USA
Il prevedibile nulla di fatto di Donald Trump
Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto si capisce sempre di più che Donald Trump non ha il controllo degli eventi che accadono sullo scacchiere mondiale. Ma non poteva essere altrimenti in una congiuntura come questa, in cui il punto più basso della parobola del declino americano



Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto si capisce sempre di più che Donald Trump non ha il controllo degli eventi che accadono sullo scacchiere mondiale. Ma non poteva essere altrimenti in una congiuntura come questa, in cui il punto più basso della parobola del declino americano ha coinciso con – o forse determinato – l’elezione di un narcisista e grezzo stratega del caos come l’attuale inquilino della Casa Bianca.
Quanto avviene in queste ore in Medio Oriente, dove gli USA si sono autoconfinati ad un ruolo di meri ed acritici fornitori di difesa per Israele, è emblematico ma non certo inatteso. La manifesta inconsistenza delle iniziative diplomatiche (gli attacchi contro Teheran sono iniziati nel bel mezzo delle trattative sul nucleare iraniano), i folli piani di deportazione di massa dei gazawi, ignorati da mezzo mondo come farneticazioni di un povero scemo, il fallimento delle attività umanitarie, con distribuzioni di cibo che fanno ormai quasi più morti dei bombardamenti dell’IDF sono solo le ultime tappe di una ormai interminabile scia di fallimenti, difficilmente evitabili per un palazzinaro incolto, ritrovatosi per la seconda volta alla guida della maggiore potenza economica e militare del pianeta, e che però stavolta, a differenza della prima, non accetta né critiche né consigli.
I roboanti annunci di espulsioni di massa si sono schiantati contro lo zelo di semplici giudici intenzionati a far rispettare la legge anche all’uomo più potente del mondo. I tagli feroci e insensati del DOGE si sono incagliati nei tribunali per poi naufragare in un patetico scambio di insulti tra il Presidente ed il suo principale sponsor, che fino a qualche mese fa saltellava come un bimbo al parco durante i suoi deliranti comizi.
La schizofrenica politica dei dazi che, nei sogni bagnati del tycoon, avrebbe dovuto portare tutti i leader dell’orbe terraqueo a fare la fila per – letteralmente – “baciargli il culo”, ha solo destabilizzato l’economia globale, demolito la credibilità degli USA, dirottato il paese verso la recessione e sbullonato l’intelaiatura di rapporti economici e diplomatici costruita in decenni dai suoi predecessori. Il tanto celebrato “Liberation day”, la genialata voluta per liberare l’America dalla sudditanza commerciale nei confronti di inesistenti aguzzini, finora l’ha solo “liberata” dalla tripla A nei rating delle principali agenzie e rischia ora di “liberare” anche il mondo dal dollaro come moneta di riferimento. L’ampio consenso che lo aveva portato alla Casa Bianca è inoltre svanito dietro i cartelli dei milioni che ormai apertamente lo contestano nelle piazze.
Ed in politica estera, come dicevo, va forse anche peggio. Con il conflitto più grande del secolo, quello d’Ucraina, gestito in base agli instabili umori del momento e ad una dichiarata infatuazione per Vladimir Putin, che con 25 anni di guerre alle spalle, una lunga scia di crimini osceni in patria e all’estero e un mandato di arresto valido in 123 paesi per aver rapito bambini, non è esattamente l’amico che tutti vorrebbero avere.
Ma anche con prese di posizione altalenanti, incapacità di distinguere aggressore e aggredito, noncuranza delle quotidiane stragi e delle devastazioni russe, abbandono del diritto internazionale e rottura con i sempre più sbigottiti alleati NATO ed UE. Con la conseguenza che ormai un po’ tutti chiedono – senza ottenere risposta – cosa ne sia della promessa di chiudere la guerra in 24 ore, fatta ormai sei mesi fa. Per non parlare del fronte mediorientale, dove di guerra nel frattempo ne è persino esplosa un’altra, diretta, tra le due maggiori potenze regionali.
Eppure lui sorride, insulta di tanto in tanto qualche capo di stato, posta sui social e si autocelebra come pompiere di un mondo in fiamme, nonostante su quegli incendi getti benzina anziché acqua.
Donald Trump è il commissario liquidatore dell’impero americano, al contempo prodotto e concausa del suo tramonto. Ma può non esserlo dell’Occidente, se l’Europa riuscirà ad evitare che la bancarotta morale e politica di quella che era un tempo la holding del mondo libero si trasformi in un fallimento a catena.
(al momento della chiusura di questo pezzo si continuano ad inseguire le voci di una possibile entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco d’Israele contro l’Iran n.d.r.)
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Sottoscrivo parola per parola, aggiungendo il mio personale ribrezzo per il soggetto. Questo però accresce la mia rabbia, non la diminuisce, verso certa sinistra la cui insipienza e le cui farneticazioni hanno portato Donald Trump a farsi preferire da 80 milioni di cittadini americani, immigrati inclusi.