ecc. prevalgono più gli elementi di distinzione identitaria nazionale che quelli di comunanza europea. “L’Europa delle patrie” è, insomma, più viva che mai.
Un caso esemplare di questa diffidenza nei confronti dell’istituzione sovranazionale è il voto all’unanimità, che prevede l’accordo da parte di tutti gli Stati membri dell’Unione su una serie di decisioni strategiche e vincolanti (guarda caso quelle che gli Stati membri ritengono più sensibili). Un elemento che ha costituito e costituisce un formidabile freno all’integrazione ma che soprattutto evidenzia come, per i governi nazionali, la salvaguardia dei propri interessi particolari ha sempre la precedenza rispetto alle decisioni prese in seno all’Unione europea.
Anche se dai tempi in cui Inghilterra (che nel frattempo è uscita dall’Unione) e Francia dichiaravano guerra alla Germania di Hitler molta strada è stata fatta, non bastano una moneta comune e l’esistenza d’istituzioni rappresentative sovranazionali per formare una vera coscienza europea identitaria. Una “patria europea” non è mai esistita e per il momento continua a non esistere.
L’europeismo andrebbe, dunque, inteso come una nobile aspirazione e non come il naturale effetto di un processo storico, politico e sociale.
Ed è proprio questo il problema più grande per l’integrazione europea in un presente caratterizzato dal rigurgito di particolarismi demagogici e nazionalistici in tutto l’Occidente. La spinta propulsiva di quelle nobili aspirazioni segna il passo in una larga fetta di opinione pubblica europea animata da propositi sempre meno nobili e in quei partiti che opportunisticamente li rappresentano e li veicolano.
Questo populismo sovranista, connotato da sedimentate antipatie antieuropeiste, rappresenta un ulteriore fattore di complessità per chi sostiene il rafforzamento dell’integrazione europea.
Come ha scritto Vittorio Rapetti, “La difesa di interessi particolari, specifici e concreti, si è intrecciata con le teorie complottistiche, dove si paventa la sostituzione etnica e quella alimentare, il dominio sanitario e sociale sui popoli da parte delle elites manovrate dall’UE (vista un po’ come il Grande Fratello di orwelliana memoria). Tesi propagandistiche, sovente trasmesse in linguaggi ostili e manipolatori, ma che trovano ampia fortuna sui social e purtroppo alcuni riscontri anche in esponenti politici di rilievo”.
Sono concetti famigliari per chi frequenta i principali social network.
E non può stupire che chi, come Putin e Trump e per ragioni diverse ma convergenti, abbia trovato in questi partiti degli alleati utili a indebolire il già tentennante processo di unificazione europea, in base al classico principio del “divide et impera”.
Lo sfacciato putinismo di Orban e le ambiguità più sfumate della Meloni sono di fatto la faccia della stessa zavorra teleguidata da chi ha interesse a che l’Europa rimanga un gigante inoffensivo.
In questo quadro a tinte fosche, ma che riteniamo sufficientemente realistico, non resta che sperare che la minaccia russa e il voltafaccia dell’ex alleato americano siano sufficienti per far comprendere agli europei che la gravità della situazione non consente più dilazioni né ambiguità. Di patriottismo si può morire.
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