Iran
L’unico regime change che dobbiamo temere riguarda l’America e l’Occidente
Dopo l’attacco di Israele all’Iran si sono moltiplicate le analisi, anche da parte di osservatori tutt’altro che ostili verso lo stato ebraico, che hanno messo in discussione l’opportunità di puntare al regime change attraverso il crollo della Repubblica islamica. In particolare, prima Paolo Mieli e poi



Dopo l’attacco di Israele all’Iran si sono moltiplicate le analisi, anche da parte di osservatori tutt’altro che ostili verso lo stato ebraico, che hanno messo in discussione l’opportunità di puntare al regime change attraverso il crollo della Repubblica islamica.
In particolare, prima Paolo Mieli e poi Angelo Panebianco sul Corriere della Sera hanno fortemente ridimensionato le aspettative sulla possibilità e sugli esiti del crollo del potere degli Ayatollah. Per dirla molto sinteticamente: difficilmente, se pure mai il regime crollasse, si arriverebbe a un nuovo regime più stabile ed amico e più probabilmente si giungerebbe a una tribalizzazione libica o somala con conseguenze ancora più destabilizzanti per gli equilibri dell’area e per quelli globali.
Dall’altro lato, come ha spiegato l’ex premier israeliano Ehud Barak in una intervista alla CNN pochi giorni fa non esiste alcuna seria possibilità né da parte di Israele, né da parte degli Stati Uniti di bloccare il programma nucleare iraniano – che può essere ritardato, ma non fermato militarmente – se non costringendo con azioni militari generalizzate il regime ad arrendersi – cioè accettare l’accordo sempre rifiutato – oppure a capitolare. Insomma, o la resa o il regime change.
Gli ultimi decenni hanno palesato l’inevitabile trade off tra la necessità di una qualche forma di interventismo politico-militare e la cautela nell’alterare gli equilibri politici “naturali” nelle aree di crisi. Però proprio il caso iraniano, come per altri versi quello russo, dimostra che le dinamiche evolutive di regimi non semplicemente autoritari, ma anche ideologicamente nemici dell’Occidente democratico (Israele compreso), anche quando sono lasciate al loro corso “naturale” portano a uno stato di guerra che l’Occidente deve comunque fronteggiare. Il dialogo o il negoziato contro i nemici esistenziali di qualunque forma di libertà politica (anche esterna al loro perimetro geografico) non previene la guerra, ma la incuba offrendo alle opinioni pubbliche assediate il lenimento velenoso della rimozione.
Dalla caduta del Muro di Berlino a oggi si è passati dall’illusione di una condizione di pace perpetua assicurata da un ordine liberale globale a una condizione di guerra mondiale endemica, cioè non solo a una somma di conflitti regionali cruenti, ma a uno scontro permanente per il dominio con un insieme di potenze piccole, medie e grandi, la cui ragion d’essere è esattamente la guerra all’ordine politico, economico e civile occidentale.
Le democrazie nel mondo sono meno di trent’anni fa, molte democrazie elettorali hanno caratteristiche illiberali e autoritarie e la democrazia liberale (che non è solo il sistema di libertà politica e di voto, ma di garanzia dei diritti individuali, della separazione dei poteri e del rule of law) ha cessato di rappresentare per i paesi in via di sviluppo il modello previlegiato per assicurare crescita economica e garanzie sociali.
In questo quadro, è però successo qualcosa anche dentro l’Occidente ed è qualcosa che per il destino futuro degli equilibri globali e per la stessa salvezza dell’Occidente pesa in negativo più dell’azione di qualunque nemico esterno, per brutale e criminale che esso sia.
Anche in larga parte dell’Occidente si è diffusa l’idea che il modello occidentale – società aperta, limiti costituzionali all’esercizio del potere politico, uguaglianza giuridica davanti alla legge, indipendenza della magistratura, diritti personali indisponibili, libertà economiche garantite – rappresenti uno svantaggio competitivo nelle relazioni globali e che quindi tutte le sue manifestazioni siano degli ostacoli nella lotta per la sopravvivenza, anzi siano la vera arma in mano al “nemico”.
L’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti significa essenzialmente questo: la rottamazione dell’Occidente liberale, cosmopolitico e globalista con tutti i suoi disprezzati corollari culturali e istituzionali, per il ritorno a un’ideale nazionalista, separatista e suprematista.
Il ripudio dell’Occidente storico, di tutte le sue relazioni interne – a partire da quella tra Europa e Nord America – e proiezioni esterne – in primo luogo: le relazioni internazionali come campo non della guerra, ma del diritto – ha fatto del Governo americano un pericolo permanente innanzitutto per i suoi cittadini (elettori trumpiani compresi) e per quelli dei Paesi di più antica o recente alleanza.
Non si tratta solo della dimostrata disponibilità di Trump a fare ogni sorta di gioco sporco – cosa che nessun presidente Usa si è risparmiato – ma della sua volontà di sovvertire i fondamenti stessi dell’ordine politico liberal-democratico.
A rendere angosciosi tutti gli scenari di guerra per un occidentalista old style è oggi la disamante evidenza che chi, fino a pochi anni fa, sarebbe stato il capo dei “buoni” è invece della stessa risma dei “cattivi” e loro complice ideologico e alleato politico e che nella catena alimentare della giungla nazionalista globale tocca proprio ai “buoni” essere mangiati per primi.
Lo dimostra, prima di ogni altra cosa, il modo in cui Trump dal primo giorno della sua rielezione sta provando a realizzare l’accordo di spoliazione dell’Ucraina con la Russia, ora rilanciato proprio con l’investitura di Putin a negoziatore di un possibile accordo tra Iran e Israele e con l’uso del dossier ucraino come merce di scambio nel grande risiko mediorientale.
Lo dimostra il disprezzo con cui annuncia annessioni di territori di Paesi alleati, “perché ne abbiamo bisogno” e cancella l’habeas corpus nelle procedure di deportazione degli immigrati irregolari, lasciando che a decretarne l’irregolarità sia la burocrazia governativa ai suoi ordini e si inventa emergenze costituzionali in ogni campo – dallo stato dell’economia alla sicurezza nazionale – per governare in uno stato permanente di eccezione.
Quello che si sta realizzando nel cuore dell’America e delle sue istituzioni democratiche è l’unico vero regime change che dobbiamo temere ed è quello che potrebbe avere le conseguenze più temibili e terribili per ciò che, ai tempi dell’Urss, si definiva “mondo libero” e viveva protetto proprio dall’egemonia americana.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Condividi







Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.